Credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo chiarimenti dell’Agenzia delle entrate in materia di operazioni straordinarie

Credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo: chiarimenti dell’Agenzia delle entrate in materia di operazioni straordinarie

Il credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo è stato introdotto nel nostro ordinamento dall’art. 3 del D.L. 145/2013 poi successivamente modificato, da ultimo con la Legge di Bilancio 2017. Nell’attuale formulazione l’agevolazione è riconosciuta nella misura del 50% per tutte le tipologie di spesa sostenute. In particolare sotto il profilo oggettivo trova applicazione per gli investimenti in attività di ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale tra cui rientra la produzione e il collaudo di prodotti, processi e servizi. Tali investimenti dovranno essere effettuati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020.

Con la circolare n. 10/E del 16.05.2018, l’Agenzia delle entrate è intervenuta in relazione alla fruizione del credito d’imposta R&S nel caso di operazioni straordinarie, quali fusione, scissione, trasformazione e conferimento d’azienda, al fine di levare qualsiasi dubbio interpretativo in materia.

Nello specifico per quanto riguarda la trasformazione la problematica che può sorgere nella determinazione del credito d’imposta attiene alla formazione di periodi fiscali autonomi di durata differente da quella usuale. L’Agenzia afferma che il periodo compreso tra l’inizio del periodo d’imposta e la data in cui ha effetto la trasformazione costituisce autonomo periodo d’imposta in relazione alla quale la società trasformata ha diritto a calcolare il credito d’imposta considerando i costi imputabili in base alla regola della competenza prevista dalla disciplina agevolativa.

Per i periodi d’imposta successivi la società risultante dall’operazione di trasformazione calcola il credito d’imposta avendo come riferimento la media storica determinata in capo alla società trasformata per il suo intero valore. Nel caso in cui la trasformazione abbia avuto luogo in uno dei periodi rilevanti ai fini del calcolo della media storica, la società risultante dalla trasformazione per accedere al beneficio dovrà considerare nel calcolo anche i costi sostenuti prima della trasformazione.

Anche le operazioni di fusione e scissione presentano delle complessità sempre in relazione al calcolo dell’agevolazione, specie nel caso in cui tali operazioni siano poste in essere nel corso di uno dei periodi d’imposta rilevanti ai fini della determinazione della media di riferimento o se realizzate in uno dei periodi agevolati. Nella prima ipotesi il soggetto risultante dall’operazione è tenuto a considerare anche i costi rilevanti ai fini del calcolo del parametro storico di riferimento sostenuti dalle società incorporate o fuse. Nella seconda ipotesi occorre distinguere a seconda che le operazioni abbiano avuto effetti retroattivi o meno con la distinzione che, se l’operazione è retrodatata gli investimenti agevolabili sostenuti fino al giorno antecedente l’operazione rilevano in capo al soggetto incorporante o risultante, se l’operazione non è retrodatata la stessa determina la chiusura dell’esercizio delle incorporate o fuse e relativamente a tale autonomo periodo d’imposta la società ha diritto ad un credito d’imposta in relazione ai costi sostenuti fino alla data dell’operazione.

Infine occorre precisare che la circolare in commento dev’essere intesa come integrativa rispetto ai precedenti interventi in materia, e l’Agenzia precisa che la correzione di comportamenti difformi tenuti per errata interpretazione della norma potrà essere esercitata presentando una dichiarazione integrativa con successivo versamento del maggior credito utilizzato oppure con la sola presentazione della dichiarazione integrativa con la corretta indicazione del credito se invece l’errore ha comportato la determinazione di un minor credito.

Nuovo Regolamento UE 2016-679 sulla privacy facciamo il punto

Nuovo Regolamento UE 2016/679 sulla privacy: facciamo il punto

Il nuovo Regolamento (UE) 2016/679 sulla privacy, noto come GDPR (General Data Protection Regulation), è in vigore dal 25 maggio 2018, tuttavia il percorso di adeguamento della normativa italiana appare ancora lacunoso.
Facciamo un passo indietro.
Il 14 maggio 2018 il Governo ha trasmesso alle Camere lo schema di decreto legislativo, recante disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale al Regolamento (UE) 2016/679.

Il 22 maggio 2018 il Garante Privacy ha espresso il parere favorevole allo schema di decreto, con alcune precisazioni.
Il Garante ha posto, infatti, alcune obiezioni in merito a profili di particolare interesse quali, ad esempio, il tempo di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico, suggerendo che tali osservazioni siano valutate dagli addetti ai lavori.
Inoltre nel parere vengono affrontati dubbi interpretativi in relazione ai trattamenti dei dati, specie nei casi particolari riguardanti l’ambito pubblico, il consenso del minore ed il riutilizzo di dati a fini di ricerca scientifica o a fini statistici.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che il Regolamento UE 2016/679 da un lato, non è chiaro nella sua formulazione, dall’altro necessita di un decreto di attuazione, che non è stato ancora pubblicato. Tutto questo rende quasi impossibile agire “a norma”.

La situazione è ulteriormente complicata dalla recente decisione di far slittare al prossimo 21 agosto il decreto attuativo per chiarire e adeguare la legislazione italiana al regolamento europeo. A questo punto, come orientarsi? È chiaro che il regolamento 679/2016 una volta entrato in vigore – cioè dal 25 maggio – è legge e sono legge tutti gli obblighi che comporta: adozione di misure idonee per il corretto trattamento dei dati, basato su principi di liceità, correttezza e trasparenza; revisione delle informative; registro dei trattamenti con revisione e aggiornamento dei dati di titolare e incaricati.
Chiunque subisca un danno materiale o immateriale causato da una violazione ha dunque il diritto di ottenere il risarcimento ai sensi del regolamento UE e non più del testo unico sulla privacy del 2003. Il Garante può dunque infliggere sanzioni pecuniarie che possono arrivare a un massimo di 20 milioni di euro o al 4% del fatturato delle imprese, secondo un principio di proporzionalità: più grave è la violazione maggiore sarà l’importo da pagare.
Tuttavia, in considerazione del ritardo nell’emanazione del decreto legislativo di adeguamento al nuovo regolamento sulla privacy, non sono ancora chiare quali multe saranno applicate. Il GDPR stabilisce, infatti, solo gli importi massimi e non chiarisce i parametri per la loro applicazione, riservando al Garante ampi margini di discrezionalità.
Lo slittamento crea dunque un clima di incertezza senza precedenti.
Si auspica che a breve si riesca a dare certezze ai cittadini e ai professionisti.

Le misure cautelari sui diritti di proprietà industriale

Le misure cautelari sui diritti di proprietà industriale

In caso di violazione dei diritti di Proprietà Industriale è possibile ricorrere alle misure cautelari previste dal C.p.i.: descrizione, sequestro, inibitoria.

Si noti inoltre che con il decreto legislativo nr. 140/2006 (di esecuzione della Direttiva nr. 48/2004/CE, cosiddetta “Direttiva Enforcement”) è stato introdotto nel Codice, in funzione di misura cautelare, l’ordine di ritiro dal commercio dei prodotti contraffatti presso chiunque ne abbia la disponibilità (articolo 131 C.p.i.).

Preliminarmente, si tenga presente che i presupposti necessari per poter richiedere le suddette misure cautelari sono il fumus boni juris ed il periculum in mora. In altre parole, si deve dimostrare un principio di fondatezza della propria domanda (fumus) e che  il tempo necessario per arrivare alla conclusione del giudizio potrebbe rivelarsi pregiudizievole per il proprio diritto (periculum). Con riferimento a questo secondo presupposto, tuttavia, parte della giurisprudenza si è più volte pronunciata nel senso di ritenere il periculum insito nella contraffazione della privativa e pertanto comunque presente nell’ipotesi in cui il fenomeno contraffattivo sia ancora sussistente. Tuttavia altra corrente giurisprudenziale ritiene privo del requisito del periculum un cautelare avviato dopo molti mesi o anni dall’inizio e/o dall’apprendimento del fenomeno contraffattivo.

In casi di particolare urgenza il giudice può decidere inaudita altera parte e cioè senza sentire la controparte, riservandosi di confermare o  revocare il provvedimento dopo il contraddittorio instaurato tra le parti nei successivi 15 giorni. Nella pratica le misure d’urgenza vengono concesse in tempi molto rapidi (da un minimo di pochi giorni ad un massimo di pochi mesi) garantendo così al titolare del diritto di esclusiva una reazione tempestiva ed efficace alla violazione dello stesso. Le misure cautelari possono essere concesse anche su titoli di privativa in stato di domanda.

La descrizione ha lo scopo di acquisire elementi probatori della contraffazione del marchio/modello/brevetto. Si noti, però, che tali elementi talvolta possono essere più semplicemente acquisiti in altri modi, ad esempio procurandosi il prodotto contraffatto o cataloghi o materiale promozionale o pubblicitario dal quale risulti la contraffazione, e così via.

Una possibilità data dalla descrizione è anche l’acquisizione dei documenti contabili al fine di ottenere informazioni sul volume contraffattivo e valutare poi se avviare o meno una causa.

Il sequestro, in vece, ha lo scopo principale di sottrarre alla  disponibilità del contraffattore gli oggetti che costituiscono violazione del diritto di privativa ed i relativi mezzi di produzione, oltre che finalità probatorie.

L’inibitoria e l’ordine di ritiro dal commercio in sede cautelare, infine, hanno lo scopo di impedire la produzione, l’uso e  la commercializzazione di quanto costituisce violazione del diritto. Le altre misure cautelari possono essere richieste anche congiuntamene o subordinatamente alla descrizione.

L’articolo 129 precisa inoltre che “ai fini della conferma, modifica o revoca della descrizione o dell’eventuale concessione delle misure cautelari chieste unitamente o  subordinatamente alla descrizione, il giudice fissa l’udienza di discussione tenendo conto della descrizione allo scopo di valutarne il risultato”. La prova della contraffazione acquisita per il tramite della descrizione, quindi, è valutata già in fase cautelare.

Infine, con la più recente riforma codicistica:

è stata riconosciuta la possibilità di un accertamento negativo della contraffazione di una privativa industriale anche in via d’urgenza: tale nuovo strumento consente una sorta di “difesa anticipata” nel senso che  permette, specie a chi teme un attacco ingiustificato e quindi strumentale, di prevenire l’azione di contraffazione da parte di un concorrente;

è stata introdotta la consulenza tecnica preventiva (cosiddetta “consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite” di cui all’art. 696-bis del codice di procedura civile): tale  nuovo strumento consente di ottenere in tempi brevi un accertamento di validità/violazione della privativa che sarà poi utile al soggetto che l’ha richiesta per l’eventuale composizione stragiudiziale della vertenza. La parte può anche in un successivo giudizio di merito richiedere che venga acquisita agli atti la CTU. Si ritiene peraltro che  la CTP possa essere richiesta anche in assenza di motivi di urgenza.

Con il provvedimento cautelare il Giudice stabilisce anche il termine entro il quale le parti devono instaurare il giudizio ordinario di merito (sede destinata a valutare compiutamente le ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento dell’azione cautelare ante causam). Ove il Giudice non vi disponga, il giudizio di merito deve essere iniziato entro il termine di venti  giorni lavorativi, o di trentuno giorni di calendario qualora questi rappresentino un periodo più lungo, dalla data di pronuncia dell’ordinanza (se avvenuta in udienza) o, altrimenti, dalla sua comunicazione.

Se nessuna delle parti inizia l giudizio di merito nei termini prescritti:

i provvedimenti cautelari che abbino natura conservativa (per esempio la descrizione) perdono la propri efficacia;

i provvedimenti di urgenza emessi ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile o gli altri provvedimenti cautelari idonei ad anticipare gli effetti della sentenza di merito (misure cautelari cosiddette anticipatorie) mantengono la propria efficacia. In tal modo si consente di fatto un giudizio molto rapido, da qualche commentatore definito “abbreviato”£. Ad oggi non sono molti i procedimenti cautelari ai quali non è seguito un giudizio di merito.

Il nuovo Regolamento Europeo sulla Privacy

Il nuovo Regolamento Europeo sulla Privacy

Nel maggio 2015 la Commissione Europea pubblicava un documento nel quale illustrava una strategia atta a creare un mercato unico europeo nella fornitura di merci e servizi a base digitale. Parte di questa strategia riguardava l’adozione di una serie di regole per facilitare l’accesso ai mercati on-line e rendere più sicure le reti digitali.

In tale contesto si inseriva il Nuovo Regolamento Europeo n. 679/2016 sulla protezione dei dati personali (GDPR “General Data Protection Regulation”), emanato per rispondere all’esigenza di unificare la normativa in materia. Non era più tollerabile, infatti, la frammentazione legislativa presente in Europa su un tema così fondamentale, soprattutto a seguito della rapida espansione dei servizi digitali.

Oggi qualsiasi attività economica non può prescindere dalla raccolta di informazioni e di dati personali e pertanto l’armonizzazione a livello europeo delle regole da adottare per garantirne la protezione rappresenta una significativa semplificazione.

Il Regolamento entrerà in vigore il 25 maggio prossimo in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea così tutte le imprese dovranno adeguarsi alla nuova normativa per poter lecitamente trattare i dati personali dei cittadini europei.

A questo punto è lecito domandarsi cosa deve fare oggi un’impresa per essere conforme al GDPR.

I primi passi da compiere possono essere semplificati come segue:

  • avere un quadro preciso di ciò che viene trattato in azienda in termini di dati personali ed adottare gli accorgimenti necessari al fine di proteggere tali dati dai rischi di perdita, distruzione, furto, modifica, divulgazione non autorizzata etc.;
  • essere a conoscenza del fatto che prima di trattare un qualsiasi dato personale è necessario fornire all’interessato (ossia a colui il quale si riferiscono i dati) una informativa che deve essere conforme ai nuovi dettami del Regolamento Europeo;
  • ottenere il consenso al trattamento dei dati personali nei casi in cui ciò sia richiesto esplicitamente dalla normativa e richiederlo in modo conforme a quanto dalla stessa sancito;
  • formare il proprio personale dipendente che compie attività di trattamento per conto del titolare (cd “incaricati del trattamento”).

Questi sono sicuramente alcuni degli adempimenti primari da adottare. Va tenuto conto poi che ogni impresa è diversa dall’altra e per ognuna va compiuta una specifica valutazione. Il titolare infatti deve poter dimostrare di aver attuato tutte le misure e procedure interne necessarie al fine di rendere effettivi i principi di protezione dei dati – come sancisce appunto il principio dell’”Accountability” (responsabilizzazione), uno dei nuovi concetti giuridici presenti nel GDPR – in caso contrario l’impresa rischia di venire condannata al pagamento di pesanti sanzioni amministrative pecuniarie, oltre ad incorrere in responsabilità sia civili che penali.

Istruzioni per l’uso: la Norma IEC 82079-1:2012

Istruzioni per l’uso: la Norma IEC 82079-1:2012

La Norma IEC 82079-1:2012 fornisce principi generali e requisiti dettagliati per la progettazione e la formulazione di tutti i tipi di istruzioni per l’uso destinate a qualsiasi tipo di prodotto.

Essa, pertanto, si rivolge a fornitori, progettisti tecnici, illustratori tecnici, progettisti software, scrittori tecnici, traduttori e, in generale, a chiunque sia impegnato nell’attività di ideazione e redazione di Istruzioni per l’uso.

Pubblicata nell’agosto del 2012, la Norma IEC 82079-1:2012, annulla e sostituisce la norma IEC EN 62079 del febbraio 2001.

Le principali differenze rispetto alla norma IEC EN 62079 sono:

La parte di “termini e definizioni” è passata dai 20 “vecchi” termini agli attuali 43
In molte parti della presente normativa viene evidenziato maggiormente l’importanza di un’adeguata analisi dei gruppi di riferimento e sulla coerenza delle informazioni
Sono cresciute e precisate le formazioni riguardanti la sicurezza
L’utilizzo dei supporti elettronici è stato ampliato tenendo conto dello stato della tecnica
È stato aggiunto un capitolo sulla valutazione di conformità.

La IEC 82079, se applicata, non dà direttamente la presunzione di conformità.

Rispondiamo ora ad alcuni quesiti che ci hanno sottoposto i nostri Clienti o che nascono spontaneamente dal confronto tra le due norme.

1. Attenendosi alle direttive della norma ISO/IEC 82079 si redige “automaticamente” una buona documentazione?

In moltissimi punti la norma ISO/IEC 82079 formula regolano che si riferiscono alla qualità delle informazioni per l’utente come coerenza, leggibilità, comprensibilità, identificazione funzionale, accesso a informazioni. Attenersi a questi aspetti ha conseguenze positive sul prodotto informativo. Ma la norma richiede anche che le informazioni siano elaborate da specialisti. Questo vale per testi, illustrazioni e traduzioni. Per questi specialisti la norma definisce l’ambito d’azione della loro competenza professionale.

2. Quando i prodotti sono assoggettati alla Direttiva Macchine è necessario osservare ugualmente la norma ISO/IEC 82079?

Sì. La Direttiva Macchine richiede semplicemente la presenza di informazioni sostanzialmente definite come il manuale operativo, le informazioni sulla manutenzione, ecc. La Direttiva Macchine non si esprime riguardo al modo in cui devono essere comunicate queste informazioni. Qui entra in gioco la norma ISO/IEC 82079. I requisiti vengono comunicati in modo ridondante solo in pochi punti.

3. Allora su quale base devo redigere istruzioni di sicurezza o avvertenze?

La norma ISO/IEC 82079 cita esplicitamente la valutazione dei rischi come procedura per la definizione della necessità di istruzioni di sicurezza e avvertenze. In altri settori, in particolare nell’ingegneria meccanica e nella tecnica medicale, la procedura è consolidata e collaudata. Infatti, le avvertenze nella documentazione sono solo l’ultimo mezzo per tutelare l’utente; prima vengono le misure costruttive, i dispositivi di sicurezza del prodotto e i segnali di avvertimento sul prodotto.

4. Se fino a questo momento le avvertenze sono state redatte secondo la norma ANSI Z535.6, cosa è necessario modificare alla documentazione preesistente per adeguarsi alla norma ISO/IEC 82079?

Nulla. Le definizioni nella norma ISO/IEC 82079 sono perfettamente conformi ai requisiti della norma ANSI. Nei punti fondamentali gli enunciati sono molto simili. Questo riguarda soprattutto l’importanza delle parole usate per le avvertenze, la messa in evidenza del tipo di pericolo e della rispettiva fonte, le conseguenze in caso di inosservanza dell’avvertenza e le misure per evitare un danno. La ANSI rimane, comunque, una necessaria integrazione su cui uniformare la propria documentazione, in quanto fornisce ulteriori direttive su come comunicare informazioni rilevanti per la sicurezza.

5. La norma parla anche di documentazione su supporti elettronici. Le documentazioni cartacee diventano inutili?

No. La norma descrive in quale forma si devono elaborare le informazioni su supporti elettronici affinché possano assolvere la loro funzione. Tuttavia essa sottolinea al tempo stesso la necessità che le informazioni rilevanti siano sempre direttamente accessibili. Questo vale soprattutto per informazioni rilevanti per la sicurezza o informazioni per l’impostazione di un prodotto. Tale disponibilità è come sempre assicurata solo nel caso della documentazione cartacea.

6. La norma ISO/IEC 82079 affronta anche il tema delle traduzioni?

Sì. La norma esige che si mettano a disposizione le informazioni nella lingua/nelle lingue del paese di utilizzo. Fino al momento di entrata in vigore  della norma Norma IEC 82079-1:2012 questo requisito era contenuto così esplicitamente solo in norme settoriali, per esempio nella Direttiva Macchine e riferita esclusivamente all”UE. La ISO/IEC 82079 affronta anche la problematica delle vendite transnazionali tramite internet, che fondamentalmente comportano anche la necessità di traduzioni.

7. La norma richiede regolamenti/guide per la redazione di informazioni per gli utenti. Quali aspetti devono esservi regolati?

La norma parla in maniera esplicita di una “style guide” che disciplina vari aspetti della comunicazione nonchè la la coerenza delle informazioni. Questi aspetti includono: modello di formulazione, scelta delle parole, terminologia, lingua dell’utente, layout, struttura delle tabelle, illustrazioni. Questo vale a maggior ragione quando più persone lavorano in parallelo o le informazioni vengono gestite per un tempo prolungato.

8. La norma si riferisce anche ai servizi o solo ai prodotti?

La norma si applica ai prodotti. Secondo la definizione della norma, tuttavia, un prodotto può essere una merce oppure un servizio. Anche per i servizi devono spesso essere redatte informazioni su come il servizio debba essere prestato in maniera sicura e con piena soddisfazione del cliente. Di conseguenza le definizioni della norma valgono anche per le informazioni che supportano un servizio. Un esempio tipico sono le documentazioni dei processi.

Disposizioni sul diritto d’autore

Disposizioni sul diritto d’autore

Il Codice di Diritto Industriale nei suoi vari articoli ci insegna a comprendere i diritti di proprietà industriale ed in sostanza ci informa sulla costituzione ed acquisto di tali diritti.

Art. 2 del Codice di Diritto Industriale

  • I diritti di proprietà industriale si acquistano mediante brevettazione, mediante registrazione o negli altri modi previsti dal presente codice. La brevettazione e4 la registrazione danno luogo ai titoli di proprietà industriale.
  • Sono oggetto di brevettazione le invenzioni, i modelli di utilità, le nuove varietà vegetali.
  • Sono oggetto di registrazione i marchi, i disegni e modelli, le topografie dei prodotti a dei semiconduttori.
  • Sono protetti, ricorrendone i presupposti di legge, i segni distintivi diversi dal marchio registrato, le informazioni aziendali riservate, le indicazioni geografiche e le denominazioni di origine.

Come è possibile notare il Codice di Diritto Industriale non protegge le opere intellettuali che invece sono protette dalla Legge sul Diritto d’Autore.

Art. 2 della Legge sul Diritto d’Autore

In particolare sono comprese nella protezione:

  • Le opere letterarie, drammatiche, scientifiche, didattiche, religiose, tanto se in forma scritta quanto se orale;
  • Le opere e composizioni musicali, con o senza parole, le opere drammatico-musicali e le variazioni musicali costituenti di per sé opera originale;
  • Le opere coreografiche e pantomimiche, delle quali sia fissata traccia per iscritto o altrimenti;
  • Le opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari, compresa la scenografia;
  • I disegni e le opere dell’architettura;
  • Le opere dell’arte cinematografica, muta o sonora, sempreché non si tratti di semplice documentazione protetta ai sensi delle norme del capo quinto del titolo secondo;
  • Le opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo a quello della fotografia sempre che non si tratti di semplice fotografia protetta ai sensi delle norme del capo V del titolo II;
  • I programmi per elaboratore, in qualsiasi forma espressi purché originali quale risultato di creazione intellettuale dell’autore. Restano esclusi dalla tutela accordata dalla presente legge le idee e i principi che stanno alla base di qualsiasi elemento di un programma, compresi quelli alla base delle sue interfacce. Il termine programma comprende anche il materiale preparatorio per la progettazione del programma stesso;
  • Le banche dati di cui al secondo comma dell’articolo 1, intese come raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili mediante mezzi elettronici o in altro odo. La tutela delle banche di dati non si estende al loro contenuto e lascia impregiudicati diritti esistenti sui tale contenuto;
  • Le opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico.

Vediamo ora fra tutte le opere sopra indicate quali sono le opere che vengono normalmente utilizzate dalle imprese.

CATALOGO

Senza chiedere il permesso a nessuno e senza spendere un euro è sufficiente inserire nel catalogo (normalmente una volta solo sotto l’indirizzo dell’azienda) © COPYRIGHT (data di pubblicazione). La Legge va a proteggere le fotografie e quanto è scritto nel catalogo. Poi, dato che ogni  anno è possibile l’inserimento di nuove pagine e quindi si dovrà aggiornare la data di pubblicazione, è necessario non cestinare il catalogo dell’anno prima per continuare a proteggere quanto riportato nel vecchio catalogo e riportato nel nuovo catalogo.

SITO

Valgono le stesse regole del catalogo con l’unica accortezza di inviarsi via PEC quanto riportato nel sito dell’anno prima.

SOFTWARE

Il Codice di Diritto Industriale non consente la protezione di programmi per elaboratori in quanto tali. In sostanza un software applicato ad una macchina è brevettabile mentre un software per esempi di video scrittura non è brevettabile. Ora depositando il software per esempio alla SIAE è possibile proteggere anche il software in quanto tale.

CATALOGO e SITO

Ora si immagini un catalogo e/o un sito che riporti © COPYRIGHT, ™ a lato di marchi non depositati, ® a lato dei marchi registrati, Patent Pending in corrispondenza di prodotti in cui si è depositata una domanda di brevetto, Patented in corrispondenza di prodotti brevettati, Disegno depositato in corrispondenza dei prodotti coperti da un brevetto di design, e così via.

Tutte queste indicazioni trasmettono il fatto che l’azienda protegge i propri diritti di proprietà industriale e i propri di diritti di proprietà intellettuale.

In definitiva:

  1. La protezione delle varie opere parte dalla data di ideazione dell’opera e quindi è necessario determinare una data certa: deposito presso la SIAE, fotografie dello stand fieristico in cui si divulgata l’opera, fattura del tipografo ecc. ecc..
  2. Non è necessario depositare presso la SIAE e quindi la protezione è a costo zero fermo restando il principio di avere una data certa della prima divulgazione.
Le biotecnologie

Le biotecnologie

A rendere ulteriormente più complessa la pratica brevettuale è intervenuto, in questi ultimi anni, lo sviluppo sempre più tumultuoso e rapido delle cosiddette “biotecnologie”, ovvero della applicazione alla chimica ed alla farmaceutica dei progressi realizzati dalla manipolazione genetica.

Questo settore è molto importante, in quanto le tecniche di laboratorio da utilizzare in questo campo sono ormai uno standard e sono note a tutti: pertanto, anche una piccola azienda o un laboratorio universitario sono in grado, almeno potenzialmente, di realizzare con investimenti relativamente ridotti invenzioni di valore economico enorme, come vaccini, test diagnostici precoci, medicinali contro svariate malattie, in particolare conto quelle particolari malattie note come “malattie genetiche”, in quanto causate dal mancato o anomalo funzionamento di un gene umano.

La brevettazione in questo settore, tuttavia, pone numerosi problemi di ordine pratico, problemi che la UE ha tentato di dipanare con l’approvazione da parte del Parlamento Europeo della Direttiva 98/44/CE sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche.

Questa direttiva è stata osteggiata da numerosi Paesi europei tra cui l’Italia. Altri Paesi europei come la Francia e la Germania hanno attuato la Direttiva con leggi nazionali che si sono discostate per alcuni versi dal contenuto e, alcune volte, anche dallo spirito della Direttiva stessa.

Senza entrare nel merito delle importanti problematiche etiche e morali che riguardano in generale la ricerca nel campo delicatissimo delle “Scienze della Vita”, è opportuno precisare che il contenuto della Direttiva 98/44/CE non ha in realtà rappresentato una “novità” tecnico-giuridica sostanziale, tale da produrre “sconvolgimenti” rispetto a quanto era avvenuto precedentemente alla sua adozione. Essa era in realtà intesa a chiarire alcuni aspetti “tecnici” controversi della pratica brevettuale in campo biotecnologico, aspetti che erano stati oggetto di decisioni contraddittorie, anche a livello dell’Ufficio Brevetti Europeo.

Alla domanda: “Cosa si può brevettare in campo biotecnologico?” si può pertanto oggi rispondere, senza la necessità di analizzare nel dettaglio le complesse norme della Direttiva e delle sue leggi nazionali di attuazione, prendendo esempi dal passato.

Per esempio, secondo la Direttiva, si possono brevettare delle sequenze di DNA o di RNA corrispondenti a pezzi di gene o a geni interi, nonché le corrispondenti proteine o peptidi codificati da tali sequenze, purché di queste sequenze si individui almeno una funzione che abbia una utilizzazione pratica e che tale funzione venga indicata nel brevetto e, secondo la normativa di attuazione italiana, anche rivendicata esplicitamente (art. 81 quinques (c) CPI). Questo requisito, nella sua applicazione più semplice, è quasi automaticamente soddisfatto qualora si conosca la funzione del gene (per esempio nel caso di un gene umano), ad esempio avendolo associato sperimentalmente ad una specifica malattia, oppure quando si sia riscontrato il fatto che una certa sequenza, ad esempio virale, ha spiccate proprietà immunogene, per cui la conoscenza della sequenza può essere utilizzata in diagnostica per sostituire, ad esempio, materiale virale con altro di sintesi.

Ciò è dovuto al fatto che è ormai pratica consolidata che una qualsiasi sequenza si possa manipolare e, successivamente, inserire in un organismo ospite dove viene espressa (magari insieme ad una sequenza esogena, cioè ad essa estranea). In questo modo si possono realizzare le cosiddette “chimere”, cioè degli organismi che incorporano sequenze genetiche ad essi estranee e che non potrebbero formarsi per via naturale.

Come conseguenza, si possono produrre per mezzo di batteri o di lieviti delle proteine umane o animali, o parti di esse, e queste proteine possono essere usate in kit diagnostici o, laddove possibile, essere somministrate come farmaci. La ricerca genetica si è spinta anche oltre, fino all’ottenimento dei cosiddetti “organismi transgenici” (noti come GMO)., animali e piante, che in molti casi sono stati fatti oggetto diretto di specifiche rivendicazioni nelle domande di brevetto.

Questi animali e piante, ben lungi dall’essere “fenomeni da baraccone”, possono in generale produrre, ad esempio nel latte (nel caso di animali), proteine umane o altre sostanze utili, oppure essere usati come modelli per lo studio di gravi malattie genetiche umane. Molte piante geneticamente modificate incorporano geni che sintetizzano direttamente in esse sostanze che le rendono resistenti a certi parassiti o erbicidi, permettendo pertanto di ridurre l’inquinamento evitando o riducendo l’uso di sostanze nocive (erbicidi e antiparassitari) nelle coltivazioni, oppure che le rendono resistenti a certe malattie o che ne rendono i frutti del raccolto meno soggetti al deterioramento.

Da quanto sopra esposto, appare evidente come, in questo campo, il confine tra invenzione e semplice scoperta scientifica (come tale non brevettabile) sia molto labile e che la linea di demarcazione sia ancora una volta segnata dalla risposta alla domanda che sempre permette di identificare un’invenzione: la “scoperta” che ho fatto risolve un problema tecnico? Se la risposta è “sì”, allora non solo la possibilità, ma l‘opportunità di depositare un brevetto è ben presente e occorre valutarla..

Naturalmente, è evidente che il dibattito sulle biotecnologie riveste importanti aspetti etici, e che debba essere sempre trovato un corretto punto di equilibrio tra la necessità di promuovere il progresso in campo medico/farmaceutico e la necessità di preservare l’integrità del patrimonio genetico umano.

Smact Competence Center

Smact Competence Center

Nel contesto degli interventi previsti dal Piano Industry 4.0. (2017–2020), accanto alle misure volte all’incremento degli investimenti delle aziende, fra le molte misure previste lanciate nel 2016 dal Governo Italiano (MISE e MIUR) vi è la creazione di alcuni selezionati Competence Center ad alta specializzazione, che si configurano come hub dell’innovazione, partnership pubblico private che opereranno principalmente in 3 aree: orientamento, alta formazione e ricerca applicata.

La prima funzione, quindi, è l’orientamento alle imprese, in particolare PMI, attraverso la predisposizione di una serie di strumenti volti a supportare le imprese nel valutare il loro livello di maturità digitale e tecnologia. La seconda area è la formazione alle imprese, al fine di promuovere e diffondere le competenze in ambito Industria 4.0 mediante attività di formazione in aula e sulla linea predittiva e su applicazioni reali. Terza funzione è l’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale, proposti dalle imprese, compresi quelli di natura collaborativa tra le stesse, e fornitura di servizi di trasferimento tecnologico in ambito Industria 4.0, anche attraverso azioni di stimolo alla domanda di innovazione da parte delle imprese, in particolare delle PMI.

Recentemente il Ministero dello Sviluppo economico ha pubblicato il bando per la presentazione dei progetti per la costituzione delle Competence Center, volto a selezionare le migliori partnership pubblico private a livello nazionale. A seguito della pubblicazione del bando MISE, le Università firmatarie stanno predisponendo il progetto per una partneship che unirà le eccellenze scientifiche degli Atenei con le competenze dei provider tecnologici e delle aziende del Nord Est, intorno alle tecnologie SMACT: Social, Mobile, Analytics, Cloud, Internet of Things. Le agevolazioni come l’iperammortamento e i finanziamenti hanno poco significato se non sono supportati da un progetto di innovazione insieme a Università e centri di trasferimento tecnologico. Le macchine acquistate se non concepite in un contesto più ampio, perdono di significato. I Competence Center devono dare supporto alle aziende per investire e dar luogo a una trasformazione digitale che abbia un senso e che le possa aiutare a fare profitto e posizionarsi sul mercato. L’obiettivo è quello di creare un ecosistema capace di mettere in relazione le imprese del Made in Italy con gli attori dell’innovazione e con gli investitori, al fine di permettere alle imprese di crescere quantitativamente ma anche qualitativamente, traducendo in nuovi prodotti e processi le  opportunità offerte dalle tecnologie SMACT.

Il progetto di Competence Center punta all’applicazione delle tecnologie 4.0 a settori chiave del Made in Italy: automazione, abbigliamento, arredamento e agroalimentare. La 4°Rivoluzione industriale apre innumerevoli opportunità per le filiere produttive italiane, dall’efficientamento dei processi e miglioramento della produttività, al ripensamento dei prodotti, alla migliore capacità di risposta alle esigenze del mercato e a nuovi modelli di business per crescere o soddisfare nuovi bisogni. Tali opportunità devono essere sfruttate al massimo adottando soluzioni mirate rispetto all’attuale settore industriale italiano, che permettano il passaggio da un modello frammentato a un modello di filiera interconnesso, in cui le imprese operano congiuntamente per fornire un output competitivo grazie a processi produttivi gestiti in real time e a modelli di business rinnovati sulla base della domanda. L’idea è di non guardare singolarmente a questi componenti della tecnologia 4.0 ma di unirli al servizio della manifattura made in Italy.

Globalmente, i Competence Center (CC) nazionali nasceranno con le seguenti caratteristiche e mission.

Caratteristiche

  • Forte coinvolgimento di poli universitari di eccellenza e grandi player privati
  • Contribuzione di stakeholder chiave (es. centri di ricerca, start-up)
  • Polarizzazione dei centri su ambiti tecnologici specifici e complementari
  • Modello giuridico e competenze manageriali adeguate
  • Sviluppo e interconnessione all’interno dei Digital Innovation Hub, che faranno da ponte tra imprese, ricerca e finanza

Mission

  • Formazione e awareness suI 4.0
  • Live demo su nuove tecnologie e accesso a best practice in ambito I4.0
  • Advisory tecnologica per PMI su I4.0
  • Lancio ed accelerazione di progetti innovativi e di sviluppo tecnologico
  • Supporto a sperimentazione e produzione “in vivo” di nuove tecnologie I4.0
  • Coordinamento con centri di competenza europe.

 

Le tecnologie SMACT

Social network: 

I social network sono diventati sinonimi di digital transformation e possono essere utilizzati dalle imprese per favorire il customer engagement e l’employee empowerment, nonché la creazione di comunità di interesse, pratica, apprendimento, supporto e lo sviluppo di progetti di crowd-sourcing finanziario e di idee.

Mobile platform & apps:

Oggi ci sono più di 300 milioni di utenti internet, ma soprattutto 900 milioni di utenti di mobile device. Il mercato dell’e-commerce è, quindi, soprattutto prerogativa dei mobile device e del mondo delle app. La mobilità è un must per la creazione di valore attraverso “micro-momenti”, innovazione di tipo collaborativo, connessione con i clienti, esperienza a 360 gradi e geo-localizzazione di marketing.

Advanced Analytics and Big Data:

Il mercato mondiale del software open source per l’archiviazione e l’analisi dei Big data passerà da 1,5 mld $ del 2012 a 50,2 mld nel 2020. È fondamentale, quindi, progettare metodi per acquisire e memorizzare in modo efficace la grande mole di dati generati, nonché gli algoritmi di analisi per rendere fruibili tali dati in funzione dello scopo, dall’elaborazione della strategia di procurement ai modelli di forecasting dei reclami in garanzia, ai livelli ottimali di scorte, ecc.

Cloud:

Nel 2017 la spesa nel cloud da parte delle aziende è stata di 235 mld $, un valore triplicato rispetto al 2011. Il Cloud rappresenta la piattaforma di riferimento sulla quale appoggiare la trasformazione digitale e l’IoT. Impatterà sull’agilità di fare  business, sulle economie di scala, sulla globalizzazione, nonché comporta sin da oggi una maggior attenzione alle tematiche di cyber security, altrettanto importanti per la competitività e la sicurezza aziendali.

Internet of Things:

Entro il 2020 ci saranno 30 miliardi di «cose» connesse e l’IoT creerà globalmente 1,9 trlioni di $ di valore aggiunto.  L’IoT migliorerà i processi di produzione garantendo maggiore personalizzazione, sostenibilità, efficienza, evoluzione adattativa degli impianti e innovazione, ma anche i prodotti e i servizi.

 

Le caratteristiche del Competence Center Triveneto

Il MISE con Industria 4.0 ha messo a disposizione 100 milioni di Euro da dedicare alla costituzione di 7 Competence Center collegati alle Università presenti nelle location selezionate, tra i quali figura il Competence Center del Triveneto. Il 29 settembre 2016, le 9 Università del Triveneto hanno sottoscritto un memorandum of understanding per la creazione di questo Competence Center, capitanato dall’Università degli Studi di Padova e comprendente Università degli Studi di Verona, Ca’ Foscari di Venezia, Iuav (Istituto Universitario di Architettura di Venezia), Università degli Studi di Trento, Libera Università di Bolzano, Università degli Studi di Udine, Università degli Studi di Trieste e Sissa (Scuola superiore di studi avanzati) di Trieste.

Il Competence Center è strutturato in tre laboratori fondamentali: il demonstration lab, il co-desing lab e il transformation lab.

Il demonstration lab è il luogo della awareness, ovvero sensibilizzazione e formazione, sulle tecnologie 4.0: live demo, linee pilota e veri e propri impianti dimostrativi, messi a disposizione da aziende che hanno già tecnologie 4.0 e che si aprono come show room alle PMI non concorrenti.

Il co-design lab è la parte più importante, che prevede il coinvolgimento di imprese, ricercatori e stakeholder. Industria 4.0 non è solo tecnologia e prodotto, ma anche cambiamento di business model. E Co-design lab lavora su progetti di innovazione ad alto trl (technology readiness level, livello di maturità tecnologica). Il ministero ha indicato che il competence center non deve fare ricerca di base, ma trasferimento tecnologico. Quindi bisogna lavorare su progetti non di lunghissimo termine, ma con un respiro di medio termine, che abbiano una ricaduta quasi immediata sull’attività dell’impresa, sia sulla parte tecnologica che sul business model.

Nel transformation lab svolgono un ruolo fondamentale i provider tecnologici, siano o meno interni al Competence Center. Insieme a loro, bisogna tradurre il progetto in un prodotto, in un processo, in un modello di business innovativo presso l’impresa.

Tutti gli atenei coinvolti nel processo metteranno a disposizione le proprie specializzazioni nell’ambito delle SMAC. L’organizzazione non è geografica ma per competenze, che verranno messe a sistema e sfruttate in ottica di ricerca di base: laboratori, live demo, anche con progetti finanziati dalle Regioni, in alcuni caso già partiti. Prevista anche la collaborazione con Confindustria Veneto, e con le strutture territoriali dell’organizzazione imprenditoriale, che sono state coinvolte nella fase di progettazione del progetto.

I brevetti nel campo chimico e farmaceutico

I brevetti nel campo chimico e farmaceutico

I brevetti in campo chimico e farmaceutico sono spesso considerati un capitolo a sé in quanto presentano caratteristiche peculiari che non si incontrano in altri campi della tecnica, primo tra tutti quello meccanico, che è stato, viceversa, l’unico campo tecnico preso in considerazione quando sono  state sviluppate le varie legislazioni brevettuali nazionali.

Pertanto, le normative applicabili, compresa quella italiana, hanno fornito, almeno fino al momento delle riforme di armonizzazione delle leggi dei vari paesi ed europea indicazioni poco precise e, a volte, contraddittorie, il che ha portato ad un rilevante lavoro interpretativo, sia a livello giurisprudenziale sia dottrinario, lavoro che è stato poi ripreso dalle riforme ed introdotto nella legislazione nazionale.

La principale differenza, a livello “operativo, tra un brevetto meccanico o elettronico ed un brevetto chimico, sta nel come viene organizzata la descrizione brevettuale.

Mente nei primi due casi la descrizione della forma o delle forme di realizzazione che vengono illustrate nel brevetto è effettuata con riferimento a dei disegni costruttivi della macchina o oggetto, e consiste nella descrizione delle parti componenti illustrate, delle loro correlazioni e del funzionamento della macchina o oggetto nel suo complesso, nel caso del brevetto chimico i disegni spesso mancano o, quando ci sono, consistono in diagrammi, tabelle, dati sperimentali o formule.

Il cuore della descrizione è costituito dai cosiddetti “esempi di attuazione”. Questi sono organizzati con brevi report sperimentali di laboratorio, nei quali si descrivono nei dettagli le operazioni effettuate ed i risultati ottenuti, eventualmente facendo riferimento a tabelle o diagrammi, in maniera tale da mettere un tecnico del ramo in grado di riprodurre, a sua volta, gli esperimenti stessi.

Che cosa riguardano gli esempi? La risposta dipende, ovviamente, dalla natura dell’invenzione.

Nel caso di un brevetto chimico che riguardi una famiglia di nuovi composti, riconducibili ad una cosiddetta “formula generale”, se possibile, gli esempi dovrebbero riguardare prove di sintesi (almeno a livello di laboratorio) di tutte le sostanze che ricascano nell’ambito della formula generale.

Ovviamente, è spesso impossibile soddisfare tale condizione, specie quando nell’ambito di una singola formula generale possono ricadere migliaia di sostanze diverse; in questo caso, però, il brevetto potrebbe rischiare di essere considerato, almeno parzialmente , nullo per carenza di descrizione.

In generale, si può dire che, nel caso in cui la formula generale che si intende proteggere non è il frutto di un arbitrario tentativo di estendere la protezione al di là della effettiva invenzione, il problema risulta sicuramente semplificato (in quanto i composti inclusi nella formula generale scendono di numero) e si può eventualmente affrontare fornendo un esempio di sintesi solamente di un composto rappresentativo per ogni famiglia di composti chimici che rientrino nell’ambito della formula generale.

In questo caso, infatti, a mio avviso, si potrò ragionevolmente, nella maggior parte di casi, che le altre sostanze, non sintetizzate, di ciascuna famiglia, avendo caratteristiche chimico-strutturali simili all’unica sostanza sintetizzata per quella famiglia, risultano in un comportamento fisico-chimico analogo.

Nel caso, più comune, in cui l’invenzione riguardi delle mescole o miscele di sostanze, per esempio nel caso di composizioni cosmetiche, adesive, medicinali, ovvero di vernicio, materie plastiche o di elastomeri oppure di leghe metalliche o di composti ceramici, è consigliabile fornire più esempi di preparazione delle composizioni da  brevettare (le cosiddette ricette”).

In particolare, quando si intendano rivendicare dei range o intervalli di composizione di tutte o di alcune delle sostanze componenti la miscela, lega o mescola, è consigliabile fornire almeno due o tre esempi o ricette, uno realizzato con i vari valori al limite inferiore del range, uno reali9zzato con i valori al limite superiore ed uno, eventuale, realizzato con una composizione intermedia (magari quella ottimale o più vicina a quella che si metterà in commercio). Similmente, nel caso in cui alcuni componenti della miscela, lega o mescola possono mancare o essere sostituiti da altri non notoriamente equivalenti (chimicamente o fisicamente) nella applicazione specifica, occorrerà fornire ricette apposite per ciascuna variante prevista.

Un’altra peculiarità del brevetto chimico/farmaceutico consiste nel fatto che la descrizione, o almeno una parte di essa, deve essere preferibilmente diretta a dimostrare la non ovvietà dell’invenzione, specie nel caso in cui l’invenzione consiste meramente in una miscela di sostanze in certi intervalli percentuali, ovvero in una sostituzione di sostanze o di parti di esse (ad esempio la sostituzione di un acido con un suo sale).

Questa dimostrazione si può dare attraverso una serie di esempi comparativi in cui le sostanze o miscele oggetto dell’invenzione vengono testate per vedere se soddisfano certi parametri tecnologici necessari per la risoluzione del problema tecnico alla base dell’invenzione, ovvero per testarne direttamente l’effetto, comparando i risultati ottenuti con quelli forniti da sostanze o miscele note, ovvero con ricette preparate rimando fuori dagli intervalli di composizione indicati nell’invenzione.

Alcuni esempi possono essere i seguenti: nel caso di una mescola per pneumatici si potranno impostare uno o più esempi in cui si descrive la realizzazione dei pneumatici e le prove con essi condotte su strada o su pista; o, in altri casi in cui si è ancora a livello di laboratorio, si imposteranno esempi sulla realizzazione di provini da laboratorio che poi vengono sottoposti a test tipici (misurazione del punto di transizione vetrosa, del rebound, della durezza, ecc.) da cui si possa desumere il comportamento in uso della mescola; nel caso di una composizione cosmetica o medicinale, gli esempi potranno illustrare test clinici condotti in vivo e/o in vitro; nel caso di un adesivo delle prove di viscosità, di presa, di resistenza nel tempo e/o a particolari solventi, e così via.

Nel caso di brevetti farmaceutici, poi, occorre corredare la descrizione anche con test tossicologici (a meno che tutte le sostanze usate siano già note come innocue) e, quando possibile, con test clinici.

E’ infine una peculiarità del brevetto chimico/farmaceutico, la possibilità di “ribrevettare”, in funzione di un nuovo uso, una sostanza già nota e/o una sua ovvia variante.

L’esempio storico in questo campo è quello del DDT, composto chimico che era noto per essere un sottoprodotto di un noto processo chimico, il quale fu poi brevettato come antiparassitario.