Il nuovo decreto legislativo sulla protezione dei dati personali

Il nuovo decreto legislativo sulla protezione dei dati personali

Il decreto legislativo n. 101 del 10 agosto 2018, che adegua la normativa nazionale in materia di privacy a quella europea contenuta nel GDPR (General Data Protection Regulation), è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale lo scorso 4 settembre ed entrerà in vigore dal prossimo 19 settembre.

Nel nuovo provvedimento, che riscrive gran parte del Codice della privacy in vigore (D. Lgs. 196/2003), vi sono due positive novità: procedure semplificate per le piccole e medie imprese e otto mesi di tolleranza nell’applicazione delle sanzioni.

L’insieme delle nuove regole sulla privacy si rivela particolarmente complesso, tuttavia per venire incontro alle difficoltà che le piccole e medie imprese possono incontrare nella loro applicazione, il nuovo testo prende in particolare considerazione le esigenze di semplificazione avanzate da più parti, affidando al Garante per la protezione dei dati personali il compito di promuovere delle modalità semplificate di adempimento degli obblighi da parte del titolare del trattamento, sempre comunque nel rispetto delle linee guida riguardanti le misure organizzative e tecniche per l’attuazione dei principi del Regolamento GDPR.

Inoltre, le società che ricevono curriculum vitae finalizzati all’instaurazione di un rapporto di lavoro possono star tranquille: le informazioni di cui all’articolo 13 del GDPR, riguardanti le informazioni da fornire all’interessato sul corretto trattamento dei suoi dati, andranno fornite solo al momento del primo contatto utile successivo all’invio del curriculum.

Per quel che riguarda le sanzioni pecuniarie, il decreto non prevede nessuna sospensione; il Garante dovrà però tener conto delle difficoltà incontrate dalle aziende e dagli imprenditori nell’adeguamento alla nuova normativa, pertanto è probabile che per almeno i primi 8 mesi di efficacia del decreto legislativo, nei casi in cui la violazione non sia grave e non sia stato recato danno all’interessato, il Garante possa semplicemente adottare un provvedimento correttivo e non erogare sanzioni.

Altra importante novità riguarda il consenso sui social. È stata infatti diminuita a 14 anni l’età per poter esprimere il consenso al trattamento dei dati personali in relazione all’offerta di servizi delle società dell’informazione. Per i minori di 14 anni è necessaria l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Merita poi di essere ricordata la norma che si occupa dei diritti delle persone decedute. Tale norma afferma che i diritti in materia di privacy riferiti ai dati personali di soggetti deceduti possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio e agisce a tutela dell’interessato deceduto in qualità di suo mandatario o per ragioni familiari meritevoli di protezione.

La documentazione tecnica nel contesto dell’Internet of Things

La documentazione tecnica nel contesto dell’Internet of Things

Internet of Things – letteralmente “Internet degli oggetti” o IoT, – è l’espressione utilizzata ormai da qualche anno per definire la rete delle apparecchiature e dei dispositivi, diversi dai computer, connessi a Internet. Sensori per il fitness, automobili, radio, impianti di climatizzazione, ma anche elettrodomestici, lampadine, telecamere, pezzi d’arredamento, container per il trasporto delle merci… insomma qualunque dispositivo elettronico equipaggiato con un software che gli permetta di scambiare dati con altri oggetti connessi.

Il neologismo, riferito all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, è stato introdotto da Kevin Ashton, cofondatore e direttore esecutivo di Auto-ID Center, consorzio di ricerca con sede al MIT, durante una presentazione presso Procter & Gamble nel 1993. Il concetto fu in seguito sviluppato dall’agenzia di ricerca Gartner. Secondo le stime dell’agenzia, gli oggetti attualmente connessi sono circa 5 miliardi e diventeranno 25 miliardi entro il 2020.

Se da un lato orologi intelligenti, braccialetti per il fitness e macchine che si parcheggiano da sole sono ormai entrate nella nostra quotidianità, dall’altro estrarre un senso dai dati e ricavarne un valore aggiunto è ancora un’attività in divenire. Gli oggetti diventano solo il mezzo per arrivare a un obiettivo più complesso: sono strumenti per raccogliere dati. E questo vale sia per la nostra quotidianità sia per le imprese, tanto per i dispositivi che portiamo al polso quanto per i sensori utilizzati nelle industrie.

Oggi, gli obiettivi legati all’Internet delle cose sono principalmente tre:

  • raccogliere informazioni in modo affidabile e garantendo una corretta connessione tra i dispositivi,
  • estrarre indicazioni utili dall’analisi computazionale dei dati,
  • assicurare la protezione ai dati sensibili

Come cambia la documentazione tecnica e di prodotto nel contesto dell’internet delle cose?

La documentazione tradizionale presenta un fattore comune: è sempre il fruitore a svolgere la parte attiva nella ricerca delle informazioni che gli sono necessarie per svolgere il proprio compito, per esempio la selezione di un prodotto o ricambio, il funzionamento di una macchina, la sostituzione di un componente, la soluzione di un problema operativo, ecc…

L’internet delle cose, e in parte già gli help online evoluti, rovescia questo paradigma. Lo smart object conosce il proprio stato e riconosce l’utente che interagisce con esso, e può, quindi, erogare in modo automatico l’informazione adeguata. Il dispositivo IoT può essere anche in grado di interagire con altri device e “prendere delle decisioni” sulla base delle istruzioni fornite dall’utente o delle sue abitudini.

Inoltre, nel corso degli ultimi anni la complessità della documentazione tecnica (manuali, help online, ecc.) e della documentazione di prodotto (cataloghi, schede, e-commerce, ecc.) è cresciuta in modo sempre più rapido e la gestione documentale si è trasformata: ieri si trattava di digitalizzare documenti, oggi di digitalizzare interi processi e flussi di lavoro.

La via per affrontare in modo vincente la complessità è quella di gestire i contenuti secondo la logica della segmentazione e del single sourcing (gestire il dato una sola volta e riusarlo in modo coerente laddove serve), e automatizzarne la pubblicazione, utilizzando dei tag come marcatori per discriminarne la destinazione. Dal punto di vista della pubblicazione il concetto base è quello di automazione, passando – per esempio – da sistemi di impaginazione automatica delle pubblicazioni su carta/PDF, a servizi web in grado di alimentare dinamicamente help online, e-commerce, app e applicazioni per l’erogazione dei contenuti attraverso gli smart objects.

Riassumendo, dal punto di vista della gestione dei contenuti, questa evoluzione implica l’esigenza di disporre di tool che permettano di:

  • Segmentare e standardizzare i contenuti multimediali e multilingua.
  • Integrarsi con altre fonti dati presenti in azienda.
  • Marcare i contenuti con tag (attributi / valori) multidimensionali atti a descriverne le condizioni di riuso.
  • Esportare i contenuti selettivamente e nei formati richiesti dagli output di destinazione.
  • Interfacciarsi con servizi web.
Il Marchio Internazionale l’accordo e il Protocollo di Madrid

Il Marchio Internazionale: l’accordo e il Protocollo di Madrid

Diversamente da quanto farebbe pensare l’uso dell’espressione “marchio internazionale”, non si tratta in realtà di un marchio avente un’efficacia sovranazionale.

Si tratta, invece, di una procedura semplificata di deposito che permette di presentare un’unica domanda presso un singolo ufficio (OMPI- Organizzazione Mondiale Proprietà Industriale, con sede a Ginevra in Svizzera), nella quale vengono designati uno o più Stati scelti tra quelli aderenti all’Accordo e al Protocollo di Madrid. Anche il rinnovo viene amministrato unitariamente presso il medesimo ufficio.

La registrazione si riferisce solo ai Paesi che sono stati indicati all’atto del deposito della domanda e avrà lo stesso identico valore di una registrazione nazionale, tanto che il marchio nei singoli Stati è sottoposto ad un esame da parte dell’ufficio locale secondo la relativa normativa.

Il marchio internazionale presenta due vantaggi rispetto ai singoli depositi nazionali.

In primo luogo, consente una semplificazione delle procedure: infatti, invece di presentare tante domande di marchio quanti sono i paesi interessati, come avviene nel caso di singoli depositi nazionali, è sufficiente presentare un’unica domanda all’OMPI.

In secondo luogo, il costo connesso al deposito internazionale è di regola meno elevato dell’insieme dei costi che si dovrebbero sostenere nel caso di singoli depositi nazionali negli stessi paesi.

Il “marchio internazionale” è stato originariamente previsto dall’Accordo di Madrid del 1891, concernente la registrazione internazionale dei marchi ed è stato oggetto nel corso degli anni di molte revisioni, compreso il c.d. Protocollo di Madrid del 1999, grazie al quale hanno aderito al sistema anche molti paesi importanti commercialmente per le nostre imprese, come gli Stati Uniti, il Giappone, la stessa Unione Europea. Pertanto, per le imprese italiane è ora possibile designare tuti i paesi aderenti all’intero “sistema di Madrid”.

Attualmente aderiscono al c.d. “sistema di Madrid” circa un centinaio di Stati e con molti altri esistono trattative in corso per una futura adesione.

Per un’impresa con sede in Italia, già titolare di un marchio nazionale italiano (“marchio di base”), la domanda di registrazione internazionale si presenta all’OMPI per il tramite dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

Se l’impresa, invece, ha sede all’estero, occorre prima depositare una domanda di registrazione del marchio nel paese in cui la  titolare ha la sede legale oppure un ufficio serio  ed effettivo, e poi sulla base di tale marchio procedere con l’estensione internazionale, per il tramite dell’ufficio marchi in cui è depositato o registrato il marchio di base.

Successivamente al deposito, l’OMPI procede ad una verifica formale in merito alle tasse pagate e alla correttezza della lista prodotti e servizi designata. In difetto, l’OMPI può emettere un rilievo al quale è necessario replicare per evitare l’estinzione del diritto.

Una volta superato l’esame sulle formalità, l’OMPI emette il certificato di registrazione, lo pubblica e procede quindi al suo inoltro alle Amministrazioni nazionali dei paesi designati nella medesima domanda.

Gli uffici marchi dei singoli Stati dispongono quindi fino a diciotto mesi di tempo per esaminare la domanda di registrazione ai sensi della normativa locale ed eventualmente pubblicarla per permettere opposizioni di terzi, se previsto dalla normativa applicabile.

Se non vengono sollevate obiezioni da arte degli esaminatori locali o presentate opposizioni di terzi, l’ufficio marchi nazionale, se previsto dalla normativa locale, emette un certificato attestante la protezione del marchio internazionale nel paese stesso (c.d. grant of protection). La registrazione avrà quindi lo stesso valore di un marchio nazionale registrato in tale paese.

Se, invece, l’esaminatore locale ritiene che sussistano dei motivi di non registrabilità, oppure se viene presentata un’opposizione da parte di un terzo, l’ufficio marchi nazionale emette un rifiuto provvisorio di protezione, che viene notificato, tramite l’OMPI, al titolare o al suo consulente marchi. In tale decisione viene anche indicato un termine entro cui replicare per il tramite di un consulente marchi locale. In questi casi viene quindi nominato un corrispondente nel paese e si inizia una procedura amministrativa a livello nazionale, con la predisposizione ed il deposito di una replica al rifiuto provvisorio. Tal procedura si conclude con una decisione definitiva, notificata sempre tramite l’OMPI, che può risultare di accettazione della registrazione oppure di rifiuto definitivo.

L’eventuale decisione di rifiuto definitivo emessa da un ufficio marchi di un paese designato nella registrazione internazionale non compromette l’eventuale validità nel marchio negli altri paesi designati.

In pratica, dopo il rilascio del certificato di registrazione internazionale dell’OMPI, il titolare deve attendere circa un anno e mezzo, o più in caso di procedure più complesse dovute a rifiuti degli uffici marchi od opposizioni di terzi, prima che i paesi interessati abbiano confermato la protezione.

Il titolare di un marchio internazionale può anche designare successivamente degli Stati aderenti al “sistema di Madrid” tramite le c.d. estensioni territoriali posteriori.

La registrazione internazionale permette quindi di estendere in molti paesi i propri diritti sul marchio di base con una procedura semplificata e con costi contenuti o comunque più basi rispetto ai singoli depositi nazionali. Tuttavia occorre evidenziare che una registrazione internazionale è vincolata alla validità del marchio di base per un periodo di cinque anni dalla data di registrazione.

In questo periodo, se detto marchio, per un qualsiasi motivo (per esempio a seguito di un’azione di un’opposizione di terzi o di un’azione di nullità) viene dichiarato invalido, anche la corrispondente registrazione internazionale viene invalidata. Si tratta del c.d. “attacco centrale”, grazie al quale si può far  cadere un’intera registrazione internazionale, attaccando il solo marchio di base nei primi cinque anni. Solo alla scadenza del periodo di cinque anni, la registrazione internazionale diventa indipendente dalle vicende che possono interessare il marchio di base.

In caso di designazione dell’Unione Europea nella registrazione internazionale, si tenga presente che il carattere di unitarietà del marchio dell’Unione Europea non viene meno, con la conseguenza che se esso viene rigettato o invalidato, lo sarà per tutti i paesi dell’Unione Europea ai quali si estende l0efficacia del marchio dell’Unione Europea.

Per tale motivo, in sede di studio della strategia di deposito del marchio è sempre consigliabile valutare se designare gli Stati Europei singolarmente considerati o lintea Unione Europea.

Riprendo un capitolo presente in un articolo precedente:

Consigli per un marchio definito da una parola

  • Il marchio deve trasmettere qualcosa al consumatore
  • Il marchio deve essere facilmente pronunciabile e memorizzabile
  • Prima di studiare il marchio è opportuno valutare chi è il consumatore
  • Prima di studiare il marchio valutare in quali Paesi si utilizzerà il marchio in quanto non deve avere un significato sgradevole in alcune lingue e comunque deve essere facilmente pronunciabile
  • Il marchio dovrebbe essere fra le 4 e le 8 lettere
  • Valutare la possibilità di depositare il marchio per più classi merceologiche
  • Più il marchio è debole e cioè ricorda il prodotto più possono nascere successivamente marchi simili ma nello stesso tempo il consumatore comprende più facilmente la tipologia del prodotto contraddistinto dal marchio
  • Più il marchio è forte e più può essere utilizzato per impedire l’utilizzo di marchi simili ma nello stesso tempo occorrono più investimenti pubblicitari in quanto non ricorda il prodotto
  • Prima di utilizzare ed eventualmente depositare un marchio eseguire una ricerca di anteriorità.
Il rating di legalità

Il rating di legalità

Il rating di legalità è uno strumento pensato per le imprese italiane, volto alla promozione e all’introduzione di principi di comportamento etico in ambito aziendale, tramite l’assegnazione di un giudizio sul rispetto della legalità e della trasparenza da parte delle imprese che ne abbiano fatto richiesta.

L’obiettivo è quello di conferire alle imprese virtuose un titolo di riconoscimento collegabile a vantaggi in sede di concessione di finanziamenti pubblici e agevolazioni per l’accesso al credito bancario. La banca che non concedesse crediti ad una impresa con rating, sarà tenuta a motivare la scelta con apposita nota alla Banca d’Italia. L’ottenimento del rating comporta, inoltre, una riduzione dei tempi e soprattutto dei costi per la concessione del finanziamento.

Oltre a questi vantaggi, il rating di legalità permette alle aziende di avere maggiori possibilità di business, di contare su una maggiore visibilità sul mercato e una migliore immagine sul territorio, grazie alla presenza nell’elenco delle imprese titolari di rating, pubblicato nel sito dell’AGCM.

Modalità per ottenere il Rating

L’impresa che intende ottenere il rating deve presentare all’AGCM apposita domanda sottoscritta dal legale rappresentante e redatta mediante compilazione del formulario pubblicato sul sito dell’Autorità.

Il rating di legalità ha durata di due anni ed è rinnovabile su richiesta.

Requisiti per ottenere il Rating

Sono indicati nel Regolamento, approvato dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) con delibera n. 26166/2012, sostituita poi dalla delibera n. 27165/2018.

Secondo quanto stabilito dal suddetto Regolamento, possono richiedere l’attribuzione del rating le imprese, sia individuali che societarie, che soddisfano i seguenti quattro requisiti:

  1. sede operativa in Italia;
  2. fatturato minimo di due milioni di euro nell’esercizio chiuso l’anno precedente a quello della domanda;
  3. iscrizione al registro imprese da almeno due anni alla data della domanda;
  4. rispetto dei requisiti sostanziali richiesti dal Regolamento attuativo.

Attribuzione del Rating

In base alle dichiarazioni presentate dall’azienda, verificate mediante controlli incrociati, viene attribuito un punteggio, convenzionalmente misurato in stellette, che va da una a un massimo di tre stellette.

Per l’attribuzione del rating di legalità è necessario il rispetto di tutti i requisiti di cui all’articolo 2, commi 2 e 3 del Regolamento. In questa ipotesi l’impresa ha diritto all’attribuzione di un punteggio base pari a una stelletta.

Rispettando gli ulteriori requisiti del Regolamento possono essere ottenuti dei segni +. Tre segni + corrispondono ad una ulteriore stelletta, per un massimo di tre stellette.

Requisiti per incrementare il punteggio

Il punteggio base sarà incrementato da un ulteriore segno + quando l’azienda risponde a determinate condizioni previste dal Regolamento, dimostrando ad esempio di aver adottato modelli organizzativi di prevenzione e di contrasto della corruzione, di aver utilizzato sistemi di tracciabilità dei pagamenti anche per somme di importi inferiori rispetto a quelli fissati dalla legge, di aver aderito ai protocolli o alle intese di legalità finalizzati a prevenire e contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale.

 

Tra gli obiettivi del rating di legalità vie è quindi anche quello di fermare la corruzione, poiché i comportamenti illegali e le interferenze con le organizzazioni criminali ostacolano il corretto funzionamento del mercato concorrenziale. Occorre però riconoscere che, pur essendo un valido strumento nella lotta alla corruzione, l’utilizzo del rating da parte delle aziende è ancora limitato, sia per i vincoli di fatturato e del periodo di iscrizione al registro delle imprese, sia per una sua insufficiente pubblicizzazione.

Differenza tra rating di legalità e rating di impresa

Il rating di legalità, di competenza dell’AGCM, non deve essere confuso con il rating di impresa, gestito dall’ANAC.

Il rating di Legalità è un istituto di applicazione generale, e quindi non limitato alla normativa appalti, volto a premiare e promuovere i principi di comportamento etico in ambito aziendale, traducendosi in una valutazione indicativa del rispetto della legalità e dal grado di attenzione riposto nella corretta gestione del business.

Al contrario, il rating di impresa, introdotto per la prima volta con il D.Lgs 50/2016, si applica al settore degli appalti pubblici.

I CMS dall’editing tradizionale al publishing strutturato

I CMS: dall’editing tradizionale al publishing strutturato

Cos’è un CMS? Tecnicamente, un Content Management System, in acronimo CMS, è uno strumento software installato su un server, che generalmente si appoggia su un database, il cui compito è facilitare la gestione e l’archiviazione dei contenuti.

Perché adottare un CMS / CCMS per la gestione di contenuti tecnici e di prodotto?

Nel corso degli ultimi anni la complessità della documentazione tecnica (manuali, help online, ecc.) e della documentazione di prodotto (cataloghi, schede, e-commerce, ecc.) è cresciuta in modo sempre più rapido e la gestione documentale si è trasformata: ieri si trattava di digitalizzare documenti, oggi di digitalizzare interi processi e flussi di lavoro. Tra i vantaggi della digitalizzazione dei processi c’è l’introduzione di automatismi e di attività pilotate dai sistemi e per questo il Workflow Management è diventato un tema centrale in tutti i progetti di gestione documentale. Oggi la maggior parte dei software CMS, più o meno evoluti, affiancano a strumenti per la gestione classica dei contenuti tool per la gestione dei processi in un’ottica di Business Process Management.

L’esigenza è quella di poter automatizzare i processi editoriali, generando contenuti multilingua e realizzando output multicanale attraverso la pubblicazione in automatico di manuali, cataloghi, listini, schede, ecc., su carta, web, mobile, app, cd/dvd e la personalizzazione delle pubblicazioni in base ai destinatari della comunicazione tecnica.

Le aziende 4.0 possono sfruttare i contenuti tecnici per innovare il rapporto con i propri interlocutori: fornitori, personale interno, forza vendita, partner, lead e clienti.

Ridurre costi e rischi, incrementare la produttività, massimizzare gli investimenti in software e contenuti, differenziarsi dai competitor, prepararsi al futuro: ecco alcuni benefici dell’adozione di un sistema di Content Management per gestire i contenuti e realizzare una documentazione tecnica e di prodotto multicanale.

Il publishing strutturato

Il marchio italiano

Il marchio italiano

In Italia, il deposito di un marchio avviene mediante presentazione di un’apposita domanda all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM).

Nella domanda, tra l’altro, si riportano i dati relativi al richiedente, quelli dell’eventuale mandatario che agisce su incarico del richiedente, la denominazione del marchio, l’esemplare, le classi e i relativi prodotti e/o servizi per i quali si chiede la protezione.

Ciascuna domanda può riguardare un solo marchio, designando una o più classi merceologiche.

Il marchio ha una durata di dieci anni dal deposito della domanda e, prima della scadenza (ovvero, in mora, entro i sei mesi successivi alla stessa), può essere rinnovato per ulteriori periodi di dieci anni ciascuno.

Il marchio, inoltre, deve essere usato per le varie tipologie di prodotti e/o servizi per i quali è stato registrato. Il mancato uso del marchio per un qualsiasi periodo continuativo di cinque anni, successivamente alla data di registrazione, ne comporta la decadenza relativamente i prodotti e/o servizi per i quali non è stato usato.

Il deposito del marchio dovrebbe essere preceduto da una ricerca di anteriorità per verificare che non risultino depositi e registrazioni di marchi anteriori identici o simili da parte di terzi.

Nel caso di un deposito della domanda di un marchio italiano tale ricerca dovrebbe essere effettuata non solo tra i marchi nazionali italiani, ma anche tra i vari marchi che hanno efficacia sul nostro territorio nazionale e, quindi, tra i marchi “internazionali” depositati ai sensi dell’Accordo e del Protocollo di Madrid e designanti l’Italia e/o l’Unione Europea, nonché tra i marchi dell’Unione  Europea (marchi comunitari).

In seguito all’avvenuto deposito del marchio, l’UIBM prende in esame la domanda di registrazione del marchio.

L’esame dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi ha tuttora natura sostanzialmente formale ed è volto ad individuare l’eventuale presenza di elementi ostativi alla registrazione che siano sostanzialmente desumibili dalla stessa domanda quali, ad esempio: il carattere descrittivo del segno, l’adozione di un segno che rientri tra quelli d’uso comune in commercio o nel linguaggio corrente, la contrarietà all’ordine pubblico o al buon costume.

Per i motivi sopra descritti, l’UIBM può respingere la domanda del marchio. Nei confronti dei provvedimenti che respingono la domanda, il richiedente può presentare ricorso alla Commissione Ricorsi.

Una volta conclusa questa prima fase di esame, il marchio viene pubblicato nel Bollettino Marchi, ai fini della possibile opposizione di terzi.

Se non vengono presentate opposizioni, l’UIBM concede la registrazione e rilascia un apposito certificato.

Il marchio italiano costituisce un titolo efficace in Itala e, a seguito di particolari accordi fra Stati, anche nella Repubblica di San Marino e nello Stato Vaticano.

E’ da notare che l’UIBM non svolge un esame circa la novità del marchio, ovvero non verifica l’esistenza di marchi anteriori identici o simili, depositati o registrati da terzi per contraddistinguere prodotti e/o servizi identici o affini.

In Italia vige il c.d. “principio della nullità relativa”, tale per cui è onere dei titolari di marchi anteriori opporsi alla registrazione di un marchio depositato, secondo una procedura amministrativa dinanzi all’UIBM oppure, successivamente alla concessione, avviare un’azione giudiziaria per chiedere la nullità della registrazione. In pratica, è onere dei titolari dei marchi anteriori identici o  simili agire contro i marchi depositati successivamente.

Sotto questo profilo, la procedura attualmente in vigore in Italia non dà alcuna garanzia ce non esistano marchi anteriori identici o simili a quello registrato. In altri termini, si potrebbe ottenere la registrazione di un marchio anche  in presenza di un marchio anteriore identico, registrato per i medesimi prodotti. Naturalmente il marchio successivo, in conflitto con quello anteriore, sarebbe nullo. Per tale motivo, nel caso di depositi di marchio italiani, è ancora maggiormente consigliabile effettuare ricerche di anteriorità prima di depositare il marchio.

SUGGERIMENTI

  • Studiare un marchio forte e che quindi non sia d’uso comune nel settore merceologico di interesse.
  • Fare una ricerca di anteriorità non solo fra i marchi registrati ma anche tra  i marchi non registrati ma utilizzati da aziende dello stesso settore merceologico.
  • Controllare periodicamente i marchi successivi dello stesso settore e fare opposizione in caso di marchi identici o
  • A lato del marchio mettere ™ in caso di marchio non registrato o appena depositato.
  • A lato del marchio mettere ®in caso di marchio registrato.
I marchi nazionali esteri

I marchi nazionali esteri

Se, oltre all’Italia, si desidera ottenere una tutela del proprio marchio anche all’estero, è possibile procedere a depositi nazionali del marchio, paese per paese, in ciascuno degli Stati esteri di proprio interesse. In alternativa è possibile ottenere una tutela del marchio in numerosi paesi esteri mediante il marchio internazionale o, nell’ambito dei paesi dell’Unione Europea, mediante il marchio dell’Unione Europea.

Per depositare un marchio nazionale nel paese estero ci si potrà avvalere di un mandatario operante nel paese straniero di pertinenza, oppure, più semplicemente, ci si potrà rivolgere ad un mandatario italiano che provvederà al deposito del marchio all’estero tramite la rete dei propri corrispondenti.

Tale modalità di registrazione del marchio consente di ottenere un titolo efficace solo in tale Stato.

La durata dei marchi all’estero è generalmente di dieci anni, ma può essere diversa in determinati paesi.

Il marchio può essere rinnovato prima della scadenza, di volta in volta, ma non necessariamente ovunque, è prevista la possibilità di rinnovare il marchio in mora nei sei mesi successivi alla data di scadenza, o entro un diverso termine.

Come avviene per il marchio italiano, anche quelli dei vari paesi esteri sono soggetti a termini di decadenza per non uso. Si noti che tali termini sono da verificare caso per caso, in quanto non necessariamente coincidono con il termine quinquennale previsto dalla norma italiana. In Cine, per esempio, il termine di decadenza per non uso è di soli tre anni dalla data di registrazione.

Inoltre, il deposito del marchio estero dovrebbe essere preceduto da una ricerca di anteriorità per verificare che non risultino depositi e registrazioni di marchi anteriori identici o simili nel paese in questione, benché tali ricerche non vengano sovente richieste dalle imprese a causa dei loro costi.

Infine, è opportuno segnalare che, nell’ambito dei paesi aderenti alla Convenzione di Parigi (alla quale aderiscono la gran parte degli Stato del mondo), nel caso del primo deposito di un marchio in un paese aderente alla  Convenzione (ad es. l’Italia) è possibile effettuare successivi depositi in altri paesi della Convenzione purché entro il termine di sei mesi dal primo deposito, rivendicando la c.d. “priorità”. La rivendicazione della priorità consente di fare retroagire gli effetti derivanti dai successivi depositi alla data del primo. In sostanza posso estendere il marchio in altri paesi anche dopo anni dal primo deposito ma se estendo entro i sei mesi dal primo deposito gli effetti del marchio decorrono dalla data di primo deposto nel proprio paese.

In seguito all’avvenuto deposito del marchio, l’ufficio marchi locale prende in esame la domanda di registrazione del marchio.

L’esame differisce sensibilmente da paese a paese, Alcuni Stati, come avviene in Italia, eseguono un esame formale della domanda, altri paesi, come  per esempio gli Stati Uniti, svolgono anche un esame sostanziale e verificano, in particolare, che il segno prescelto non sia identico o simile ad altri marchi anteriori. Quasi tutti i paesi prevedono procedure di opposizione alle quali possono ricorrere i titolari di marchi o altri diritti anteriori. In linea di principio, si può ritenere che la concessione della registrazione di un marchio sia tanto più “solida” quanto più completa è la procedura d’esame prevista dalla normativa del pase in questione.

I genere, quando la registrazione del marchio venga respinta, è possibile presentare ricorso allo stesso ufficio che ha emesso la decisione di diniego di registrazione o al superiore gerarchico e, in caso di ulteriore diniego, all’autorità giudiziaria.

Per gli elevati costi di deposito paese per paese normalmente si sceglie questa strada quasi esclusivamente o solo per i paesi che non aderiscono alla Convenzione di Parigi o nel caso di estensione in un numero limitato di paesi.

Credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo chiarimenti dell’Agenzia delle entrate in materia di operazioni straordinarie

Credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo: chiarimenti dell’Agenzia delle entrate in materia di operazioni straordinarie

Il credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo è stato introdotto nel nostro ordinamento dall’art. 3 del D.L. 145/2013 poi successivamente modificato, da ultimo con la Legge di Bilancio 2017. Nell’attuale formulazione l’agevolazione è riconosciuta nella misura del 50% per tutte le tipologie di spesa sostenute. In particolare sotto il profilo oggettivo trova applicazione per gli investimenti in attività di ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale tra cui rientra la produzione e il collaudo di prodotti, processi e servizi. Tali investimenti dovranno essere effettuati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020.

Con la circolare n. 10/E del 16.05.2018, l’Agenzia delle entrate è intervenuta in relazione alla fruizione del credito d’imposta R&S nel caso di operazioni straordinarie, quali fusione, scissione, trasformazione e conferimento d’azienda, al fine di levare qualsiasi dubbio interpretativo in materia.

Nello specifico per quanto riguarda la trasformazione la problematica che può sorgere nella determinazione del credito d’imposta attiene alla formazione di periodi fiscali autonomi di durata differente da quella usuale. L’Agenzia afferma che il periodo compreso tra l’inizio del periodo d’imposta e la data in cui ha effetto la trasformazione costituisce autonomo periodo d’imposta in relazione alla quale la società trasformata ha diritto a calcolare il credito d’imposta considerando i costi imputabili in base alla regola della competenza prevista dalla disciplina agevolativa.

Per i periodi d’imposta successivi la società risultante dall’operazione di trasformazione calcola il credito d’imposta avendo come riferimento la media storica determinata in capo alla società trasformata per il suo intero valore. Nel caso in cui la trasformazione abbia avuto luogo in uno dei periodi rilevanti ai fini del calcolo della media storica, la società risultante dalla trasformazione per accedere al beneficio dovrà considerare nel calcolo anche i costi sostenuti prima della trasformazione.

Anche le operazioni di fusione e scissione presentano delle complessità sempre in relazione al calcolo dell’agevolazione, specie nel caso in cui tali operazioni siano poste in essere nel corso di uno dei periodi d’imposta rilevanti ai fini della determinazione della media di riferimento o se realizzate in uno dei periodi agevolati. Nella prima ipotesi il soggetto risultante dall’operazione è tenuto a considerare anche i costi rilevanti ai fini del calcolo del parametro storico di riferimento sostenuti dalle società incorporate o fuse. Nella seconda ipotesi occorre distinguere a seconda che le operazioni abbiano avuto effetti retroattivi o meno con la distinzione che, se l’operazione è retrodatata gli investimenti agevolabili sostenuti fino al giorno antecedente l’operazione rilevano in capo al soggetto incorporante o risultante, se l’operazione non è retrodatata la stessa determina la chiusura dell’esercizio delle incorporate o fuse e relativamente a tale autonomo periodo d’imposta la società ha diritto ad un credito d’imposta in relazione ai costi sostenuti fino alla data dell’operazione.

Infine occorre precisare che la circolare in commento dev’essere intesa come integrativa rispetto ai precedenti interventi in materia, e l’Agenzia precisa che la correzione di comportamenti difformi tenuti per errata interpretazione della norma potrà essere esercitata presentando una dichiarazione integrativa con successivo versamento del maggior credito utilizzato oppure con la sola presentazione della dichiarazione integrativa con la corretta indicazione del credito se invece l’errore ha comportato la determinazione di un minor credito.

Nuovo Regolamento UE 2016-679 sulla privacy facciamo il punto

Nuovo Regolamento UE 2016/679 sulla privacy: facciamo il punto

Il nuovo Regolamento (UE) 2016/679 sulla privacy, noto come GDPR (General Data Protection Regulation), è in vigore dal 25 maggio 2018, tuttavia il percorso di adeguamento della normativa italiana appare ancora lacunoso.
Facciamo un passo indietro.
Il 14 maggio 2018 il Governo ha trasmesso alle Camere lo schema di decreto legislativo, recante disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale al Regolamento (UE) 2016/679.

Il 22 maggio 2018 il Garante Privacy ha espresso il parere favorevole allo schema di decreto, con alcune precisazioni.
Il Garante ha posto, infatti, alcune obiezioni in merito a profili di particolare interesse quali, ad esempio, il tempo di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico, suggerendo che tali osservazioni siano valutate dagli addetti ai lavori.
Inoltre nel parere vengono affrontati dubbi interpretativi in relazione ai trattamenti dei dati, specie nei casi particolari riguardanti l’ambito pubblico, il consenso del minore ed il riutilizzo di dati a fini di ricerca scientifica o a fini statistici.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che il Regolamento UE 2016/679 da un lato, non è chiaro nella sua formulazione, dall’altro necessita di un decreto di attuazione, che non è stato ancora pubblicato. Tutto questo rende quasi impossibile agire “a norma”.

La situazione è ulteriormente complicata dalla recente decisione di far slittare al prossimo 21 agosto il decreto attuativo per chiarire e adeguare la legislazione italiana al regolamento europeo. A questo punto, come orientarsi? È chiaro che il regolamento 679/2016 una volta entrato in vigore – cioè dal 25 maggio – è legge e sono legge tutti gli obblighi che comporta: adozione di misure idonee per il corretto trattamento dei dati, basato su principi di liceità, correttezza e trasparenza; revisione delle informative; registro dei trattamenti con revisione e aggiornamento dei dati di titolare e incaricati.
Chiunque subisca un danno materiale o immateriale causato da una violazione ha dunque il diritto di ottenere il risarcimento ai sensi del regolamento UE e non più del testo unico sulla privacy del 2003. Il Garante può dunque infliggere sanzioni pecuniarie che possono arrivare a un massimo di 20 milioni di euro o al 4% del fatturato delle imprese, secondo un principio di proporzionalità: più grave è la violazione maggiore sarà l’importo da pagare.
Tuttavia, in considerazione del ritardo nell’emanazione del decreto legislativo di adeguamento al nuovo regolamento sulla privacy, non sono ancora chiare quali multe saranno applicate. Il GDPR stabilisce, infatti, solo gli importi massimi e non chiarisce i parametri per la loro applicazione, riservando al Garante ampi margini di discrezionalità.
Lo slittamento crea dunque un clima di incertezza senza precedenti.
Si auspica che a breve si riesca a dare certezze ai cittadini e ai professionisti.

Le misure cautelari sui diritti di proprietà industriale

Le misure cautelari sui diritti di proprietà industriale

In caso di violazione dei diritti di Proprietà Industriale è possibile ricorrere alle misure cautelari previste dal C.p.i.: descrizione, sequestro, inibitoria.

Si noti inoltre che con il decreto legislativo nr. 140/2006 (di esecuzione della Direttiva nr. 48/2004/CE, cosiddetta “Direttiva Enforcement”) è stato introdotto nel Codice, in funzione di misura cautelare, l’ordine di ritiro dal commercio dei prodotti contraffatti presso chiunque ne abbia la disponibilità (articolo 131 C.p.i.).

Preliminarmente, si tenga presente che i presupposti necessari per poter richiedere le suddette misure cautelari sono il fumus boni juris ed il periculum in mora. In altre parole, si deve dimostrare un principio di fondatezza della propria domanda (fumus) e che  il tempo necessario per arrivare alla conclusione del giudizio potrebbe rivelarsi pregiudizievole per il proprio diritto (periculum). Con riferimento a questo secondo presupposto, tuttavia, parte della giurisprudenza si è più volte pronunciata nel senso di ritenere il periculum insito nella contraffazione della privativa e pertanto comunque presente nell’ipotesi in cui il fenomeno contraffattivo sia ancora sussistente. Tuttavia altra corrente giurisprudenziale ritiene privo del requisito del periculum un cautelare avviato dopo molti mesi o anni dall’inizio e/o dall’apprendimento del fenomeno contraffattivo.

In casi di particolare urgenza il giudice può decidere inaudita altera parte e cioè senza sentire la controparte, riservandosi di confermare o  revocare il provvedimento dopo il contraddittorio instaurato tra le parti nei successivi 15 giorni. Nella pratica le misure d’urgenza vengono concesse in tempi molto rapidi (da un minimo di pochi giorni ad un massimo di pochi mesi) garantendo così al titolare del diritto di esclusiva una reazione tempestiva ed efficace alla violazione dello stesso. Le misure cautelari possono essere concesse anche su titoli di privativa in stato di domanda.

La descrizione ha lo scopo di acquisire elementi probatori della contraffazione del marchio/modello/brevetto. Si noti, però, che tali elementi talvolta possono essere più semplicemente acquisiti in altri modi, ad esempio procurandosi il prodotto contraffatto o cataloghi o materiale promozionale o pubblicitario dal quale risulti la contraffazione, e così via.

Una possibilità data dalla descrizione è anche l’acquisizione dei documenti contabili al fine di ottenere informazioni sul volume contraffattivo e valutare poi se avviare o meno una causa.

Il sequestro, in vece, ha lo scopo principale di sottrarre alla  disponibilità del contraffattore gli oggetti che costituiscono violazione del diritto di privativa ed i relativi mezzi di produzione, oltre che finalità probatorie.

L’inibitoria e l’ordine di ritiro dal commercio in sede cautelare, infine, hanno lo scopo di impedire la produzione, l’uso e  la commercializzazione di quanto costituisce violazione del diritto. Le altre misure cautelari possono essere richieste anche congiuntamene o subordinatamente alla descrizione.

L’articolo 129 precisa inoltre che “ai fini della conferma, modifica o revoca della descrizione o dell’eventuale concessione delle misure cautelari chieste unitamente o  subordinatamente alla descrizione, il giudice fissa l’udienza di discussione tenendo conto della descrizione allo scopo di valutarne il risultato”. La prova della contraffazione acquisita per il tramite della descrizione, quindi, è valutata già in fase cautelare.

Infine, con la più recente riforma codicistica:

è stata riconosciuta la possibilità di un accertamento negativo della contraffazione di una privativa industriale anche in via d’urgenza: tale nuovo strumento consente una sorta di “difesa anticipata” nel senso che  permette, specie a chi teme un attacco ingiustificato e quindi strumentale, di prevenire l’azione di contraffazione da parte di un concorrente;

è stata introdotta la consulenza tecnica preventiva (cosiddetta “consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite” di cui all’art. 696-bis del codice di procedura civile): tale  nuovo strumento consente di ottenere in tempi brevi un accertamento di validità/violazione della privativa che sarà poi utile al soggetto che l’ha richiesta per l’eventuale composizione stragiudiziale della vertenza. La parte può anche in un successivo giudizio di merito richiedere che venga acquisita agli atti la CTU. Si ritiene peraltro che  la CTP possa essere richiesta anche in assenza di motivi di urgenza.

Con il provvedimento cautelare il Giudice stabilisce anche il termine entro il quale le parti devono instaurare il giudizio ordinario di merito (sede destinata a valutare compiutamente le ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento dell’azione cautelare ante causam). Ove il Giudice non vi disponga, il giudizio di merito deve essere iniziato entro il termine di venti  giorni lavorativi, o di trentuno giorni di calendario qualora questi rappresentino un periodo più lungo, dalla data di pronuncia dell’ordinanza (se avvenuta in udienza) o, altrimenti, dalla sua comunicazione.

Se nessuna delle parti inizia l giudizio di merito nei termini prescritti:

i provvedimenti cautelari che abbino natura conservativa (per esempio la descrizione) perdono la propri efficacia;

i provvedimenti di urgenza emessi ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile o gli altri provvedimenti cautelari idonei ad anticipare gli effetti della sentenza di merito (misure cautelari cosiddette anticipatorie) mantengono la propria efficacia. In tal modo si consente di fatto un giudizio molto rapido, da qualche commentatore definito “abbreviato”£. Ad oggi non sono molti i procedimenti cautelari ai quali non è seguito un giudizio di merito.