Decreto attuativo

Decreto Attuativo del Credito d’Imposta per la ricerca e sviluppo

Ieri Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico, durante i lavori di chiusura dell’Assemblea di Confindustria tenutasi all’Expo di Milano, ha annunciato alla platea l’avvenuta firma del decreto attuativo del credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo operativo per il quinquennio 2015-2019.
E’ una notizia che si attendeva da tempo e che è stata accolta dagli imprenditori con grande entusiasmo; per poter conoscere i contenuti di tale provvedimento si dovrà attendere ancora qualche giorno, in quanto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale avverrà solo dopo la registrazione da parte della Corte dei Conti.
Il suddetto credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo originariamente previsto dall’articolo 3 del Dl. 145/2013, che doveva in teoria essere operativo per il periodo d’imposta 2014, è stato riformulato dai commi 35 e 36 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2015. Il credito d’imposta, a seguito della citata riformulazione, allo stato attuale è riconosciuto a tutte le imprese senza alcun limite dettato dalla forma giuridica, dal settore economico in cui si trovano ad operare a dal regime contabile adottato. L’agevolazione, riconosciuta sotto la forma del credito d’imposta, è volta ad incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo effettuati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019.

Vengono agevolate le seguenti voci di spesa:

a) Costi relativi al personale altamente qualificato;
b) Quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;
c) Spese relative a contratti di ricerca stipulati con enti di ricerca, organismi equiparati e con altre imprese comprese le start up innovative;
d) Le spese relative a competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.

Di queste voci sono agevolabili le spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015, andando in questo modo ad istituire un meccanismo incrementale avente come base di calcolo una media fissa (periodi d’imposta 2012, 2013 e 2014).
Sull’eccedenza determinata rispetto alla suddetta media fissa viene calcolato il credito d’imposta riconosciuto alle aziende attraverso l’applicazione di due differenti aliquote: in particolare tale forma di agevolazione spetta nella misura del 25% per le spese indicate ai precedenti punti b) e d), mentre per le spese relative ai punti a) e c) si passa al 50%.
Il credito d’imposta è riconosciuto fino ad un importo massimo annuale di 5 milioni di euro per ciascun beneficiario; è fissata anche una soglia minima di spesa pari a euro 30.000.

PMI innovative

PMI innovative

L’articolo 4 del D.L. n. 3 del 24.01.2015 ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo regime agevolato a favore delle piccole e medie imprese con oggetto innovativo, le quali possono beneficiare di molte delle agevolazioni già previste per le start up innovative.
La nuova disciplina è riservata alle società di capitali (costituite anche in forma cooperativa) qualificabili come piccole e medie imprese secondo quanto stabilito dalla raccomandazione 2003/361/CE. Si tratta di imprese con meno di 250 dipendenti che hanno un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro.

L’impresa deve avere:

- la residenza in Italia, ai sensi dell’art. 73 TUIR o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo, purché abbiano una sede produttiva o una filiale in Italia
– l’ultimo bilancio deve essere certificato e l’eventuale bilancio consolidato deve essere redatto da un revisore contabile o da una società di revisione iscritti nel registro dei revisori contabili
– le azioni della PMI non possono essere quotate in mercati regolamentati
– non deve essere iscritta al registro speciale previsto per le start up innovative e l’incubatore certificato.

La stessa PMI per poter beneficiare di tali agevolazioni deve altresì possedere due dei seguenti requisiti alternativi:

1. avere le spese di R&S almeno pari al 3% del maggiore fra costo e valore totale della produzione della PMI innovativa;
2. avere almeno un quinto della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno 3 anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero, ovvero, avere almeno un terzo della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di laurea magistrale;
3. essere licenziatarie o depositarie di un brevetto o software registrato alla SIAE.

Per essere riconosciute come PMI innovative, le società devono registrarsi nella sezione speciale del Registro delle imprese creato presso le Camere di Commercio.
L’iscrizione avviene trasmettendo in via telematica alla Camera di Commercio competente in via territoriale una dichiarazione contenente le seguenti informazioni:
– ragione sociale e codice fiscale;
– data e luogo di costituzione, nome e indirizzo del notaio;
– sede principale ed eventuali sedi periferiche;
– oggetto sociale;
– breve descrizione dell’attività svolta, comprese l’attività e le spese in ricerca, sviluppo e innovazione;
– elenco dei soci, con trasparenza rispetto a società fiduciarie e holding ove non iscritte nel registro delle imprese, con autocertificazione di veridicità, indicando altresì, per ciascuno e ove sussistano, gli eventuali soggetti terzi per conto dei quali, nel cui interesse o sotto il cui controllo il socio agisce;
– elenco delle società partecipate;
– indicazione dei titoli di studio e delle esperienze professionali dei soci e del personale la cui prestazione lavorativa è connessa all’attività innovativa delle PMI, esclusi eventuali dati sensibili;
– indicazione dell’esistenza di relazioni professionali, di collaborazione o commerciali con incubatori certificati, investitori istituzionali e professionali, università e centri di ricerca;
– ultimo bilancio depositato, nello standard XBRL;
– elenco dei diritti di privativa su proprietà industriale e intellettuale;
– numero dei dipendenti;
– sito internet.
Le informazioni, fornite al momento dell’iscrizione nella sezione speciale, devono essere aggiornate con cadenza annuale (entro il 30 giugno di ogni anno) pena la perdita dello status di PMI innovativa.
Entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e comunque entro 6 mesi dalla chiusura di ciascun esercizio, il rappresentante legale della PMI innovativa deve attestare il mantenimento del possesso dei requisiti mediante apposita dichiarazione da depositare presso l’ufficio del Registro delle Imprese competente. Il mancato adempimento di tale obbligo comporta la cancellazione d’ufficio dalla sezione speciale.
Qualora le PMI presentino tutti i requisiti sopra descritti potranno beneficiare delle seguenti agevolazioni:
– hanno diritto all’esonero dall’imposta di bollo per l’iscrizione al Registro. Sono invece tenute al pagamento dei diritti di segreteria dovuti per adempimenti relativi alle iscrizioni nel registro delle imprese, nonché del pagamento del diritto annuale dovuto in favore delle CCIAA;
– possono remunerare il personale con piani di incentivazione in equity quali stock option e work for equity, con contemporaneo esonero da imposizione sul reddito;
– godono di numerose deroghe al diritto societario;
– non sono soggette alla disciplina delle società non di comodo. La PMI innovativa, infatti, non è tenuta ad effettuare il test di operatività per verificare lo status di società non operativa;
– possono raccogliere capitali di rischio tramite portali on-line (c.d. equity crowdfunding).
Le persone fisiche e giuridiche che investono nel capitale delle PMI innovative possono godere degli incentivi fiscali di cui all’art. 29 del dl 179/2012.
Le persone fisiche possono godere di detrazioni Irpef del 19% dell’investimento, fino ad un massimo investito pari a 500.000,00 euro.
Alle persone giuridiche, invece, le agevolazioni sono concedibili sotto forma di deduzione dall’imponibile IRES pari al 20% della somma investita, fino ad un massimo di 1,8 milioni di euro.
Alle PMI innovative è assicurato l’accesso gratuito e diretto al Fondo centrale di garanzia (di cui all’art. 30, comma 6, del DL 179/2012). Tale garanzia copre fino all’80% del credito erogato dalla banca alla PMI innovativa, fino a un massimo di 2,5 milioni di euro, ed è concessa sulla base di criteri di accesso semplificati e in via prioritaria. Sarà un apposito decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, ad adottare le disposizioni attuative necessarie.

Le finalità economiche delle reti di impresa

Le finalità economiche delle reti di impresa

INTRODUZIONE

Le reti di imprese sono forme di aggregazione di imprenditori attorno ad un progetto condiviso.
Con il contratto di rete due o più imprese si obbligano ad esercitare in comune una o più attività economiche, rientranti nei rispettivi oggetti sociali, allo scopo di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato (art. 3 co. 4-ter D.L. 5/2009 conv. con L. 33/2009 e s.m.i. e Decreto Sviluppo 221/2012).

CARATTERISTICHE E FINALITA’

Le reti di impresa permettono da un lato il mantenimento dell’indipendenza e dell’identità delle singole imprese partecipanti alla rete, dall’altro il miglioramento della dimensione necessaria per competere sui mercati globali. Si tratta di uno strumento adatto al tessuto imprenditoriale italiano, composto da micro, piccole e medie imprese molto efficaci ma spesso incapaci di competere in termini di innovazione e internazionalizzazione con imprese più strutturate e di maggiori dimensioni.

La vera caratteristica innovativa delle reti di impresa che la differenzia da tutte le altre forme societarie, è l’approccio graduale e scalabile alle problematiche di aggregazione. Si passa da un “nanismo imprenditoriale” ad un processo di concentrazione che consente di diminuire le distanze tra visioni, ridurre le differenze, superare le paure personali.

LE FASI DELL’APPROCCIO GRADUALE

1^ Fase: viene creata una rete di imprese di tipo “leggero”, che svolge una attività prevalentemente interna, senza coinvolgere nella operatività soggetti diversi dai retisti, non dispone di un fondo comune e l’organo comune (se istituito) è composto dai retisti che periodicamente si ritrovano per prendere decisioni.
In questa prima fase l’impegno dei retisti è limitato, è stato firmato un contratto con regole di comportamento specifiche, si è investito un capitale limitato, si è partecipato a delle riunioni e si sono svolte attività in comune sfruttando le rispettive strutture aziendali. E’ una modalità per perseguire un progetto comune e testarsi reciprocamente senza compromettere la propria autonomia o investire ingenti capitali. Il rischio patrimoniale e solidale è basso.

2^ Fase: visto il successo dell’iniziativa, gli imprenditori aderenti possono decidere di espandere l’attività della Rete che da “leggera” diventa “pesante” creando un fondo patrimoniale comune per sostenere maggiori investimenti, dotandosi di una struttura dedicata alla gestione del Programma di Rete. Se l’organo comune viene costituito e la rete svolge una attività, anche commerciale, nei confronti di soggetti terzi assumendo obbligazioni verso gli stessi, la rete viene assoggettata ad un regime speciale che limita la responsabilità patrimoniale dei retisti (obbligo di redazione e deposito bilancio).

3^ Fase: la rete aspira a siglare contratti ed assumere obbligazioni in proprio, ossia a diventare un autonomo centro di attribuzione di diritti e obblighi, richiede la soggettività giuridica iscrivendosi nella sezione ordinaria del Registro Imprese e attribuzione partita IVA. L’organo comune non è più mandatario dei partecipanti bensì della rete stessa. Gli imprenditori ora sono nelle condizioni di svolgere attività esterna comune in modo efficiente e stabile (per esempio vendendo i prodotti progettati o realizzati insieme o svolgendo azioni commerciali o di marketing coordinate sui mercati nazionali ed esteri o partecipare a gare e appalti pubblici).

La sorveglianza brevettuale della concorrenza

La sorveglianza brevettuale della concorrenza

La sorveglianza brevettuale è uno strumento essenziale di attacco e/o difesa per un’impresa che svolge attività di Ricerca e Sviluppo.
Al fine di comprendere meglio come si svolge la sorveglianza brevettuale, è opportuno fare una veloce premessa sulle procedure brevettuali. Per ottenere un brevetto si deposita una domanda di brevetto, la quale viene resa disponibile al pubblico 18 mesi dopo la data di deposito; quindi, bisogna superare un procedimento di esame durante il quale viene giudicata la novità ed il livello inventivo di quanto rivendicato nella domanda di brevetto. Sia i brevetti sia le domande di brevetto sono documenti pubblici e possono essere ricercati con delle ricerche brevettuali effettuate in apposite banche dati.
La sorveglianza brevettuale mira a monitorare le domande di brevetto di terzi in un determinato settore tecnologico per poter intervenire, quando possibile, durante il procedimento di esame cercando di impedire la concessione del brevetto oppure di limitare l’ambito di protezione del brevetto eventualmente concesso.

La sorveglianza brevettuale si svolge mediante un’attività di ricerca periodica ed una attività di sorveglianza.
L’attività di ricerca periodica serve a raccogliere le domande di brevetto depositate in un determinato periodo di tempo; la periodicità con cui viene eseguita la ricerca dipende dal settore tecnologico e dall’aggressività (frequenza e numero di depositi) della concorrenza. Tra i documenti ritrovati vengono selezionate le domande di brevetto più interessanti, vale a dire quelle domande di brevetto che potrebbero essere pericolose per la nostra attività.
Le domande di brevetto sopra selezionate vengono messe sotto sorveglianza in modo da controllarne nel tempo il procedimento di esame e, se possibile, intervenire per contrastarne la concessione o limitarne l’ambito di protezione.
Pertanto, la sorveglianza brevettuale permette di avere una visione periodica su di un settore tecnologico e sui concorrenti. Potendo effettuare delle ricerche nominative per inventore, è possibile inoltre monitorare l’attività di ricerca di una singola persona oppure effettuare analisi statistiche in un settore individuandone i principali inventori.
Con la sorveglianza brevettuale si ha un aggiornamento periodico sui trend tecnologici, sugli inventori e sulla concorrenza. Inoltre, questo tipo di aggiornamento è decisamente più tempestivo rispetto ad una analisi di mercato; in quanto generalmente le domande di brevetto vengono depositate in fase di progettazione prima che i prodotti o metodi vengano commercializzati.
L’attività di sorveglianza brevettuale è particolarmente interessante ed efficace per le domande di brevetto europeo, che vengono esaminate a livello centralizzato dall’Ufficio Europeo dei Brevetti e possono essere nazionalizzate selettivamente in 38 stati (tra cui l’Italia) dando vita ad un fascio di brevetti nazionali.

In primo luogo, il procedimento di esame di una domanda di brevetto europeo è consultabile gratuitamente on-line ed è possibile monitorare lo stato dell’arte anteriore e le eventuali obiezioni sollevate dalla Divisione di Esame.
In secondo luogo, è possibile intervenire durante il procedimento di esame (anche in forma anonima) per contestare la novità e/o l’originalità della domanda di brevetto se siamo a conoscenza di qualche documento rilevante.
Se il brevetto è già stato concesso, ma non sono ancora trascorsi 9 mesi dalla data di pubblicazione della concessione, è possibile depositare un’opposizione, sempre sulla base di nuova documentazione presentata da noi e non emersa durante il procedimento di esame.
Inutile dire che i tempi ed i costi nell’intervenire durante un procedimento di esame od in opposizione sono decisamente inferiori rispetto a quelli di una singola causa di nullità. Il vantaggio è ancora maggiore a livello europeo, poiché si possono evitare una pluralità di eventuali cause di nullità nei differenti paesi in cui viene nazionalizzato il brevetto.

Riassumendo, la sorveglianza brevettuale serve a:

  • monitorare costantemente il settore tecnico di interesse, l’attività di determinati inventori ed i trend dei concorrenti;
  • impedire la concessione di brevetti di concorrenti o, quantomeno, limitarne la portata;
  • evitare di investire tempo e denaro in progetti che non potrebbero essere attuati perché in contraffazione di un brevetto o domanda di brevetto forte ritrovato mediante la ricerca periodica.
Credito d'imposta2

In attesa del Bonus ricerca

Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo originariamente previsto dall’articolo 3 del Dl. 145/2013, che doveva in teoria essere operativo per il periodo d’imposta 2014, è stato riformulato dai commi 35 e 36 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2015. Il credito d’imposta, a seguito della citata riformulazione, allo stato attuale è riconosciuto a tutte le imprese senza alcun limite dettato dalla forma giuridica, dal settore economico in cui si trovano ad operare a dal regime contabile adottato. L’agevolazione, riconosciuta sotto la forma del credito d’imposta, è volta ad incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo effettuati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019.
Vengono agevolate le seguenti voci di spesa:

a) Costi relativi al personale altamente qualificato;
b) Quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;
c) Spese relative a contratti di ricerca stipulati con enti di ricerca, organismi equiparati e con altre imprese comprese le start up innovative;
d) Le spese relative a competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.

Di queste voci sono agevolabili le spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015, andando in questo modo ad istituire un meccanismo incrementale avente come base di calcolo una media fissa (periodi d’imposta 2012, 2013 e 2014).

Sull’eccedenza determinata rispetto alla suddetta media fissa viene calcolato il credito d’imposta riconosciuto alle aziende attraverso l’applicazione di due differenti aliquote: in particolare tale forma di agevolazione spetta nella misura del 25% per le spese indicate ai precedenti punti b) e d), mentre per le spese relative ai punti a) e c) si passa al 50%.
Il credito d’imposta è riconosciuto fino ad un importo massimo annuale di 5 milioni di euro per ciascun beneficiario; è fissata anche una soglia minima di spesa pari a euro 30.000.
L’apetto dolente di tutto quanto sopra descritto è rappresentato dal punto 14 del comma 35 della Legge di Stabilità 2015 che recita come segue: “Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, sono adottate le disposizioni applicative necessarie, nonchè le modalità di verifica e controllo dell’effettività delle spese sostenute, le cause di decadenza e revoca del beneficio, le modalità di restituzione del credito d’imposta di cui l’impresa ha fruito indebitamente”.
A cinque mesi dall’approvazione della legge di stabilità non c’è ancora purtroppo traccia del predetto decreto e le aziende restano in attesa di veder normato un intervento agevolativo tanto desiderato e del quale vi è estrema necessità per ridare slancio all’innovazione del Made in Italy.
Allo stato attuale il testo del decreto è fermo presso il Ministero dell’economia e delle finanze in attesa di chiarimenti su dubbi avanzati dal Ministero dello sviluppo economico riguardanti prevalentemente il criterio per la determinazione dell’incrementalità delle spese e la cumulabilità con altre agevolazioni fiscali. Al fine di dissipare tali problematiche è in agenda un incontro con i funzionari di Agenzia delle Entrate per poi sottoporre ad approvazione ufficiale lo schema di decreto al Ministero dello sviluppo economico.
Ci si augura che tale iter procedurale trovi compimento nel più breve tempo possibile al fine di dare operatività ad uno strumento agevolativo fin troppo atteso dalle aziende.

Credito d'imposta

Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi

Le aziende che hanno effettuato o effettueranno investimenti in beni strumentali nuovi nel secondo semestre del 2014 e nel primo del 2015 hanno a disposizione un interessante strumento costituito dal credito d’imposta previsto dall’articolo 18 del decreto legge 24 giugno 2014 n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116 (noto come “decreto competitività”).
L’agevolazione consiste nell’attribuzione ai soggetti titolari di reddito di impresa di un credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, compresi nella divisione 28 della tabella ATECO 2007 e destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato. Tali investimenti, per poter beneficiare del credito d’imposta devono essere stati effettuati a decorrere dal 25 giugno 2014, data di entrata in vigore del decreto competitività, e comunque non oltre il termine ultimo fissato al 30 giugno 2015.
Il credito d’imposta è riconosciuto per investimenti di importo unitario almeno pari a euro 10.000 nella misura del 15% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti in beni strumentali, compresi nella suddetta divisione, realizzati nei cinque periodi d’imposta precedenti, con facoltà di escludere dal calcolo della media il periodo in cui l’investimento è stato meggiore.
Per le imprese con un’attività inferiore ai cinque anni per gli investimenti effettuati tra il 25 giugno 2014 e il 31 dicembre 2014 si fa riferimento ai periodi di imposta precedenti a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge, mentre per quanto già realizzato nel 2015, o di prossima concretizzazione entro il termine ultimo del 30 giugno p.v., ai periodi d’imposta antecedenti a quello attualmente in essere.
Per quanto più sopra espresso, ne deriva che il quinquennio di osservazione per la determinazione del valore incrementale è variabile a seconda dell’esercizio nel quale viene effettuato l’investimento (per investimenti realizzati dal 25 giugno 2014 al 31 dicembre 2014 i periodi d’imposta da analizzare saranno il 2009, 2010, 2011, 2012 e 2013, mentre per quelli realizzati o in corso di realizzazione dal primo gennaio 2015 al 30 giugno 2015 i periodi oggetto di analisi sono il 2010, 2011, 2012, 2013 e 2014).
I beni strumentali che possono beneficiare della presente agevolazione, oltre ad essere compresi nella divisione 28 della tabella ATECO 2007, devono necessariamente essere nuovi e possedere il requisito della “strumentalità” rispetto all’attività esercitata dall’impresa beneficiaria del credito d’imposta. I beni, conseguentemente, devono essere di uso durevole ed atti ad essere impiegati come strumenti di produzione all’interno del processo produttivo. Sono pertanto esclusi i beni autonomamente destinati alla vendita (c.d. beni merce) come pure quelli trasformati o assemblati per l’ottenimento di prodotti destinati alla vendita. Sono ugualmente esclusi, inoltre, i materiali di consumo.
Nell’ipotesi di investimento avente ad oggetto un bene complesso, assumono rilievo ai fini dell’agevolazione anche i beni, oggetto del medesimo investimento complessivo, non inclusi nella divisione 28, destinati al funzionamento dei beni rientranti nella suddetta divisione a condizione che costituiscano dotazioni dell’investimento principale oppure componenti indispensabili al funzionamento del bene appartenente alla divisione 28 (ad esempio computer e software che servono a far funzionare i macchinari e le apparecchiature agevolabili).
In termini di utilizzo del credito d’imposta, la normativa di riferimento ha fissato che lo stesso venga ripartito nonché utilizzato in tre quote annuali di pari importo a decorrere dal primo gennaio del secondo periodo di imposta successivo a quello in cui è stato effettuato l’investimento. Pertanto, per un soggetto con periodo di imposta coincidente con l’anno solare, la prima quota del credito di imposta maturato in riferimento agli investimenti effettuati a decorrere dal 25 giugno 2014 e fino al 31 dicembre dello stesso anno è utilizzabile a partire dal primo gennaio 2016 (la seconda quota sarà utilizzabile a partire dal primo gennaio 2017 e la terza dal primo gennaio 2018). Ne consegue che il credito maturato per gli investimenti effettuati nel periodo che va dal primo gennaio 2015 al 30 giugno dello stesso anno la prima quota è utilizzabile dal primo gennaio 2017.

Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi

Patent Box

Patent box

La legge di stabilità 2015 ha introdotto il c.d. patent box, ossia una disciplina fiscale che mira ad agevolare le imprese che sfruttano beni immateriali. Lo sfruttamento non deve necessariamente concretizzarsi nella percezione di canoni da parte di soggetti terzi, ben potendo l’impresa utilizzare direttamente il bene immateriale oppure concederlo a soggetti appartenenti al gruppo.
Il regime opzionale di tassazione agevolata oggetto del presente intervento ha la finalità di arginare i fenomeni di delocalizzazione, più o meno artificiosa di beni immateriali, incentivando il rientro in Italia di beni immateriali (in particolare marchi e brevetti) di gruppi italiani oggi localizzati all’estero.

SOGGETTI: Soggetti titolari di reddito d’impresa; Società ed enti di ogni tipo, compresi i trust con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio dello Stato, a condizione di essere residenti in Paesi con i quali sia in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio di informazioni sia effettivo.

OGGETTO: Redditi derivanti da utilizzo di opere dell’ingegno, da brevetti industriali, da marchi d’impresa, da disegni e modelli, nonché da processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili.
I soggetti interessati possono optare per l’applicazione dell’agevolazione. L’opzione ha durata per 5 esercizi sociali ed è irrevocabile. I redditi derivanti da tali beni immateriali non concorrono a formare il reddito complessivo, in quanto esclusi per il 50% del relativo ammontare. La percentuale di esenzione è pari: 30% per il 2015 e 40% per il 2016.

La quota di reddito agevolabile è determinata sulla base del rapporto tra:

a. i costi di attività di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale.

b. i costi complessivi, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per produrre tale bene.

In sostanza, il reddito agevolabile è dato dalla seguente equazione:

reddito agevolabile = reddito da utilizzo del bene immateriale X (costi di ricerca e sviluppo/costi complessivi sostenuti per il bene immateriale).

Ne consegue che il beneficio della detassazione sarà pieno ossia nella misura massima stabilita dalla norma (il 50% del reddito), se le spese per la ricerca, sviluppo e mantenimento sono rilevanti ossia eguagliano il costo di produzione del bene.

In caso di utilizzo diretto dei beni indicati (in assenza di un corrispettivo), il contributo economico di tali beni alla produzione del reddito complessivo beneficia dell’esclusione prevista a condizione che lo stesso sia determinato sulla base di un apposito accordo (ruling) conforme a quanto previsto dall’art. 8 D.L. 269/2003. Il ruling comporta la determinazione, in via preventiva e in contraddittorio con l’Agenzia delle Entrate, dell’ammontare dei componenti positivi di reddito impliciti e dei criteri per l’individuazione dei componenti negativi riferibili ai predetti componenti positivi. In sostanza non essendoci un canone, si rende necessario un accordo.

Nel caso in cui i redditi siano realizzati nell’ambito di operazioni intercorse con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, gli stessi possono essere determinati sulla base di un apposito accordo di ruling in contradditorio con l’Agenzia delle Entrate.

L’esclusione della plusvalenza (differenza positiva tra il prezzo di vendita e il valore contabile del bene) opera se almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla cessione dei predetti beni è reinvestito, prima della chiusura del 2° periodo di imposta successivo a quello nel quale si è verificata la cessione, nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali.

Il 90% deve essere calcolato sul prezzo lordo di cessione e non sulla sola plusvalenza.

Le agevolazioni si applicano a condizione che i soggetti che esercitano l’opzione svolgano le attività di ricerca e sviluppo, anche mediante contratti di ricerca stipulati con società diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa ovvero con università o enti di ricerca e organismi equiparati, finalizzate alla produzione dei beni immateriali citati.

L’ammontare dei costi di attività di ricerca e sviluppo che rappresenta il numeratore del rapporto che permette di giungere al calcolo del reddito agevolabile è aumentato di un importo corrispondente ai costi sostenuti per l’acquisizione del bene immateriale o per contratti di ricerca, relativi allo stesso bene, stipulati con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa. Tale incremento tuttavia, non può superare il 30% dei costi di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale.

Pertanto, le spese di ricerca e sviluppo sui beni immateriali potranno essere agevolate per il 100% del loro ammontare, concorrendo interamente alla formazione del numeratore che permetterà di quantificare il rapporto da moltiplicare con il reddito da utilizzo del bene immateriale.

Diversamente, gli oneri sostenuti per l’acquisizione dei beni immateriali o per contratti di ricerca stipulati con società del gruppo, potranno concorrere alla formazione del rapporto appena menzionato nel limite del 30%, essendo quindi agevolate in modo limitato.

i contratti di rete

I contratti di rete

E’ a tutti noto che uno dei principali limiti dell’imprenditoria italiana è dato dalla piccola o minima dimensione delle imprese, spesso familiari o poco più, anche a causa dell’elevatissimo costo del lavoro che funge da principale deterrente alla crescita delle imprese in termini numerici e, di conseguenza, di professionalità diverse.
Per ovviare, o comunque tentare di superare, tale inconveniente strutturale, che ostacola la crescita della nostra economia, il legislatore ha recentemente dotato le imprese di un nuovo strumento: la rete.
In realtà esistevano già alcune formule aggregative delle imprese, si pensi alle ATI (associazioni temporanea d’imprese), che sono una realtà molto diffusa nell’ambito degli appalti pubblici, ai GEIE (Gruppo Europeo d’Interesse Economico), che in Italia non hanno avuto grande fortuna, e così via.
Con la Legge 9 aprile 2009 n. 33, Il legislatore ha quindi introdotto un nuovo rapporto giuridico, stabilendo che “Con il contratto di rete “più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato e a tal fine si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa» (art. 3, comma 4-ter, primo periodo, Legge 33/2009).

Quindi ai sensi della citata normativa, la rete di imprese è un rapporto giuridico su base contrattuale che consente a più imprese di mettere in comune delle specifiche attività/risorse allo scopo di incrementare o rafforzare la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato.
Senza poter in questa sede indagare sulla esatta natura del contratto di rete, si dovrà tuttavia precisare che il contratto si presenta come un contratto a natura mista, nel senso che alla sua regolamentazione concorrono sia la disciplina specifica contenuta nella legislazione ad hoc sopra ricordata, sia un rinvio in essa contenuta alle norme del codice civile sul mandato e sui consorzi con attività esterna, sia infine le norme del codice civile sui contratti plurilaterali con comunione di scopo.
Si tratta quindi di uno strumento contrattuale molto ampio, multi-funzionale, che si colloca tra la disciplina generale del contratto e quello di alcune singole tipologie, riducendo sensibilmente la portata dell’intervento legislativo.

Ma cosa s’intende per contratto di rete?

Vi sono in realtà almeno tre modelli di rete:
1) il contratto con cui i partecipanti si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati, attinenti all’esercizio delle proprie imprese;
2) il contratto con cui i partecipanti si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica;
3) il contratto con cui i partecipanti si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa.

Come si può notare, il legislatore ha previsto un “crescendo” di coinvolgimento delle imprese, partendo da una situazione di mera collaborazione in determinati ambiti attinenti all’esercizio della propria attività d’impresa, passando ad uno scambio di know-how o di altri diritti di proprietà industriale o commerciale, fino ad arrivare all’esercizio comune di una o più attività attinenti all’oggetto della propria impresa.
Si prefigura quindi una rete leggera con semplice collaborazione tra imprese, oppure uno schema un po’ più integrato in cui è il know-how aziendale ad essere messo in comune per migliorare le capacità innovative dell’attività svolta tramite la rete, fino a giungere ad una vera e propria integrazione tra le imprese che decidono di esercitare in comune una certa attività.
A prescindere dalla tipologia di modello scelto tra i tre possibili appena elencati, la normativa indica alcuni requisiti di cui deve essere obbligatoriamente dotato un contratto di rete.
E’ importante menzionarli perché in loro assenza il contratto di rete sarà invalido.
Si parte quindi dal nome, ditta, ragione o denominazione sociale di ogni partecipante per originaria sottoscrizione del contratto o per adesione successiva. Si tratta di un elemento ovvio e scontato nel diritto dei contratti, che nasce dall’esigenza di una precisa individuazione delle parti contraenti, ma che nel caso specifico fonda la sua necessità nel regime di pubblicità del contratto che la legge prevede mediante la iscrizione del medesimo al Registro delle Imprese.
In secondo luogo, è obbligatoria l’indicazione degli obiettivi strategici di innovazione e di innalzamento della capacità competitiva dei partecipanti e le modalità concordate tra gli stessi per misurare l’avanzamento verso tali obiettivi. La necessaria specificazione degli obiettivi strategici, che le parti contraenti si prefiggono con l’esecuzione del contratto di rete, deve essere accompagnata dalla indicazione delle modalità con cui le parti misureranno, durante l’esecuzione del contratto di rete, il rispettivo avanzamento verso tali obiettivi. Si tratta di meccanismi che hanno lo scopo di consentire una verifica intermedia sulla attitudine del contratto di rete a soddisfare gli interessi di tutte le parti contraenti.
Terzo elemento è costituito dalla definizione di un programma di rete che contenga l’enunciazione dei diritti e degli obblighi assunti da ciascun partecipante e le modalità di realizzazione dello scopo comune a tutti i partecipanti. Il “programma di rete” sembra rappresentare quello che in altri ambiti normativi è definito l’oggetto del negozio giuridico, ossia la selezione delle attività che dovranno essere svolte “in rete”, cui ragguagliare i diritti e gli obblighi negoziali dei contraenti.
Tale requisito dell’accordo interaziendale rappresenta dunque il nucleo essenziale della trattativa cui è necessario prestare particolare attenzione, poiché le relative pattuizioni stabiliscono come si dovrà “fare rete”.
La definizione di diritti ed obblighi rappresenta, infatti, la traduzione in termini giuridici delle modalità di attuazione della rete fra le parti, e da essa dipende la possibilità di conseguire l’obiettivo strategico.
Il programma rappresenta altresì il campo in cui si confrontano le diverse istanze della classe imprenditoriale, fra esigenze di collaborazione e “istinto” di competizione.
Se gli obblighi a cui essi convengono di soggiacere possono essere di contenuto vario, sia negativo sia positivo, in coerenza con il concreto assetto di interessi che sta alla base della creazione della rete e con le norme imperative che presiedono al singolo tipo, certo è che, nel rispetto dei principi generali, i comportamenti dovuti devono essere almeno determinabili.
Il che implica che ci dovrà essere un particolare sforzo, da parte di chi redige il contratto, diretto a precisare ex ante i contenuti delle prestazioni che i singoli imprenditori porranno in essere, in modo da fornire un contenuto pratico e concreto alla rete stessa.
Altro elemento obbligatorio è costituito dalla durata del contratto.
Com’è facilmente intuibile, il contratto di rete non può essere stipulato a tempo indeterminato, essendo invece obbligatorio prevederne una specifica durata. Ciò non impedisce che le parti possano procedere alla sua rinnovazione, anche prevedendone il rinnovo tacito in assenza di comunicazione di disdetta da parte di chi non intenda mantenere il vincolo del contratto di rete.
Sarà opportuna una simile previsione in casi in cui la rete venga costituita per raggiungere un obiettivo importante e di lunga durata per cui ci sia il dubbio che la durata inizialmente prevista possa non bastare a raggiungere l’obiettivo prefissato.
Nel caso sia previsto un rinnovo tacito, salvo disdetta, ove la disdetta sia comunicata da una o più parti – senza che tuttavia venga meno il requisito della pluralità delle parti contraenti – il contratto rinnovato continuerà a produrre i suoi effetti per le parti che abbiano aderito al rinnovo tacito.
Ulteriore elemento che appare obbligatorio è la possibilità di adesioni di ulteriori partecipanti.
A dire il vero non è chiaro se si tratti di elemento necessario o facoltativo : il dato letterale della norma (art. 3, comma 4-ter, L.33/2009) induce a ritenere che la rete debba essere potenzialmente aperta, come tutti i contratti di tipo associativo – che infatti parla di “adesione successiva” , mentre la lettera d) parla di “modalità di adesione di altri imprenditori”. L’unico requisito che è imposto dalla legge per l’adesione è quello di essere imprenditore.
Tuttavia nella redazione del contratto di rete sarà necessario specificare le “modalità” per la successiva adesione di nuovi soggetti imprenditori alla rete, tenendo conto che l’accesso al contratto di rete implica l’accesso a dati riservati, know-how, informazioni commerciali o contabili. Sarà quindi opportuno prevedere che alla rete si possa accedere previa accettazione degli altri partecipanti e che tale adesione debba avvenire all’unanimità ovvero a maggioranza dei partecipanti.
Infine, la Legge prevede come obbligatorie le predisposizione di regole per l’assunzione delle decisioni dei partecipanti su ogni materia o aspetto di interesse comune che non rientri nei poteri di gestione dell’Organo Comune (laddove questo sia presente).
I contraenti dovranno quindi definire preventivamente, nel contratto di rete, il meccanismo con cui verranno assunte le decisioni inerenti materie o aspetti di interesse comune.
L’ulteriore analisi degli elementi non obbligatori e di altre condizioni particolari del contratto di rete sono affidate ad un successivo contributo.

reti d'impresa

Indirizzi generali per la gestione del patrimonio tecnologico dell’impresa

Una impresa può competere con successo nei confronti dei propri concorrenti se si organizza per gestire il proprio patrimonio tecnologico.
Il patrimonio tecnologico è l’insieme delle conoscenze necessarie per la fabbricazione dei prodotti che possono essere prese in considerazione sotto un duplice profilo: il primo, in positivo, è quello della possibilità di farne uso ed il secondo, in negativo, è quello dell’adozione di misure che ne escludano l’uso da parte dei concorrenti.

1. Diversi modi per ottenere le tecnologie

1A. Realizzazione in proprio della tecnologia all’interno dell’impresa.
La produzione in proprio di conoscenze tecniche può avvenire secondo due principali modalità: o mediante una specifica attività interna di ricerca e sviluppo o traendo continui insegnamenti tecnici dall’attività produttiva.

1B. Realizzazione su commissione della tecnologia da parte di terzi
L’impresa, per rimanere competitiva sul mercato, è continuamente stimolata a migliorare ed a diversificare la propria produzione e, dunque, a realizzare sempre nuove tecnologie. Questo sforzo innovativo non può essere sostenuto dalle sole strutture interne. Diventa così sempre più frequente che l’impresa entri in contatto con diversi soggetti e che commissioni ad essi l’elaborazione di nuove tecnologie. Ed è per questo che è necessario adottare una pluralità accordi e contratti che vadano a regolare i rapporti con i diversi soggetti che collaborano con l’impresa.

Accordi tipo:

  • Contratti di progettazione e design
  • Contratti di subfornitura

1C. Acquisto di tecnologia da terzi
Anche in questo l’impresa deve adottare una pluralità di accordi e contrati:
Contratti di cessione e di licenza di brevetto e contratti di licenza di know-how
Trasferimento di tecnologia associato a contratti di vendita di impianti e macchinari

1D. Acquisizione reciproca di tecnologia
Talvolta, il trasferimento di tecnologia non avviene in un’unica direzione. Ciò può verificarsi quando entrambe le parti siano interessate ad acquisire la tecnologia dell’altra parte per completare la propria gamma di capacità tecnologiche. Il contratto tipo per questo scambio incrociato di tecnologia assume la denominazione di “licenza incrociata”. Un’altra tipologia di contratti che dà luogo ad una acquisizione reciproca di tecnologia sono in contratti di ricerca e sviluppo in comune.

2. Verifica della possibilità di utilizzare lecitamente la tecnologia

Molte imprese italiane non eseguono questa verifica e quindi o sono soggette ad azioni legali da parte dei titolari di brevetti o depositano della domande di brevetto che sono rifiutate in quanto sono relative a prodotti già illustrati e descritti in documentazioni precedenti alla data di deposito della domanda di brevetto.
Di conseguenza l’impresa deve assolutamente eseguire delle ricerche brevettuali direttamente o tramite il proprio Studio Brevettuale per dapprima individuare la libera fattibilità del proprio prodotto e poi la brevettabilità di questo prodotto.
Stiamo preparando un seminario per le aziende interessate in cui si insegnerà ad eseguire le ricerche brevettuali in alcune banche dati brevettuali gratuite.

3. Tutele della propria tecnologia

Per assicurarsi l’uso esclusivo delle tecnologie prodotte dall’impresa è necessario ricorrere ad apposite forme di tutela che sono la tutela brevettuale ed il segreto (tutele che verranno descritte in un prossimo articolo).