Il know-how e il segreto di impresa

Il know-how e il segreto di impresa

PREMESSA: L’Italia è tra i paesi dove è maggiormente diffusa sia la contraffazione di brevetti e marchi e sia l’appropriazione di “know-how” altrui. Per combattere questi reati sono possibili azioni legali ma appare evidente che per difendersi dall’appropriazione di “know-how” altrui è necessario adottare delle misure di prevenzione.

La nozione di “know-how” è nata nella prassi commerciale e non è stata ancora pienamente recepita dai diversi ordinamenti giuridici. Dal punto di vista letterale, il termine “know-how” è l’abbreviazione dell’espressione anglo-americana “The know-how to do it”: “il sapere come farlo”. Trattasi di una nozione generica che viene riferita a qualsiasi conoscenza suscettibile di applicazione economica e, in particolare, alle conoscenze relative alla fabbricazione di un prodotto, all’applicazione di un procedimento produttivo, alla prestazione di un servizio, alla commercializzazione di prodotti, e così via.
Nell’ambito delle conoscenze di impresa si distinguono le conoscenze brevettate (che costituiscono oggetto di un diritto di esclusiva legale) e le conoscenze non brevettate per le quali si utilizza il termine “know-how” e che hanno un valore economico se mantenute segrete.
L’art. 98 del Codice della proprietà industriale stabilisce che i soggetti interessati alla difesa delle proprie informazioni hanno l’onere di adottare “misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete”. L’adozione di idonee misure dovrà attuarsi sia all’interno dell’azienda sia nei rapporti con terzi.
In particolare:
– È consigliabile identificare quali siano le informazioni che si intendono sfruttare in regime di segreto (documenti tecnici, documenti commerciali, e così via. Sarà, quindi, opportuno contrassegnare questa documentazione con la dicitura “segreto” e conservarla in luoghi non facilmente accessibili ai non addetti ai lavori. Analogamente sarà opportuno adottare misure di riservatezza nel trattamento dei dati elettronici.
– Si dovrà valutare se non sia il caso di prevedere appositi accordi di riservatezza con i propri dipendenti.
– Per quanto riguarda i rapporti con i terzi, di norma, occorrerà evitare di fornire informazioni non strettamente necessarie all’esecuzione del contratto e sarà opportuno concludere accordi di riservatezza.

Consigli pratici:

1) Nell’ufficio ricerca e sviluppo di una impresa deve essere regolato l’accesso ed in sostanza in tale ufficio devono accedere solo gli addetti ai lavori. Quante volte è capitato che per “farsi belli” si fa entrare nell’ufficio un estraneo per fargli notare il proprio “know-how”?.
2) Nell’ufficio ricerca e sviluppo di una impresa deve essere monitorato tutto quello che si sviluppa all’interno. Quante volte è capitato che un addetto si dimetta all’impresa per costituire una nuova impresa sempre nello stesso settore merceologico e magari portandosi dietro il “know-how” sviluppato all’interno della prima impresa? Analizziamo certi distretti industriali: nella zona X c’è la maggiore concentrazione di produttori di radiatori, nella zona Y c’è la maggiore concentrazione di produttori di calzature, nella zona W c’è la maggiore concentrazione di produttori di biomedicali, e così via. Poi analizzando i titolari delle aziende si scopre che molti erano tecnici di una azienda concorrente.
3) Disciplinare i rapporti con i fornitori e contoterzisti. Ogni volta che chiedo la fornitura di pezzi progettati all’interno dell’impresa devo stipulare un accordo di riservatezza. Ricordiamo che se utilizzo un fornitore che lavora anche per le imprese concorrenti è facile che il mio “know-how” sia poi trasmesso alle imprese concorrenti. E poi ricordiamo che l’aspirazione di ogni fornitore è quella di diventare produttore e l’impresa non può permettersi di far nascere un concorrente.
4) Disciplinare i rapporti, tramite un accordo di riservatezza, con le imprese che vogliono una fornitura o di un progetto o di un prodotto ancora da progettare. Quante volte è capitato che l’impresa progetta un prodotto per una seconda impresa e questa si appropria del “know-how” sviluppato dalla prima impresa?
5) Disciplinare i rapporti, tramite appositi contratti, con i progettisti esterni all’impresa. Quante volte è capitato che il progettista esterno offra poi i propri servizi ad aziende concorrenti?
6) Disciplinare i rapporti con i distributori dei propri prodotti. L’impresa investe per promuovere i propri marchi ed ecco che capita sovente che il distributore utilizza impropriamente il marchio dell’impresa od addirittura che depositi il marchio dell’impresa nel paese in cui il distributore commercializza i prodotti. In sostanza è da sottoscrivere un accordo in cui si definisce che il marchio è di proprietà dell’impresa ed in cui si fissano delle regole di utilizzo del marchio dell’impresa.

Contributi in conto impianto e in conto esercizio

Contributi in conto impianto e in conto esercizio

I contributi rappresentano erogazioni di denaro a fondo perduto effettuate da enti pubblici o privati, o dovuti in base a contratto, allo scopo di sostenere l’economia, indirizzate verso determinati soggetti. Gli stessi possono essere altresì correlati con oneri specificamente individuati o possono essere erogati al mero scopo di aumentare le risorse patrimoniali di un’impresa, in maniera generalizzata.
I contributi in conto esercizio sono dovuti sia in base alla legge sia in base a disposizioni contrattuali, rilevati per competenza e indicati distintamente in apposita sottovoce della voce A5 del conto economico.
Si deve trattare di contributi che abbiano natura di integrazione dei ricavi dell’attività caratteristica o delle attività accessorie diverse da quella finanziaria. Non possono essere compresi in questa voce i contributi di natura finanziaria che riducono direttamente l’onere degli interessi passivi su alcuni tipi di finanziamenti assunti dall’impresa, i quali sono portati in detrazione alla voce C17 “interessi ed altri oneri finanziari” . I contributi correlati ad un evento straordinario, invece, sono rilevati alla voce E20 del conto economico, nell’ambito dell’area della gestione economica straordinaria.
Tra i contributi in conto esercizio sono compresi anche quelli relativi all’acquisto di materiali. Ai fini della valutazione delle rimanenze, tali contributi sono portati in diminuzione del costo di acquisto dei materiali stessi. Ne deriva che i costi sostenuti per gli acquisti di materie prime, sussidiarie, di consumo e merci sono rilevati tra i costi della produzione, alla voce B6), al lordo dei contributi in conto esercizio ricevuti per tali acquisti; la variazione delle rimanenze di materie prime, semilavorati e prodotti finiti è indicata nelle voci B11) o A 2) al netto dei contributi ricevuti .
Dal punto di vista fiscale l’intero contributo deve essere annoverato tra i ricavi, ai sensi dell’art. 85 del TUIR. I contributi in conto esercizio trovano la loro regolamentazione tributaria nell’ambito dell’art. 85, comma 1, lett. g) del TUIR che recita: ‹‹ 1. Sono considerati ricavi: … g) i contributi in denaro, o il valore normale di quelli, in natura, spettanti sotto qualsiasi denominazione in base a contratto; h) i contributi spettanti esclusivamente in conto esercizio a norma di legge ››.
Diversamente i contributi in conto impianti, rappresentano somme erogate da un soggetto pubblico (Stato o enti pubblici) alla società per la realizzazione di iniziative dirette alla costruzione, riattivazione e ampliamento di immobilizzazioni materiali, commisurati al costo delle medesime. Sono contributi per i quali la società beneficiaria può essere vincolata a mantenere in uso le immobilizzazioni materiali cui essi si riferiscono per un determinato tempo, stabilito dalle norme che li concedono.
La loro contabilizzazione può avvenire in due diversi modi:

1. con il primo metodo (metodo indiretto) i contributi sono portati indirettamente a riduzione del costo in quanto imputati al conto economico nella voce A5 “altri ricavi e proventi”, e quindi rinviati per competenza agli esercizi successivi attraverso l’iscrizione di “risconti passivi”;
2. con il secondo metodo (metodo diretto) i contributi sono portati a riduzione del costo delle immobilizzazioni cui si riferiscono.

Con il metodo indiretto i contributi sono imputati al conto economico, da un lato attraverso gli ammortamenti calcolati sul costo lordo delle immobilizzazioni, dall’altro mediante gli altri ricavi e proventi per la quota di contributo di competenza dell’esercizio. L’iscrizione del contributo in apposita voce tra i risconti passivi, da ridursi ogni periodo con accredito al conto economico, lascia inalterato il costo dell’immobilizzazione, ma produce gli stessi effetti sull’utile dell’esercizio e sul patrimonio netto.
Con il metodo diretto, invece, sono imputati al conto economico solo gli ammortamenti determinati sul valore dell’immobilizzazione al netto dei contributi.
Dal punto di vista fiscale vale il principio di competenza: c’è pertanto perfetta coincidenza tra imputazione civilistico contabile e tassazione.

I Contratti di rete

I Contratti di rete – Seconda Parte

Come forse ricorderà chi ha letto il primo contributo a questa newsletter in materia di contratti di rete, la principale considerazione che ha indotto il nostro legislatore a dotare il sistema italiano di quel particolare contratto o vincolo che viene chiamato “rete” è la constatazione della piccola o piccolissima dimensione delle imprese italiane e della loro conseguente scarsa forza competitiva sul mercato globalizzato. Non potendo il legislatore obbligare le imprese a crescere di dimensioni, ha fornito loro uno strumento di aggregazione che al tempo stesso consenta di non modificare l’assetto societario proprio delle imprese partecipanti ma di presentarsi come un’entità unica sul mercato.
L’idea è stata se vogliamo completata dai corposi finanziamenti che gli enti nazionali e soprattutto l’Unione europea hanno messo a disposizione delle imprese europee che collaborino tra loro, fra i quali si ricorda il noto progetto Horizon 2020.
Nel precedente contributo sono stati analizzati gli elementi necessari per la costituzione di una rete d’imprese, nel presente si vogliono evidenziare gli elementi non indispensabili ma non per questo meno importanti che caratterizzano l’aggregazione in rete.
Si deve allora partire dalla premessa che il contratto di rete può essere stipulato anche per svolgere nuove attività e che consente dunque l’esercizio in comune di attività non solo strumentali, ma anche di importanza strategia permettendo, sotto questo profilo, una valida alternativa al modello societario.
Quindi ci si deve chiedere quale sia lo strumento finanziario per operare in rete.

E proprio a tale riguardo l’art. 3, comma 4-ter, della L. 33/2009 prevede la possibilità (non l’obbligatorietà) di costituire un fondo patrimoniale comune (di seguito anche il “FPC”) che costituisca appunto il modo in cui la rete d’imprese finanzia la propria attività, sia essa già preesistente, sia essa completamente nuova.
Prevede infatti la norma «Se il contratto prevede l’istituzione di un fondo patrimoniale comune e di un organo comune destinato a svolgere un’attività, anche commerciale, con i terzi:
1) la pubblicità di cui al comma 4-quater si intende adempiuta mediante l’iscrizione del contratto nel registro delle imprese del luogo dove ha sede la rete;
2) al fondo patrimoniale comune si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui agli articoli 2614 e 2615, secondo comma, del codice civile; in ogni caso, per le obbligazioni contratte dall’organo comune in relazione al programma di rete, i terzi possono far valere i loro diritti esclusivamente sul fondo comune;
3) entro due mesi dalla chiusura dell’esercizio annuale l’organo comune redige una situazione patrimoniale, osservando, in quanto compatibili, le disposizioni relative al bilancio di esercizio della società per azioni, e la deposita presso l’ufficio del registro delle imprese del luogo ove ha sede; si applica, in quanto compatibile, l’articolo 2615-bis, terzo comma, del codice civile».
Inoltre «se è prevista la costituzione del fondo comune, la rete può iscriversi nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede; con l’iscrizione nel registro delle imprese la rete acquista soggettività giuridica».
Ciò implica che qualora sia prevista l’istituzione di un fondo patrimoniale comune, il contratto deve inoltre indicare «la misura e i criteri di valutazione dei conferimenti iniziali e degli eventuali contributi successivi che ciascun partecipante si obbliga a versare al fondo, nonché le regole di gestione del fondo medesimo; se consentito dal programma, l’esecuzione del conferimento può avvenire anche mediante apporto di un patrimonio destinato, costituito ai sensi dell’articolo 2447-bis, primo comma, lettera a), del codice civile».
La norma non dice se vi siano importi minimi prescritti dal legislatore per la costituzione del fondo patrimoniale, come invece accade per le società di capitali, appare però logico che il fondo patrimoniale debba avere una consistenza tale da poter realizzare il programma di rete.
Vi è inoltre da ricordare che in un contratto di rete si può prevedere un fondo patrimoniale comune anche in assenza di un organo comune di gestione, anche se la sua formazione e la contestuale nomina di un organo comune è altamente consigliata in quanto limita la responsabilità dei partecipanti per le obbligazioni assunte nell’interesse della rete e attribuisce alla rete un’autonomia patrimoniale perfetta: ai sensi dell’ultima novella è infatti ora previsto che per le obbligazioni contratte dall’organo comune in relazione al programma di rete i terzi possono far valere i loro diritti esclusivamente sul fondo patrimoniale comune.
Ai sensi della Legge 134/2012, la previsione di un fondo patrimoniale comune porta con sé un’altra fondamentale possibilità, quella dell’iscrizione della rete nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede e, soprattutto, consente alla rete di acquisire una autonoma personalità giuridica.
Quindi in presenza di un fondo patrimoniale comune e, caso mai, auspicabilmente, anche di un organo comune di gestione, la rete può divenire persona giuridica autonoma ed essere iscritta al registro delle imprese.
Ovviamente, alla creazione del fondo patrimoniale consegue la necessità che il contratto di rete preveda esplicitamente le regole per la sua gestione, fra le quali il vincolo di destinazione del fondo all’attuazione del programma di rete e la nomina dell’organo di gestione del fondo, carica che potrà essere coperta anche da un soggetto esterno, diverso dai partecipanti alla rete, purchè dotato di particolari competenze.
In caso di previsione del fondo comune il contratto di rete dovrà anche pattuire la misura ed i criteri di valutazione dei conferimenti iniziali e degli eventuali contributi successivi dei partecipanti alla rete, fermo restando che potrà essere oggetto di conferimento iniziale, nel senso di apporto alla rete, qualsiasi entità materiale o immateriale, suscettibile di valutazione economica o comunque di apprezzamento in termini di funzionalità o strumentalità al perseguimento dello scopo comune e/o alla realizzazione del programma di rete (quindi anche prestazioni d’opera, know-how, marchi, banche dati commerciali, crediti, immobili e così via). Con la necessaria precisazione che i beni e gli apporti patrimoniali e non restano formalmente di titolarità dell’impresa conferente pur essendo destinati alla realizzazione del programma di rete.
In tema di gestione del fondo patrimoniale e sugli altri aspetti economicamente rilevanti della rete, bisogna ricordare che anche per le reti vige l’obbligo di predisporre la situazione patrimoniale ex art. 2615-bis c.c. e di osservare, in quanto compatibili, le disposizioni relative al bilancio delle società per azioni, con l’obbligo quindi di depositare le relazione sulla situazione patrimoniale presso l’ufficio del registro delle imprese del luogo ove ha sede la rete.
Qualora il fondo patrimoniale comune non fosse previsto, per le obbligazioni assunte nell’interesse della rete: (a) se si tratta di obbligazione assunta dall’organo comune nell’interesse della rete rispondono tutti i partecipanti in solido tra loro; (b) in assenza di organo comune dovrebbero rispondere solo i partecipanti che hanno assunto l’obbligazione in solido tra loro, con diritto di rivalsa verso gli altri partecipanti ex artt. 1298 e 1299 c.c. Va però sottolineato che non è agevole comprendere quando una obbligazione possa intendersi assunta nell’interesse della rete.
In secondo luogo, tra gli elementi non indispensabili ma comunque importanti del contratto di rete, va ricordato l’organo comune, previsto dall’art. 3, comma 4- ter, della Legge 33/2009, il quale stabilisce che se il contratto ne prevede la istituzione occorre indicare «il nome, la ditta, la ragione o la denominazione sociale del soggetto prescelto per svolgere l’ufficio di organo comune per l’esecuzione del contratto o di una o più parti o fasi di esso, i poteri di gestione e di rappresentanza conferiti a tale soggetto, nonché le regole relative alla sua eventuale sostituzione durante la vigenza del contratto. L’organo comune agisce in rappresentanza della rete e, salvo che sia diversamente disposto nel contratto, degli imprenditori, anche individuali, partecipanti al contratto nelle procedure di programmazione negoziata con le pubbliche amministrazioni, nelle procedure inerenti ad interventi di garanzia per l’accesso al credito e in quelle inerenti allo sviluppo del sistema imprenditoriale nei processi di internazionalizzazione e di innovazione previsti dall’ordinamento nonchè all’utilizzazione di strumenti di promozione e tutela dei prodotti e marchi di qualità o di cui sia adeguatamente garantita la genuinità della provenienza».
Si noti che nell’originario disegno della Legge n. 33/2009 l’organo comune era elemento necessario del contratto di rete, mentre nella sua ultima versione è divenuto organo facoltativo. Si tratta di un organo monocratico (persona fisica o giuridica) in rapporto di mandato rispetto ai partecipanti alla rete. L’attività dell’organo comune è fondamentale in quanto ad esso, ove presente, è demandata l’esecuzione del contratto di rete tout court, oppure di una o più parti di esso. Ove tale organo venga istituito nel contratto di rete, nel medesimo devono essere necessariamente specificati i relativi poteri di gestione e di rappresentanza ad esso conferiti.

L’organo comune agisce in rappresentanza della rete e, salva diversa indicazione contrattuale, dei partecipanti, anche individuali, al contratto nelle procedure di programmazione negoziata con la PA, nelle procedure inerenti a interventi di garanzia per l’accesso al credito e allo sviluppo del sistema imprenditoriale nonché alla utilizzazione di strumenti di promozione e tutela dei prodotti e marchi di qualità.
Ciò implica che nelle procedure di programmazione negoziata con la PA l’organo comune ha una rappresentanze ex lege anche per i singoli partecipanti alla rete con applicazione quindi del secondo comma dell’art. 2615 c.c.
Manca una disciplina sulla revoca dell’organo comune, in assenza della quale dovrebbe applicarsi l’art. 1726 c.c. sulla revoca del mandato collettivo conferito con unico atto e per un affare d’interesse comune (deve essere fatta da tutti i mandatari salvo che ricorra una giusta causa).
Nel delicato tema della responsabilità extracontrattuale della rete per obbligazioni sorgenti da fatto illecito si ritiene che vi sia una responsabilità solidale dei partecipanti per i fatti illeciti commessi dalla rete nell’esercizio della propria attività.
Ulteriori elementi non previsti dalla legge tra quelli accidentali, ma opportuni da prevedere all’interno del contratto di rete sono la denominazione della rete; la previsione di un segno distintivo comune, ad esempio sotto forma di marchio registrato, l’indicazione delle modalità di esclusione dei partecipanti. Quest’ultima clausola è di particolare utilità per evitare che la violazione degli obblighi discendenti da un contratto di rete possa comportare la risoluzione dell’intero contratto o creare situazioni di stallo operativo; altre ipotesi di legittima esclusione potrebbero essere l’apertura di procedure concorsuali a carico di un partecipante o la perdita del requisito soggettivo legale da parte di un partecipante; anche per questa ipotesi occorre prevedere se la decisione di esclusione debba essere presa all’unanimità ovvero a maggioranza oppure se sia demandata all’organo comune al verificarsi delle cause di esclusione.
La legge non disciplina la cedibilità della posizione contrattuale in rete per cui si ritiene che in mancanza di una adeguata regolamentazione, laddove via sia una cessione d’azienda l’acquirente dovrebbe subentrare nel contratto di rete come previsto dall’art. 2610 cod. civ. salvo il diritto di successiva esclusione laddove ricorra una giusta causa.
Altri aspetti che potranno essere inseriti nel contratto di rete potranno essere una clausola di riservatezza e di segreto sui dati commerciali e sul know-how conferito o sviluppato dai partecipanti; una clausola di non concorrenza dei singoli partecipanti rispetto alla rete; una clausola di esclusiva in favore della rete stessa da parte dei partecipanti.
E’ infine sempre opportuno l’inserimento di una clausola che preveda come dirimere le eventuali controversie, introducendo se del caso anche un’ipotesi di ricorso alla mediazione volontaria, precedente all’ipotesi contenziosa.
Nel paese con il maggior contenzioso dell’Unione europea, almeno il tentativo di evitare la giurisdizione ordinaria per risolvere i conflitti appare assolutamente auspicabile.

Decreto attuativo

Decreto Attuativo del Credito d’Imposta per la ricerca e sviluppo

Ieri Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico, durante i lavori di chiusura dell’Assemblea di Confindustria tenutasi all’Expo di Milano, ha annunciato alla platea l’avvenuta firma del decreto attuativo del credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo operativo per il quinquennio 2015-2019.
E’ una notizia che si attendeva da tempo e che è stata accolta dagli imprenditori con grande entusiasmo; per poter conoscere i contenuti di tale provvedimento si dovrà attendere ancora qualche giorno, in quanto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale avverrà solo dopo la registrazione da parte della Corte dei Conti.
Il suddetto credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo originariamente previsto dall’articolo 3 del Dl. 145/2013, che doveva in teoria essere operativo per il periodo d’imposta 2014, è stato riformulato dai commi 35 e 36 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2015. Il credito d’imposta, a seguito della citata riformulazione, allo stato attuale è riconosciuto a tutte le imprese senza alcun limite dettato dalla forma giuridica, dal settore economico in cui si trovano ad operare a dal regime contabile adottato. L’agevolazione, riconosciuta sotto la forma del credito d’imposta, è volta ad incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo effettuati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019.

Vengono agevolate le seguenti voci di spesa:

a) Costi relativi al personale altamente qualificato;
b) Quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;
c) Spese relative a contratti di ricerca stipulati con enti di ricerca, organismi equiparati e con altre imprese comprese le start up innovative;
d) Le spese relative a competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.

Di queste voci sono agevolabili le spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015, andando in questo modo ad istituire un meccanismo incrementale avente come base di calcolo una media fissa (periodi d’imposta 2012, 2013 e 2014).
Sull’eccedenza determinata rispetto alla suddetta media fissa viene calcolato il credito d’imposta riconosciuto alle aziende attraverso l’applicazione di due differenti aliquote: in particolare tale forma di agevolazione spetta nella misura del 25% per le spese indicate ai precedenti punti b) e d), mentre per le spese relative ai punti a) e c) si passa al 50%.
Il credito d’imposta è riconosciuto fino ad un importo massimo annuale di 5 milioni di euro per ciascun beneficiario; è fissata anche una soglia minima di spesa pari a euro 30.000.

PMI innovative

PMI innovative

L’articolo 4 del D.L. n. 3 del 24.01.2015 ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo regime agevolato a favore delle piccole e medie imprese con oggetto innovativo, le quali possono beneficiare di molte delle agevolazioni già previste per le start up innovative.
La nuova disciplina è riservata alle società di capitali (costituite anche in forma cooperativa) qualificabili come piccole e medie imprese secondo quanto stabilito dalla raccomandazione 2003/361/CE. Si tratta di imprese con meno di 250 dipendenti che hanno un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro.

L’impresa deve avere:

- la residenza in Italia, ai sensi dell’art. 73 TUIR o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo, purché abbiano una sede produttiva o una filiale in Italia
– l’ultimo bilancio deve essere certificato e l’eventuale bilancio consolidato deve essere redatto da un revisore contabile o da una società di revisione iscritti nel registro dei revisori contabili
– le azioni della PMI non possono essere quotate in mercati regolamentati
– non deve essere iscritta al registro speciale previsto per le start up innovative e l’incubatore certificato.

La stessa PMI per poter beneficiare di tali agevolazioni deve altresì possedere due dei seguenti requisiti alternativi:

1. avere le spese di R&S almeno pari al 3% del maggiore fra costo e valore totale della produzione della PMI innovativa;
2. avere almeno un quinto della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno 3 anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero, ovvero, avere almeno un terzo della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di laurea magistrale;
3. essere licenziatarie o depositarie di un brevetto o software registrato alla SIAE.

Per essere riconosciute come PMI innovative, le società devono registrarsi nella sezione speciale del Registro delle imprese creato presso le Camere di Commercio.
L’iscrizione avviene trasmettendo in via telematica alla Camera di Commercio competente in via territoriale una dichiarazione contenente le seguenti informazioni:
– ragione sociale e codice fiscale;
– data e luogo di costituzione, nome e indirizzo del notaio;
– sede principale ed eventuali sedi periferiche;
– oggetto sociale;
– breve descrizione dell’attività svolta, comprese l’attività e le spese in ricerca, sviluppo e innovazione;
– elenco dei soci, con trasparenza rispetto a società fiduciarie e holding ove non iscritte nel registro delle imprese, con autocertificazione di veridicità, indicando altresì, per ciascuno e ove sussistano, gli eventuali soggetti terzi per conto dei quali, nel cui interesse o sotto il cui controllo il socio agisce;
– elenco delle società partecipate;
– indicazione dei titoli di studio e delle esperienze professionali dei soci e del personale la cui prestazione lavorativa è connessa all’attività innovativa delle PMI, esclusi eventuali dati sensibili;
– indicazione dell’esistenza di relazioni professionali, di collaborazione o commerciali con incubatori certificati, investitori istituzionali e professionali, università e centri di ricerca;
– ultimo bilancio depositato, nello standard XBRL;
– elenco dei diritti di privativa su proprietà industriale e intellettuale;
– numero dei dipendenti;
– sito internet.
Le informazioni, fornite al momento dell’iscrizione nella sezione speciale, devono essere aggiornate con cadenza annuale (entro il 30 giugno di ogni anno) pena la perdita dello status di PMI innovativa.
Entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e comunque entro 6 mesi dalla chiusura di ciascun esercizio, il rappresentante legale della PMI innovativa deve attestare il mantenimento del possesso dei requisiti mediante apposita dichiarazione da depositare presso l’ufficio del Registro delle Imprese competente. Il mancato adempimento di tale obbligo comporta la cancellazione d’ufficio dalla sezione speciale.
Qualora le PMI presentino tutti i requisiti sopra descritti potranno beneficiare delle seguenti agevolazioni:
– hanno diritto all’esonero dall’imposta di bollo per l’iscrizione al Registro. Sono invece tenute al pagamento dei diritti di segreteria dovuti per adempimenti relativi alle iscrizioni nel registro delle imprese, nonché del pagamento del diritto annuale dovuto in favore delle CCIAA;
– possono remunerare il personale con piani di incentivazione in equity quali stock option e work for equity, con contemporaneo esonero da imposizione sul reddito;
– godono di numerose deroghe al diritto societario;
– non sono soggette alla disciplina delle società non di comodo. La PMI innovativa, infatti, non è tenuta ad effettuare il test di operatività per verificare lo status di società non operativa;
– possono raccogliere capitali di rischio tramite portali on-line (c.d. equity crowdfunding).
Le persone fisiche e giuridiche che investono nel capitale delle PMI innovative possono godere degli incentivi fiscali di cui all’art. 29 del dl 179/2012.
Le persone fisiche possono godere di detrazioni Irpef del 19% dell’investimento, fino ad un massimo investito pari a 500.000,00 euro.
Alle persone giuridiche, invece, le agevolazioni sono concedibili sotto forma di deduzione dall’imponibile IRES pari al 20% della somma investita, fino ad un massimo di 1,8 milioni di euro.
Alle PMI innovative è assicurato l’accesso gratuito e diretto al Fondo centrale di garanzia (di cui all’art. 30, comma 6, del DL 179/2012). Tale garanzia copre fino all’80% del credito erogato dalla banca alla PMI innovativa, fino a un massimo di 2,5 milioni di euro, ed è concessa sulla base di criteri di accesso semplificati e in via prioritaria. Sarà un apposito decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, ad adottare le disposizioni attuative necessarie.

Le finalità economiche delle reti di impresa

Le finalità economiche delle reti di impresa

INTRODUZIONE

Le reti di imprese sono forme di aggregazione di imprenditori attorno ad un progetto condiviso.
Con il contratto di rete due o più imprese si obbligano ad esercitare in comune una o più attività economiche, rientranti nei rispettivi oggetti sociali, allo scopo di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato (art. 3 co. 4-ter D.L. 5/2009 conv. con L. 33/2009 e s.m.i. e Decreto Sviluppo 221/2012).

CARATTERISTICHE E FINALITA’

Le reti di impresa permettono da un lato il mantenimento dell’indipendenza e dell’identità delle singole imprese partecipanti alla rete, dall’altro il miglioramento della dimensione necessaria per competere sui mercati globali. Si tratta di uno strumento adatto al tessuto imprenditoriale italiano, composto da micro, piccole e medie imprese molto efficaci ma spesso incapaci di competere in termini di innovazione e internazionalizzazione con imprese più strutturate e di maggiori dimensioni.

La vera caratteristica innovativa delle reti di impresa che la differenzia da tutte le altre forme societarie, è l’approccio graduale e scalabile alle problematiche di aggregazione. Si passa da un “nanismo imprenditoriale” ad un processo di concentrazione che consente di diminuire le distanze tra visioni, ridurre le differenze, superare le paure personali.

LE FASI DELL’APPROCCIO GRADUALE

1^ Fase: viene creata una rete di imprese di tipo “leggero”, che svolge una attività prevalentemente interna, senza coinvolgere nella operatività soggetti diversi dai retisti, non dispone di un fondo comune e l’organo comune (se istituito) è composto dai retisti che periodicamente si ritrovano per prendere decisioni.
In questa prima fase l’impegno dei retisti è limitato, è stato firmato un contratto con regole di comportamento specifiche, si è investito un capitale limitato, si è partecipato a delle riunioni e si sono svolte attività in comune sfruttando le rispettive strutture aziendali. E’ una modalità per perseguire un progetto comune e testarsi reciprocamente senza compromettere la propria autonomia o investire ingenti capitali. Il rischio patrimoniale e solidale è basso.

2^ Fase: visto il successo dell’iniziativa, gli imprenditori aderenti possono decidere di espandere l’attività della Rete che da “leggera” diventa “pesante” creando un fondo patrimoniale comune per sostenere maggiori investimenti, dotandosi di una struttura dedicata alla gestione del Programma di Rete. Se l’organo comune viene costituito e la rete svolge una attività, anche commerciale, nei confronti di soggetti terzi assumendo obbligazioni verso gli stessi, la rete viene assoggettata ad un regime speciale che limita la responsabilità patrimoniale dei retisti (obbligo di redazione e deposito bilancio).

3^ Fase: la rete aspira a siglare contratti ed assumere obbligazioni in proprio, ossia a diventare un autonomo centro di attribuzione di diritti e obblighi, richiede la soggettività giuridica iscrivendosi nella sezione ordinaria del Registro Imprese e attribuzione partita IVA. L’organo comune non è più mandatario dei partecipanti bensì della rete stessa. Gli imprenditori ora sono nelle condizioni di svolgere attività esterna comune in modo efficiente e stabile (per esempio vendendo i prodotti progettati o realizzati insieme o svolgendo azioni commerciali o di marketing coordinate sui mercati nazionali ed esteri o partecipare a gare e appalti pubblici).

La sorveglianza brevettuale della concorrenza

La sorveglianza brevettuale della concorrenza

La sorveglianza brevettuale è uno strumento essenziale di attacco e/o difesa per un’impresa che svolge attività di Ricerca e Sviluppo.
Al fine di comprendere meglio come si svolge la sorveglianza brevettuale, è opportuno fare una veloce premessa sulle procedure brevettuali. Per ottenere un brevetto si deposita una domanda di brevetto, la quale viene resa disponibile al pubblico 18 mesi dopo la data di deposito; quindi, bisogna superare un procedimento di esame durante il quale viene giudicata la novità ed il livello inventivo di quanto rivendicato nella domanda di brevetto. Sia i brevetti sia le domande di brevetto sono documenti pubblici e possono essere ricercati con delle ricerche brevettuali effettuate in apposite banche dati.
La sorveglianza brevettuale mira a monitorare le domande di brevetto di terzi in un determinato settore tecnologico per poter intervenire, quando possibile, durante il procedimento di esame cercando di impedire la concessione del brevetto oppure di limitare l’ambito di protezione del brevetto eventualmente concesso.

La sorveglianza brevettuale si svolge mediante un’attività di ricerca periodica ed una attività di sorveglianza.
L’attività di ricerca periodica serve a raccogliere le domande di brevetto depositate in un determinato periodo di tempo; la periodicità con cui viene eseguita la ricerca dipende dal settore tecnologico e dall’aggressività (frequenza e numero di depositi) della concorrenza. Tra i documenti ritrovati vengono selezionate le domande di brevetto più interessanti, vale a dire quelle domande di brevetto che potrebbero essere pericolose per la nostra attività.
Le domande di brevetto sopra selezionate vengono messe sotto sorveglianza in modo da controllarne nel tempo il procedimento di esame e, se possibile, intervenire per contrastarne la concessione o limitarne l’ambito di protezione.
Pertanto, la sorveglianza brevettuale permette di avere una visione periodica su di un settore tecnologico e sui concorrenti. Potendo effettuare delle ricerche nominative per inventore, è possibile inoltre monitorare l’attività di ricerca di una singola persona oppure effettuare analisi statistiche in un settore individuandone i principali inventori.
Con la sorveglianza brevettuale si ha un aggiornamento periodico sui trend tecnologici, sugli inventori e sulla concorrenza. Inoltre, questo tipo di aggiornamento è decisamente più tempestivo rispetto ad una analisi di mercato; in quanto generalmente le domande di brevetto vengono depositate in fase di progettazione prima che i prodotti o metodi vengano commercializzati.
L’attività di sorveglianza brevettuale è particolarmente interessante ed efficace per le domande di brevetto europeo, che vengono esaminate a livello centralizzato dall’Ufficio Europeo dei Brevetti e possono essere nazionalizzate selettivamente in 38 stati (tra cui l’Italia) dando vita ad un fascio di brevetti nazionali.

In primo luogo, il procedimento di esame di una domanda di brevetto europeo è consultabile gratuitamente on-line ed è possibile monitorare lo stato dell’arte anteriore e le eventuali obiezioni sollevate dalla Divisione di Esame.
In secondo luogo, è possibile intervenire durante il procedimento di esame (anche in forma anonima) per contestare la novità e/o l’originalità della domanda di brevetto se siamo a conoscenza di qualche documento rilevante.
Se il brevetto è già stato concesso, ma non sono ancora trascorsi 9 mesi dalla data di pubblicazione della concessione, è possibile depositare un’opposizione, sempre sulla base di nuova documentazione presentata da noi e non emersa durante il procedimento di esame.
Inutile dire che i tempi ed i costi nell’intervenire durante un procedimento di esame od in opposizione sono decisamente inferiori rispetto a quelli di una singola causa di nullità. Il vantaggio è ancora maggiore a livello europeo, poiché si possono evitare una pluralità di eventuali cause di nullità nei differenti paesi in cui viene nazionalizzato il brevetto.

Riassumendo, la sorveglianza brevettuale serve a:

  • monitorare costantemente il settore tecnico di interesse, l’attività di determinati inventori ed i trend dei concorrenti;
  • impedire la concessione di brevetti di concorrenti o, quantomeno, limitarne la portata;
  • evitare di investire tempo e denaro in progetti che non potrebbero essere attuati perché in contraffazione di un brevetto o domanda di brevetto forte ritrovato mediante la ricerca periodica.
Credito d'imposta2

In attesa del Bonus ricerca

Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo originariamente previsto dall’articolo 3 del Dl. 145/2013, che doveva in teoria essere operativo per il periodo d’imposta 2014, è stato riformulato dai commi 35 e 36 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2015. Il credito d’imposta, a seguito della citata riformulazione, allo stato attuale è riconosciuto a tutte le imprese senza alcun limite dettato dalla forma giuridica, dal settore economico in cui si trovano ad operare a dal regime contabile adottato. L’agevolazione, riconosciuta sotto la forma del credito d’imposta, è volta ad incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo effettuati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019.
Vengono agevolate le seguenti voci di spesa:

a) Costi relativi al personale altamente qualificato;
b) Quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;
c) Spese relative a contratti di ricerca stipulati con enti di ricerca, organismi equiparati e con altre imprese comprese le start up innovative;
d) Le spese relative a competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.

Di queste voci sono agevolabili le spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015, andando in questo modo ad istituire un meccanismo incrementale avente come base di calcolo una media fissa (periodi d’imposta 2012, 2013 e 2014).

Sull’eccedenza determinata rispetto alla suddetta media fissa viene calcolato il credito d’imposta riconosciuto alle aziende attraverso l’applicazione di due differenti aliquote: in particolare tale forma di agevolazione spetta nella misura del 25% per le spese indicate ai precedenti punti b) e d), mentre per le spese relative ai punti a) e c) si passa al 50%.
Il credito d’imposta è riconosciuto fino ad un importo massimo annuale di 5 milioni di euro per ciascun beneficiario; è fissata anche una soglia minima di spesa pari a euro 30.000.
L’apetto dolente di tutto quanto sopra descritto è rappresentato dal punto 14 del comma 35 della Legge di Stabilità 2015 che recita come segue: “Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, sono adottate le disposizioni applicative necessarie, nonchè le modalità di verifica e controllo dell’effettività delle spese sostenute, le cause di decadenza e revoca del beneficio, le modalità di restituzione del credito d’imposta di cui l’impresa ha fruito indebitamente”.
A cinque mesi dall’approvazione della legge di stabilità non c’è ancora purtroppo traccia del predetto decreto e le aziende restano in attesa di veder normato un intervento agevolativo tanto desiderato e del quale vi è estrema necessità per ridare slancio all’innovazione del Made in Italy.
Allo stato attuale il testo del decreto è fermo presso il Ministero dell’economia e delle finanze in attesa di chiarimenti su dubbi avanzati dal Ministero dello sviluppo economico riguardanti prevalentemente il criterio per la determinazione dell’incrementalità delle spese e la cumulabilità con altre agevolazioni fiscali. Al fine di dissipare tali problematiche è in agenda un incontro con i funzionari di Agenzia delle Entrate per poi sottoporre ad approvazione ufficiale lo schema di decreto al Ministero dello sviluppo economico.
Ci si augura che tale iter procedurale trovi compimento nel più breve tempo possibile al fine di dare operatività ad uno strumento agevolativo fin troppo atteso dalle aziende.

Credito d'imposta

Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi

Le aziende che hanno effettuato o effettueranno investimenti in beni strumentali nuovi nel secondo semestre del 2014 e nel primo del 2015 hanno a disposizione un interessante strumento costituito dal credito d’imposta previsto dall’articolo 18 del decreto legge 24 giugno 2014 n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116 (noto come “decreto competitività”).
L’agevolazione consiste nell’attribuzione ai soggetti titolari di reddito di impresa di un credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, compresi nella divisione 28 della tabella ATECO 2007 e destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato. Tali investimenti, per poter beneficiare del credito d’imposta devono essere stati effettuati a decorrere dal 25 giugno 2014, data di entrata in vigore del decreto competitività, e comunque non oltre il termine ultimo fissato al 30 giugno 2015.
Il credito d’imposta è riconosciuto per investimenti di importo unitario almeno pari a euro 10.000 nella misura del 15% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti in beni strumentali, compresi nella suddetta divisione, realizzati nei cinque periodi d’imposta precedenti, con facoltà di escludere dal calcolo della media il periodo in cui l’investimento è stato meggiore.
Per le imprese con un’attività inferiore ai cinque anni per gli investimenti effettuati tra il 25 giugno 2014 e il 31 dicembre 2014 si fa riferimento ai periodi di imposta precedenti a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge, mentre per quanto già realizzato nel 2015, o di prossima concretizzazione entro il termine ultimo del 30 giugno p.v., ai periodi d’imposta antecedenti a quello attualmente in essere.
Per quanto più sopra espresso, ne deriva che il quinquennio di osservazione per la determinazione del valore incrementale è variabile a seconda dell’esercizio nel quale viene effettuato l’investimento (per investimenti realizzati dal 25 giugno 2014 al 31 dicembre 2014 i periodi d’imposta da analizzare saranno il 2009, 2010, 2011, 2012 e 2013, mentre per quelli realizzati o in corso di realizzazione dal primo gennaio 2015 al 30 giugno 2015 i periodi oggetto di analisi sono il 2010, 2011, 2012, 2013 e 2014).
I beni strumentali che possono beneficiare della presente agevolazione, oltre ad essere compresi nella divisione 28 della tabella ATECO 2007, devono necessariamente essere nuovi e possedere il requisito della “strumentalità” rispetto all’attività esercitata dall’impresa beneficiaria del credito d’imposta. I beni, conseguentemente, devono essere di uso durevole ed atti ad essere impiegati come strumenti di produzione all’interno del processo produttivo. Sono pertanto esclusi i beni autonomamente destinati alla vendita (c.d. beni merce) come pure quelli trasformati o assemblati per l’ottenimento di prodotti destinati alla vendita. Sono ugualmente esclusi, inoltre, i materiali di consumo.
Nell’ipotesi di investimento avente ad oggetto un bene complesso, assumono rilievo ai fini dell’agevolazione anche i beni, oggetto del medesimo investimento complessivo, non inclusi nella divisione 28, destinati al funzionamento dei beni rientranti nella suddetta divisione a condizione che costituiscano dotazioni dell’investimento principale oppure componenti indispensabili al funzionamento del bene appartenente alla divisione 28 (ad esempio computer e software che servono a far funzionare i macchinari e le apparecchiature agevolabili).
In termini di utilizzo del credito d’imposta, la normativa di riferimento ha fissato che lo stesso venga ripartito nonché utilizzato in tre quote annuali di pari importo a decorrere dal primo gennaio del secondo periodo di imposta successivo a quello in cui è stato effettuato l’investimento. Pertanto, per un soggetto con periodo di imposta coincidente con l’anno solare, la prima quota del credito di imposta maturato in riferimento agli investimenti effettuati a decorrere dal 25 giugno 2014 e fino al 31 dicembre dello stesso anno è utilizzabile a partire dal primo gennaio 2016 (la seconda quota sarà utilizzabile a partire dal primo gennaio 2017 e la terza dal primo gennaio 2018). Ne consegue che il credito maturato per gli investimenti effettuati nel periodo che va dal primo gennaio 2015 al 30 giugno dello stesso anno la prima quota è utilizzabile dal primo gennaio 2017.

Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi

Patent Box

Patent box

La legge di stabilità 2015 ha introdotto il c.d. patent box, ossia una disciplina fiscale che mira ad agevolare le imprese che sfruttano beni immateriali. Lo sfruttamento non deve necessariamente concretizzarsi nella percezione di canoni da parte di soggetti terzi, ben potendo l’impresa utilizzare direttamente il bene immateriale oppure concederlo a soggetti appartenenti al gruppo.
Il regime opzionale di tassazione agevolata oggetto del presente intervento ha la finalità di arginare i fenomeni di delocalizzazione, più o meno artificiosa di beni immateriali, incentivando il rientro in Italia di beni immateriali (in particolare marchi e brevetti) di gruppi italiani oggi localizzati all’estero.

SOGGETTI: Soggetti titolari di reddito d’impresa; Società ed enti di ogni tipo, compresi i trust con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio dello Stato, a condizione di essere residenti in Paesi con i quali sia in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio di informazioni sia effettivo.

OGGETTO: Redditi derivanti da utilizzo di opere dell’ingegno, da brevetti industriali, da marchi d’impresa, da disegni e modelli, nonché da processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili.
I soggetti interessati possono optare per l’applicazione dell’agevolazione. L’opzione ha durata per 5 esercizi sociali ed è irrevocabile. I redditi derivanti da tali beni immateriali non concorrono a formare il reddito complessivo, in quanto esclusi per il 50% del relativo ammontare. La percentuale di esenzione è pari: 30% per il 2015 e 40% per il 2016.

La quota di reddito agevolabile è determinata sulla base del rapporto tra:

a. i costi di attività di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale.

b. i costi complessivi, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per produrre tale bene.

In sostanza, il reddito agevolabile è dato dalla seguente equazione:

reddito agevolabile = reddito da utilizzo del bene immateriale X (costi di ricerca e sviluppo/costi complessivi sostenuti per il bene immateriale).

Ne consegue che il beneficio della detassazione sarà pieno ossia nella misura massima stabilita dalla norma (il 50% del reddito), se le spese per la ricerca, sviluppo e mantenimento sono rilevanti ossia eguagliano il costo di produzione del bene.

In caso di utilizzo diretto dei beni indicati (in assenza di un corrispettivo), il contributo economico di tali beni alla produzione del reddito complessivo beneficia dell’esclusione prevista a condizione che lo stesso sia determinato sulla base di un apposito accordo (ruling) conforme a quanto previsto dall’art. 8 D.L. 269/2003. Il ruling comporta la determinazione, in via preventiva e in contraddittorio con l’Agenzia delle Entrate, dell’ammontare dei componenti positivi di reddito impliciti e dei criteri per l’individuazione dei componenti negativi riferibili ai predetti componenti positivi. In sostanza non essendoci un canone, si rende necessario un accordo.

Nel caso in cui i redditi siano realizzati nell’ambito di operazioni intercorse con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, gli stessi possono essere determinati sulla base di un apposito accordo di ruling in contradditorio con l’Agenzia delle Entrate.

L’esclusione della plusvalenza (differenza positiva tra il prezzo di vendita e il valore contabile del bene) opera se almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla cessione dei predetti beni è reinvestito, prima della chiusura del 2° periodo di imposta successivo a quello nel quale si è verificata la cessione, nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali.

Il 90% deve essere calcolato sul prezzo lordo di cessione e non sulla sola plusvalenza.

Le agevolazioni si applicano a condizione che i soggetti che esercitano l’opzione svolgano le attività di ricerca e sviluppo, anche mediante contratti di ricerca stipulati con società diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa ovvero con università o enti di ricerca e organismi equiparati, finalizzate alla produzione dei beni immateriali citati.

L’ammontare dei costi di attività di ricerca e sviluppo che rappresenta il numeratore del rapporto che permette di giungere al calcolo del reddito agevolabile è aumentato di un importo corrispondente ai costi sostenuti per l’acquisizione del bene immateriale o per contratti di ricerca, relativi allo stesso bene, stipulati con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa. Tale incremento tuttavia, non può superare il 30% dei costi di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale.

Pertanto, le spese di ricerca e sviluppo sui beni immateriali potranno essere agevolate per il 100% del loro ammontare, concorrendo interamente alla formazione del numeratore che permetterà di quantificare il rapporto da moltiplicare con il reddito da utilizzo del bene immateriale.

Diversamente, gli oneri sostenuti per l’acquisizione dei beni immateriali o per contratti di ricerca stipulati con società del gruppo, potranno concorrere alla formazione del rapporto appena menzionato nel limite del 30%, essendo quindi agevolate in modo limitato.