L’analisi dei rischi il confronto dei rischi e la documentazione da allegare

L’analisi dei rischi: il confronto dei rischi e la documentazione da allegare

Durante il processo della valutazione dei rischi, i rischi associati alla macchina possono essere confrontati con quelli di macchine simili purché si applichino i seguenti criteri:

  • la macchina simile è sicura
  • l’uso previsto e il modo in cui le due macchine sono costruite sono confrontabili
  • i pericoli e gli elementi di rischio sono confrontabili
  • le condizioni d’uso sono confrontabili.

L’impiego di questo metodo di confronto non elimina la necessità di seguire il processo della valutazione dei rischi come descritto nella norma per le condizioni d’uso specifiche. Per esempio, quando le segatrici a nastro utilizzate per tagliare la carne sono confrontate con le segatrici a nastro utilizzate per tagliare il legno, si devono valutare i rischi associati alla differenza di materiale.

A macchina o impianto ultimati, deve essere effettuata una verifica della rispondenza, relativamente alla sicurezza dell’intera macchina o impianto alle norme EN, tenendo in considerazione la gerarchia in importanza di dette norme (le norme di tipo C superano le norme di tipo B, che superano quelle di tipo A).

Quanto esposto riguarda la Direttiva Macchine. L’apposizione del marchio CE comunque implica la conformità alla Direttiva Compatibilità Elettromagnetica e alla Direttiva Bassa Tensione, che possono in tale fase essere verificate. La verifica finale all’allegato della Direttiva Macchine e alla CEI EN 60204-1 (Equipaggiamenti elettrici delle macchine), può essere effettuata compilando il modulo relativo.

 

Documentazione per la valutazione dei rischi

Ai fini della norma UNI EN 14121-1 (Sicurezza del macchinario – Valutazione del rischio), la documentazione sulla valutazione dei rischi deve dimostrare la procedura che è stata seguita e i risultati che sono stati ottenuti. Tale documentazione comprende, secondo il caso:

  1. Determinazione dei limiti della macchina: i “limiti” sono il punto di partenza necessario al progettista per individuare quali caratteristiche possono orientare le scelte.

Si devono quindi esaminare e identificare:

  • I limiti della macchina, intendendo l’uso previsto e anche l’uso tipicamente non previsto ma ragionevolmente prevedibile
  • I limiti di alimentazione (elettrica, pneumatica, etc.)
  • L’ambiente di utilizzo previsto per la macchina (industriale, non industriale, domestico).
  • Il personale identificato come idoneo per l’utilizzo della macchina e il livello di formazione, esperienza o capacità eventualmente necessario.
  • L’esposizione di altre persone, oltre agli operatori, ai pericoli associati alla macchina
  • La macchina per la quale è stata effettuata la valutazione dei rischi (per esempio specifiche, limiti, uso inteso), qualsiasi ipotesi relativa (per esempio, carichi, resistenze, coefficienti di sicurezza).
  1. Identificazione dei pericoli
  • Le situazioni pericolose identificate
  • Gli eventi pericolosi considerati nella valutazione
  1. Le informazioni sulle quali si è basata la valutazione dei rischi
  • I dati utilizzati e le loro fonti (per esempio casistica degli infortuni, esperienze acquisite dalla riduzione dei rischi applicata a macchine simili)
  • L’incertezza associata ai dati usati e la sua influenza sulla valutazione dei rischi
  1. Gli obiettivi che le misure di sicurezza devono raggiungere
  2. Le misure di sicurezza adottate per eliminare i pericoli identificativi o per ridurre i rischi (per esempio da altre nome o altre specifiche)
  3. Rischi residui associati alla macchina
  4. Il risultato della valutazione finale dei rischi.
Principi fondamentali per la concessione in licenza di brevetti SEP

Principi fondamentali per la concessione in licenza di brevetti SEP

Una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea (CGUE) in Huawei vs. ZTE ha fornito un utile orientamento per i casi in cui un titolare di SEP che si sia impegnato a concedere in licenza i propri SEP in regime FRAND è legittimato a intentare un provvedimento inibitorio nei confronti di un utilizzatore (ovvero una società che fa uso dell’insegnamento del SEP) senza ledere le norme sulla concorrenza per abuso di posizione dominante (Articolo 102 TFUE).

La sentenza della CGUE è anche in questo caso un “compromesso” fra gli interessi dei titolari dei SEP a proteggere il valore delle proprie invenzioni e gli interessi degli utilizzatori a sviluppare e commercializzare prodotti che utilizzano gli standard. La sentenza CGUE ha delineato una serie di principi fondamentali che i titolari dei SEP dovrebbero seguire nelle negoziazioni per la concessione in licenza di brevetti SEP per evitare che una richiesta di provvedimento inibitorio sia considerata un abuso di posizione dominante:

  • Il titolare del SEP deve avvertire l’utilizzatore con comunicazione scritta della violazione contestatagli, indicando il SEP di riferimento e in che modo sarebbe stato violato. Questo perché l’utilizzatore potrebbe non essere consapevole di stare utilizzando l’insegnamento di SEP che sono validi ed essenziali per uno standard.
  • L’utilizzatore deve manifestare una disponibilità a stipulare un accordo di concessione di licenza in regime FRAND.
  • Il titolare del SEP deve far pervenire una specifica offerta scritta per una concessione di licenza in regime FRAND. L’offerta deve riportare l’ammontare delle royalty e il modo in cui viene calcolato.
  • L’utilizzatore è tenuto a rispondere all’offerta “con coscienza”, in conformità con la prassi commerciale consolidata del settore e in buona fede; questo deve essere stabilito sulla base di fattori oggettive e deve contemplare in particolare l’assenza di tattiche dilatorie.
  • Se l’utilizzatore non accetta l’offerta che gli è stata fatta, una controfferta in armonia con le condizioni FRAND deve pervenire tempestivamente e in forma scritta al titolare del SEP.
  • Se l’utilizzatore sta facendo uso degli insegnamenti dei SEP prima che sia stato concluso un accordo di concessione di licenza, l’utilizzatore deve fornire opportune rassicurazioni in ordine al proprio uso passato e futuro dei SEP ad esempio fornendo una garanzia bancaria per il pagamento di royalty o accantonando una rilevante somma di denaro in un deposito.
  • Qualora non si raggiunga un accordo sui dettagli delle condizioni FRAND in seguito alla controfferta dell’utilizzatore, le parti possono chiedere di comune accordo che l’ammontare della royalty sia determinato da una parte terza indipendente.
  • L’utilizzatore non può essere oggetto di critiche se in parallelo ai negoziati per la concessione di una licenza contesta la validità o l’essenzialità dei SEP o si riserva il diritto di farlo in futuro.  Pertanto, in contrasto con le disposizioni della sentenza Orange Book Standard che prevedeva un’“offerta incondizionata” da parte dell’utilizzatore per la concessione di licenza (a significare un accordo a non contestare la presunta violazione o validità del brevetto), l’utilizzatore può difendersi sollevando obiezioni di non-violazione e nullità.

In parallelo alla negoziazione per la concessione di licenza, il presunto autore della violazione può contestare la validità del SEP, l’essenzialità del (presunto) SEP, l’uso effettivo del SEP o riservarsi di farlo in futuro.

Il precedente elenco di punti fornito dalle due decisioni della Commissione Europea nei casi Motorola e Samsung fornisce un orientamento nella direzione di una “pace brevettuale” nel settore delle telecomunicazioni. Inoltre, questi due casi garantiscono certezza del diritto in tutti i settori in cui gli standard e i SEP soggetti a regime FRAND sono rilevanti, guidando i tribunali degli Stati Membri e gli SSO nell’interpretazione delle norme sulla concorrenza EU riguardanti l’applicazione di SEP soggetti a regime FRAND.

Le decisioni Motorola e Samsung della Commissione Europea confermano l’approccio equidistante della Commissione Europea in materia di diritti di proprietà intellettuale e concorrenza. I diritti di proprietà intellettuale, importanti per innovazione e crescita, non devono essere esercitati in modo indebito a discapito della concorrenza e di conseguenza dei consumatori.

In concreto, queste decisioni stabiliscono che i titolari dei SEP non devono abusare della propria posizione dominante sul mercato “condizionando” con provvedimenti inibitori licenziatari che si mostrino disponibili. Queste decisioni forniscono agli operatori del settore un’ulteriore spiegazione e un orientamento in materia di limitazione delle norme sulla concorrenza in relazione a provvedimenti inibitori basati su SEP.

In particolare, nei casi Samsung e Motorola la Commissione stabilisce che, nell’ambito della standardizzazione nella quale i titolari dei SEP si siano impegnati a (i) concedere in licenza i propri SEP e (ii) a farlo in condizioni eque, ragionevoli e con discriminatorie (FRAND), è anti-concorrenziale tentare di escludere concorrenti dal mercato intentando azioni inibitorie sulla base di SEP se il licenziatario è disponibile a siglare una concessione di licenza in regime FRAND.

In queste circostanze intentare azioni inibitorie può alterare le negoziazioni per la concessione di licenze e portare a condizioni di concessione di licenze inique, con un impatto negativo sulle scelte dei consumatori e sui prezzi.

Definizione degli Standard Sui SEP e concessioni in regime FRAND

Definizione degli Standard sui SEP e concessioni in regime FRAND

Grazie allo loro essenzialità per gli standard, i SEP sono fondamentali per le imprese e sono oggetto di controversie molto più spesso dei non-SEP. I dati che riportano il numero di contenziosi che coinvolgono SEP e non-SEP (“baseline”) in relazione ai singoli anni mostrano che la frequenza di contenziosi brevettuali in generale e relativa ai SEP è aumentata in modo significativo negli ultimi 30 anni. Nel settore delle telecomunicazioni si è assistito a una notevole impennata delle controversie brevettuali che hanno coinvolto molti colossi del settore come Apple, Motorola, Samsung, Google e Microsoft. Tuttavia, i contenziosi riguardanti i SEP riguardano anche molti altri settori.

La definizione degli standard (o standardizzazione) si ottiene generalmente mediante un accordo fra imprese, spesso concorrenti, di uno stesso settore, ed è soggetta alle disposizioni dell’articolo 101 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). In considerazione dei loro effetti economici positivi, gli accordi di standardizzazione sono generalmente compatibili con l’articolo 101 TFUE, anche se si tratta di accordi fra concorrenti per l’adozione di una singola tecnologia in favore di terzi.

I SEP possono conferire tuttavia notevole potere di mercato a chi li detiene. Una volta che è stato raggiunto un accordo su uno standard e le aziende del settore hanno investito in modo massiccio sui prodotti conformi allo standard, il mercato è vincolato de facto allo standard e ai relativi SEP.

Questo potrebbe indurre le società ad avere comportamenti anti-concorrenziali, ad esempio “sfruttando” gli utenti dopo l’adozione dello standard, escludendo i concorrenti dal mercato, estorcendo royalty eccessive, imponendo condizioni di licenza obbligatoria che il licenziatario non avrebbe normalmente accettato o imponendo al licenziatario di rinunciare al proprio diritto di rivendicare la nullità o la non violazione dei SEP.

Per arginare questi timori sulla concorrenza e garantire la condivisione dei benefici derivanti dalla standardizzazione, molti SSO hanno esortato le imprese titolari di brevetti essenziali all’implementazione di uno standard a impegnarsi a concedere in licenza i propri SEP in regime FRAND (Fair, Reasonable And Non-Discriminatory – Equo, Ragionevole e non-Discriminatorio).

Gli impegni FRAND sono concepiti per (i) garantire che tecnologia integrata in uno standard sia accessibile ai fabbricanti di prodotti conformi allo standard e (ii) remunerare i titolari dei SEP.

La Commissione Europea ha emanato linee guida su come applicare la normativa antitrust del TFUE ad accordi “orizzontali” fra concorrenti (le linee guida orizzontali) e in passato si è occupata di problemi legati alla concorrenza derivanti dalla standardizzazione in casi come Rambus e IPCom.

In particolare, Rambus è stata preliminarmente riconosciuta responsabile di una cosiddetta “imboscata brevettuale”, avendo nascosto intenzionalmente di detenere dei SEP e in seguito imponendo royalty per questi SEP che non avrebbe potuto imporre in altro modo. In seguito alle obiezioni eccepite dalla Commissione Europea, Rambus si è impegnata a limitare a livello mondiale le propre royalty per prodotti conformi agli standard in oggetto per un periodo di cinque anni. Nel 2009 la Commissione ha adottato una decisione conforme all’articolo 9, rendendo gli impegni assunti da Rambus legalmente vincolanti.

Nel 2007 la IPCom ha acquisito da Bosch una serie di SEP soggetti a regime FRAND. IPCom era sospettata di non aver ottemperato agli impegni FRAND assunti dai suoi predecessori. A seguito di un’indagine della Commissione Europea, la IPCom ha reso nota la propria intenzione di uniformarsi agli impegni assunti da Bosch.

Nella decisione sulla fusione fra Google e Motorola Mobility, la Commissione Europea ha espresso il timore che provvedimenti inibitori potessero essere usati in modo anti-concorrenziale per escludere dal mercato prodotti competitivi o per imporre onerose condizioni di concessioni di licenze pur avendo i licenziatari manifestato la disponibilità a siglare una concessione di licenza in regime FRAND.

Anche decisioni più recenti della Commissione Europea, Motorola e Samsung, riguardano la richiesta di azioni inibitorie sulla base di SEP. È opinione della Commissione Europea che intentare azioni inibitorie sia in generale un’azione legittima per contrastare i responsabili di violazioni brevettuali.

Tuttavia, se il titolare di un SEP gode di una posizione dominante e si è impegnato a concedere licenze in regime FRAND, si aspetterà di beneficiare dei profitti derivanti dalla concessione in licenza dei propri SEP anziché usare questi brevetti per tentare di escludere altri soggetti. Pertanto, la presentazione dinanzi a tribunali nazionali di un’azione inibitoria sulla base di un SEP nei confronti di un licenziatario disponibile a pagare per i SEP è stata classificata come abuso di posizione dominante.

Il settore delle telecomunicazioni ha assistito di recente a un significativo aumento di onerose controversie brevettuali che alcuni commentatori hanno definito “guerre di brevetti sugli smartphone”.

Nel 2012, a seguito della concessione di un provvedimento inibitorio (basato su un SEP) da parte di un tribunale tedesco, Motorola ha applicato il provvedimento inibitorio nel mercato tedesco. L’applicazione ha determinato un blocco temporaneo delle vendite online di iPhone e iPad da parte di Apple ai consumatori in Germania. Inoltre, in conseguenza dell’applicazione del provvedimento inibitorio, Apple è stata costretta a stipulare un oneroso accordo di composizione transattiva con Motorola e ha dovuto rinunciare al diritto a rivendicare nullità e non-violazione. Nella pratica questo può aver implicato per Apple l’obbligo di pagare per brevetti nulli e non contraffatti (anche passati). Inoltre, è interesse comune che brevetti potenzialmente nulli o non contraffatti possano essere contestati davanti a un tribunale e che le società, e di conseguenza i consumatori, non siano tenute a pagare per brevetti non contraffatti.

Nel caso Motorola, la Commissione Europea ha valutato il tentativo di Motorola di far valere provvedimenti inibitori nei confronti di un licenziatario disponibile, Apple, basandosi su uno dei propri SEP come una violazione delle regole sulla libera concorrenza dell’UE. La Commissione Europea è giunta a questa conclusione alla luce dei fattori specifici che distinguono questo casa da un “normale” caso in cui un titolare di brevetto tenta di ottenere un provvedimento inibitorio. Primo, Motorola aveva dichiarato che il brevetto per il quale chiedeva il provvedimento inibitorio era essenziale ai fini dell’implementazione dello standard 2G ETSI. Secondo, Motorola si è impegnata a concedere in licenza i SEP a terzi in regime FRAND. Terzo, Apple aveva pattuito con Motorola che, in caso di controversia, i tribunali tedeschi avrebbero stabilito il tasso FRAND applicabile e Apple avrebbe pagato le royalty dovute.

La sentenza Motorola stabilisce che il consenso di un potenziale licenziatario a determinare per via giudiziale un tasso FRAND in caso di controversia è una chiara indicazione della disponibilità dello stesso a stipulare un accordo di concessione in licenza e a pagare al titolare del SEP un compenso adeguato. Il titolare di un SEP non ha quindi alcun bisogno, né alcun motivo, di ricorrere a un provvedimento inibitorio per proteggere i propri interessi commerciali. In questo caso particolare, la richiesta e l’applicazione di un provvedimento inibitorio ha indotto Apple a rinunciare al proprio legittimo diritto di contestare la validità e la violazione dei SEP di Motorola. C’è un forte interesse pubblico a incoraggiare azioni volte a contestare la validità e la violazione di brevetti. Il pagamento di royalty per SEP che sono nulli o inutilizzati può aumentare indebitamente i costi di produzione che a loro volta possono comportare prezzi più elevati per i consumatori.

In media, oltre il 30% delle azioni di nullità a livello europeo si conclude con l’annullamento esplicito dei brevetti contestati e all’incirca nel 50% dei brevetti contestati si riscontra una non-violazione.

Nel caso Samsung, la presunta violazione consisteva nella richiesta di provvedimenti inibitori nei confronti di un licenziatario disponibile, Apple, dinanzi ai tribunali di Germania, Italia, Olanda, Regno Unito e Francia con l’intento di vietare sul mercato determinati prodotti Apple sulla base di numerosi SEP 3G di Samsung che Samsung si era impegnata a concedere in licenza in regime FRAND.

In seguito all’indagine della Commissione Europea, Samsung si è impegnata a non intentare in Europa azioni inibitorie basate su SEP per dispositivi mobili per un periodo di cinque anni nei confronti di potenziali licenziatari di questi SEP che acconsentano ad accettare uno specifico sistema di concessione di licenza. Questo sistema di concessione di licenza prevede un periodo di negoziazione obbligatorio fino a un massimo di 12 mesi e, in caso di fallimento della negoziazione, la definizione di condizioni FRAND da parte di terzi, di un tribunale a discrezione di una delle parti o di un arbitro se entrambe le parti acconsentono. Gli impegni stabiliscono chiaramente che, laddove le parti sollevino dubbi in ordine alla validità o alla violazione dei SEP concessi in licenza, i giudici o arbitri dovranno tenerne conto.

Brevetti essenziali all’implementazione di uno Standard-Essential Patent – SEP

Brevetti essenziali all’implementazione di uno Standard Essential Patent – SEP

Com’è noto, uno standard è un documento che definisce i requisiti relativi ad uno specifico articolo, materiale, componente, sistema o servizio, o che descrive nel dettaglio un particolare metodologia o una particolare procedura.

Gli standard sono definiti in generale da organismi di normazione (SSO: Standard-Setting Organizations o SDO: Standard-Developing Organizations), fra cui l’Istituto Europeo per le Norme di Telecomunicazione (ETSI) o l’Unione Internazionale delle Comunicazioni (ITU), per citarne due.

Esistono migliaia di standard. Il solo ETSI ha normato oltre 6500 standard. Di questi fanno parte gli standard di telecomunicazione di seconda generazione o “2G” (GSM/GPRS), di terza generazione o “3G” (UMTS) e di quarta generazione o “4G” (LTE). Un moderno computer portatile implementa ad esempio circa 251 standard di interoperabilità.

Gli standard riguardano spesso tecnologie protette da brevetto. Un brevetto che protegge una tecnologia essenziale per l’implementazione di uno standard è definito brevetto essenziale per lo standard (Standard Essential Patent, SEP). È impossibile fabbricare prodotti conformi a degli standard, quali smartphone o tablet, senza fare uso di tecnologie coperte da uno o più SEP.

I SEP sono diversi dai brevetti non essenziali per gli standard (non-SEP), ad esempio disegni o modelli  che proteggono caratteristiche estetiche di un prodotto. Questo perché, in generale, le società possono inventare soluzioni alternative che non violino un non-SEP (mentre non possono trovare soluzioni alternative a un SEP). Ad esempio, la tecnologia “slide to unlock” (scorri per sbloccare) è coperta da un non-SEP. Molti produttori di smartphone hanno messo a punto tecnologie differenti per sbloccare lo schermo di uno smartphone senza violare il brevetto “slide to unlock”. Questo non sarebbe stato possibile con un SEP.

Sono migliaia i SEP riguardanti tecnologie implementate in vari standard definiti dagli SSO. Il numero complessivo di SEP dichiarati ad esempio allo ETSI è 155.474. I brevetti dichiarati essenziali per gli standard GSM e “3G” o UMTS sviluppati da ETSI sono oltre 23.500. Questi standard devono di fatto essere implementati in tutti gli smartphone e tablet venduti in Europa.

La politica degli SSO in materia di diritti di proprietà intellettuale prevede che sia il titolare del brevetto a dichiarare come SEP qualsiasi brevetto potenzialmente essenziale per uno standard, senza che ci sia una verifica da parte dell’SSO dell’esattezza delle dichiarazioni di essenzialità. Pertanto, sebbene dichiarazioni nei confronti di documenti contenenti determinate specifiche tecniche degli standard siano predittive del carattere di essenzialità, non tutti i SEP sono realmente essenziali, fenomeno, questo, definito “sovra-dichiarazione”, e la prassi attualmente in vigore per tale dichiarazione non è in grado di fornire informazioni affidabili sull’essenzialità dei brevetti dichiarati.

Non potendo gli SSO eseguire opportuni controlli sull’essenzialità dei brevetti, le controversie per stabilire se un brevetto rivendichi o meno un’invenzione riguardante un particolare standard devono essere risolte prima o nel corso di negoziazioni bilaterali (in questa fase le parti presentano e si confrontano di norma su tabelle di raffronto tra rivendicazioni (claim charts), in cui le caratteristiche rivendicate sono mappate su corrispondenti caratteristiche di prodotto ed eventualmente su caratteristiche del relativo standard). Solo un tribunale deciderà alla fine se un brevetto sarà o meno essenziale per una particolare implementazione di uno standard e di una particolare applicazione di questo standard in un determinato prodotto.

In nessun caso, quindi, le dichiarazioni SEP vanno interpretate come un’effettiva prova di essenzialità dei SEP rivendicati, e i controlli di essenzialità sui SEP rivendicati vanno eseguiti prima o nel corso di qualsiasi negoziazione per la concessione di licenze.

L'analisi dei rischi

L’analisi dei rischi

Dopo aver trattato della Direttiva Macchine e aver affrontato alcuni aspetti relativi a parti giuridiche e responsabilità (necessaria premesse alla valutazione degli aspetti tecnici connessi alla procedura di redazione del Fascicolo Tecnico), in questo articolo viene trattata l’Analisi dei Rischi, il documento forse più importante che il Fascicolo Tecnico deve contenere.

Questo argomento merita un’approfondita valutazione iniziale, propedeutica a tutte le spiegazioni riguardanti le modalità di realizzazione del Fascicolo Tecnico.

Innanzitutto vengono fornite alcune indicazioni semplici di cosa si intende e come si applica l’Analisi dei Rischi per le varie Direttive Europee.

Applicare correttamente il concetto di prevenzione presuppone, oltre alla formazione fornita sul campo (sapere e saper fare), anche una buona dose di predisposizione individuale da parte del Tecnico incaricato allo “scoprire e analizzare i problemi”.

L’Analisi dei Rischi deve essere redatta secondo la UNI EN 14121-1 e, relativamente ai metodi per analizzare i pericoli e per stimare i rischi, si sceglie il metodo “Analisi preliminare dei pericoli”.

L’Analisi dei Rschi va effettuata in sede di progettazione:

  1. per ogni fase della vita della macchina: trasporto, montaggio, uso, smontaggio;
  2. per il tipo di utilizzo previsto da contratto;
  3. per ogni tipo di utilizzo ragionevolmente prevedibile;
  4. per i possibili usi scorretti ragionevolmente prevedibili;
  5. per le operazioni di manutenzione ordinaria e straordinaria.

Le procedure da effettuare e da ripetere per ogni punto sopra specificata sono:

  1. Determinazione dei limiti della macchina – Descrizione dettagliata fra i punti a), b), c), d), e), di quelli presi in esame.
  2. Determinazione dei limiti della macchina – Definizione del livello di formazione, esperienza o capacità degli utilizzatori prevedibili (operatori, tecnici, addetti alla manutenzione ordinaria, addetti alla manutenzione straordinaria).
  3. Identificazione del pericolo: con l’ausilio dell’elenco non esaustivo in allegato, identificare i pericoli esistenti e le zone pericolose relative.
  4. Eliminazione o riduzione del pericolo per le persone esposte tramite l’applicazione delle norme armonizzate che, pericolo per pericolo e per tipologia di macchina, sono riportare nella tabella allegata alla direttiva.
  5. Stima dei rischi.
  6. Valutazione dei rischi, per determinare se è necessaria la riduzione dei rischi o se si è ottenuta la sicurezza. Se è necessaria la riduzione dei rischi, si devono scegliere ed applicare appropriate misure di sicurezza e ripetere la procedura.

Durante questo processo iterativo è importante che il progettista verifichi se si sono creati ulteriori pericoli nell’applicazione di nuove misure di sicurezza. Se si generano ulteriori pericoli questi devono essere aggiunti all’elenco dei pericoli identificati.

Il pericolo può essere eliminato o ridotto mediante:

  1. la progettazione o la sostituzione con materiali o sostanze meno pericolosi;
  2. le protezioni:
  • la protezione scelta è di un tipo che, in base all’esperienza, fornisce una situazione sicura per l’uso inteso;
  • il tipo di protezione scelto è adeguato all’applicazione, in termini di: possibilità di neutralizzazione o elusione, gravità del danno, ostacolo nello svolgimento del compito richiesto;
  1. le informazioni relative all’uso inteso della macchina sono sufficientemente chiare;
  2. le procedure operative per l’uso della macchina sono coerenti con le capacità del personale che utilizza la macchina, o di altre persone che possono essere esposte ai pericoli associati alla macchina;
  3. i metodi di lavoro sicuro raccomandanti per l’uso della macchina e le relative esigenze di addestramento sono stati adeguatamente descritti;
  4. l’utilizzatore è sufficientemente informato sui rischi residui nelle varie fasi della vita della macchina;
  5. se sono raccomandanti dispositivi di protezione individuale, la necessità di tali dispositivi e le relative esigenze di addestramento sono state adeguatamente descritte: le precauzioni supplementari sono sufficienti.

Il raggiungimento degli obiettivi di riduzione dei rischi e un favorevole risultato del confronto dei rischi lasciano presumere che la macchina sia sicura. In questo senso saranno approfonditi nel prossimo articolo i principi generali di progettazione e la valutazione del rischio e riduzione del rischio connessi alla Sicurezza delle macchine, come previsto dalle norme UNI EN ISO 12100-1, UNI EN ISO 12100-2 e UNI EN ISO 12100:2010.

Credito d’imposta R&S le novità introdotte dalla legge di bilancio 2019

Credito d’imposta R&S le novità introdotte dalla legge di bilancio 2019

Il credito d’imposta per la ricerca e sviluppo introdotto dalla legge 190 del 23 dicembre 2014 nel corso degli anni ha subito diverse modifiche strutturali.

Le variazioni più recenti sono state apportate dall’ultima legge di bilancio, la quale ha introdotto delle riforme alla normativa non solo per il periodo d’imposta 2019, ma anche per quello appena conclusosi al 31/12/2018.

 

Partendo da queste ultime, la nuova disciplina prevede l’obbligo, per tutti i beneficiari, della certificazione delle spese che concorrono alla determinazione del beneficio, quindi sia di quelle riferite al periodo oggetto di agevolazione che di quelle che costituisco la base di calcolo della media del triennio 2012-2014 per la definizione del valore incrementale. Le regole precedenti stabilivano invece tale obbligo per le sole imprese non soggette per legge al controllo legale dei conti. Inoltre, l’utilizzo del credito d’imposta è subordinato all’avvenuto adempimento degli obblighi di certificazione più sopra menzionati.

Sempre a decorrere dal periodo d’imposta 2018 le imprese beneficiare sono tenute a redigere e a conservare una relazione tecnica illustrante le finalità, i contenuti e i risultati delle attività di ricerca e sviluppo svolte internamente; tale relazione deve essere predisposta dal responsabile aziendale delle attività di ricerca e sviluppo e controfirmata dal Legale Rappresentante. Nel caso in cui le attività di ricerca siano commissionate a soggetti terzi, la relazione deve essere redatta e rilasciata all’impresa dal soggetto commissionario.

 

Per il periodo d’imposta 2019 gli interventi di maggior rilievo riguardano:

  1. La riduzione del massimale del credito d’imposta riconosciuto da euro 20.000.000,00 a euro 10.000.000,00, mantenendo il limite minimo di spesa almeno pari a euro 30.000,00.
  2. La distinzione del personale fra dipendente titolare di un rapporto di lavoro subordinato, anche a tempo determinato e personale titolare di un rapporto autonomo o comunque diverso dal lavoro subordinato (differenza importante per l’applicazione delle nuove aliquote come di seguito dettagliato).
  3. Il riconoscimento fra le spese ammissibili dei materiali, delle forniture e di altri prodotti analoghi direttamente impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo anche per la realizzazione di prototipi o impianti pilota relativi alle fasi della ricerca industriale e dello sviluppo sperimentale.
  4. La ridefinizione delle aliquote di calcolo del credito d’imposta.

In particolare si applica nella misura del:

  1. 50 per cento sulla parte dell’eccedenza la media dei costi R&S registrati nel triennio 2012-2014 per personale dipendente e per contratti stipulati con università, enti di ricerca e organismi equiparati;
  2. 25 per cento sulla parte dell’eccedenza la media dei costi R&S registrati nel triennio 2012-2014 per personale titolare di un rapporto autonomo o comunque diverso dal lavoro subordinato, per le quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti e attrezzature di laboratorio, competenze tecniche e privative industriali e per materiali, forniture e altri prodotti analoghi direttamente impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo.
Attività di controllo sulla Sicurezza delle Macchine e sul rispetto della Direttiva Macchina

Attività di controllo sulla Sicurezza delle Macchine e sul rispetto della Direttiva Macchina

È previsto che i controlli attualmente vengano effettuati dall’ISPESL (Istituto Superiore di Prevenzione e Sicurezza del Lavoro, ora INAIL) quale incaricato in Italia dei due Ministeri competenti in materia: il Ministero Attività Produttive (MAP) e Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Più spesso, grazie al D.Lgs. 81/2009, è l’AUSL che, facendo verifiche sull’ambiente di lavoro, chiede i manuali delle macchine e ne verifica le protezioni, mandando poi la segnalazione ai ministeri per i provvedimenti da prendere a seguito di non conformità riscontrate.

I controllo effettuati dall’INAIL e dal MAP, definiti “accertamenti tecnici di sorveglianza del mercato” hanno determinato che il 46% dei controlli ha dato esito “macchina non conforme”.

Inoltre, in Italia le macchine sono soggette in sede di utilizzo ai controlli AUSL. L’ispettore in casi di rischio palese può fermare la macchina, imporre una prescrizione ed applicare la sanzione prevista. Se, per esempio, si accerta la mancanza dei carter protettivi in una macchina da taglio,  la sanzione penale è a carico dell’utilizzatore, che entro un tempo stabilito deve provvedere a ripristinare il carter. Può seguire un’indagine per verificare se le macchine ne erano dotate all’inizio della fornitura. In mancanza di prove certe può scattare l’accertamento sul costruttore per tutte le macchine prodotte e la sanzione amministrativa immediata, sia al costruttore che all’utilizzatore, anche in caso di rumorosità non ridotta. La stessa sanzione si moltiplica per il costruttore per ogni macchina venduta, per l’utilizzatore per le macchine in suo possesso. Gli ispettori dell’AUSL, in qualità di ufficiali di polizia giudiziaria (UPG), accedono direttamente alle aziende utilizzatrici, ai sensi dell’art. 13 della legge 689/1991, e accertano nei luoghi di lavoro la rispondenza al D.Lgs. 81/2008 di quanto in uso.

L’87% delle segnalazioni di non conformità è stata inoltrata a INAIL a seguito di controlli AUSL. Gli ispettori AUSL possono anche ricevere dall’INAIL l’incarico di effettuare verifiche in sede dei costruttori e di prelevare i documenti del caso; in caso di infortunio la stessa modalità è applicata dal Gip (Giudice per le Indagini Preliminari) su richiesta diretta dell’UPG, ispettore dell’AUSL, per acquisire il Fascicolo Tecnico della macchina o della parte relativa al punto specifico contestato.

Dalle segnalazioni inviate da vari soggetti al Ministero lo stesso attiva una verifica, inoltrando una lettera di presunta non conformità al costruttore della macchina, chiedendo spiegazioni sulla parte specifica del requisito presunta non conforme.

La macchina viene verificata dagli enti preposti non solo in caso di incidente, ma anche mediante vari sopralluoghi fatti ad esempio anche da società di leasing che, trovando “presente non conformità”, non erogano i finanziamenti. Se vengono riscontrate non conformità gravi ne fanno segnalazione all’USL e/o al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Si avvia così la “procedura di infrazione” che può comportare sanzioni amministrative quali:

  • il blocco o il sequestro della macchina sul luogo;
  • la richiesta del numero delle macchine simili immesse sul mercato;
  • il bocco o sequestro anche di queste e l’eventuale “ritiro” a spese del costruttore, oltre a sanzioni penali contravvenzionali o penali delittuose (se in presenza di un infortunio), prescrivendo la rimessa in conformità di tutti i modelli prodotti o il divieto di metterli in commercio in tutta la Comunità Europea.

In caso di problemi dovuti a violazioni di direttive o leggi collegate, è sempre utile abbinare una competenza tecnica specifica e approfondita all’azione di difesa affidata al legale di fiducia.

I-ruoli-del-Firmatario-e-del-Mandatario-secondo-la-Direttiva-Macchine

I ruoli del Firmatario e del Mandatario secondo la Direttiva Macchine

La figura del Firmatario

La nuova Direttiva Macchine 2006/42/CE ha introdotto un altro aspetto importante in quanto per la prima volta riporta esplicitamente la definizione di fabbricante quale “persona fisica o giuridica che progetta e/o realizza una macchina o una quasi-macchina oggetto della Direttiva ed è responsabile della conformità della macchina o della quasi-macchina ai fini della sua immissione sul mercato”.

Il fabbricante può essere o meno stabilito nell’Unione Europea.

Il fabbricante deve espletare tutti gli adempimenti previsti dalla Direttiva Macchine e in particolare deve redigere le Istruzioni per l’uso della macchina (o le Istruzioni per l’assemblaggio nel caso di quasi-macchina) e disporre del fascicolo tecnico previsto dall’allegato VII della Direttiva.

In mancanza di un fabbricante come definito sopra, è considerato fabbricante la persona fisica o giuridica che immette sul mercato o mette in servizio la macchina o la quasi-macchina.

Pertanto, si definisce come criterio fondamentale che ogni macchina debba avere comunque un costruttore indipendentemente che questa riporti in targa o meno i suoi riferimenti.

Inoltre, l’ultima parte della definizione mette in guardia anche gli installatori, ed in generale coloro che effettuano adeguamenti o modifiche sulle macchine usate, in quanto nel caso in cui l’intervento operato ricada nell’ambito della messa in servizio o nella immissione sul mercato, in mancanza di accordi precisi con la committenza colui che opera tale intervento può diventare suo malgrado costruttore dell’intera macchina con tutte le responsabilità che ne conseguono.

La Direttiva non vieta la prassi commerciale di vendere macchine con marchio diverso da quello del fabbricante “reale”, per esempio da parte dei distributori, oppure nel caso di macchine commercializzate nell’ambito di insiemi complessi.

In questo caso, però, il soggetto che appone il proprio nome sulla macchina deve assumersi tutti gli obblighi della Direttiva Macchine, ovvero:

  • Redazione della Dichiarazione CE di Conformità (o di Incorporazione nel caso di quasi-macchina).
  • Stesura delle Istruzioni per l’uso (o per l’assemblaggio nel caso di quasi-macchina).
  • Costituzione del fascicolo tecnico (o della documentazione tecnica pertinente).

Nel caso di macchine costruite per uso proprio, il fabbricante coincide con l’utilizzatore della macchina che deve assumersi tutti gli oneri previsti dalla Direttiva Macchine, compresa la redazione (e conservazione) della Dichiarazione CE di Conformità.

La persona che firma la Dichiarazione CE di Conformità (oppure la Dichiarazione del fabbricante o quella di Incorporazione) deve avere una delega sufficiente all’interno dell’azienda, in modo da poterla impugnare legalmente; è opportuno che tale delega sia formale, anche se ciò non è un obbligo.

È importante evidenziare che la delega alla firma non costituisce un trasferimento delle responsabilità civili e penali che gravano sul legale rappresentante dell’azienda costruttrice della macchina.

 

La figura del Mandatario

La Direttiva Macchine 2006/42/CE definisce:

“qualsiasi persona fisica o giuridica stabilita all’interno della Comunità che abbia ricevuto mandato scritto del fabbricante per eseguire a suo nome, in toto o in parte, gli obblighi e le formalità connesse con la presente Direttiva.”

Il Mandatario è, quindi, un incaricato del fabbricante che gli delega l’esecuzione di alcuni adempimenti che gli sarebbero propri.

Caratteristica essenziale del mandatario è che sia stabilito all’interno dell’Unione Europea e che il mandato da parte del costruttore della macchina sia formale.

È opportuno precisare il ruolo “effettivo” del firmatario della Dichiarazione CE di Conformità. Normalmente nelle aziende si tende a ritenere che sia responsabile della conformità alla Direttiva Macchine (e quindi anche responsabile penalmente e civilmente) colui che materialmente firma la Dichiarazione CE di Conformità.

In realtà la firma della Dichiarazione (che deve poter impugnare l’azienda e quindi deve scaturire apposita delega a tal fine) è una firma di funzione che serve, come in tante altre occasioni documentali, semplicemente a impegnare l’azienda circa i contenuti della Dichiarazione. Ma la valutazione delle responsabilità civili e penali è tutt’altra cosa, e discenderà appunto dalla valutazione degli effettivi compiti stabiliti in capo a ciascuno, in relazione alla non conformità rilevata; l’apposizione della firma sarà soltanto uno dei parametri da valutarsi e neppure uno dei più importanti.

Ciò premesso, è comunque auspicabile che vi sia coincidenza tra le funzioni di firmatario della Dichiarazione e “responsabile effettivo della progettazione”, anche al fine di vincolare psicologicamente il firmatario ed effettuare realmente tutte le valutazioni necessarie prima dell’immissione delle macchine sul mercato.

I principali soggetti della responsabilità civile e penale sono il titolare dell’azienda (o suo delegato) e, in secondo luogo il direttore tecnico, cioè colui che decide e amministra “il portafoglio” dell’azienda.

Altri responsabili coinvolgibili in una indagine sono:

  • i commerciali, per la corretta acquisizione dei dati, in particolare se richieste da norme specifiche (per es. EN 60204 – Allegato B);
  • i progettisti, con responsabilità diverse in funzione dell’esperienza;
  • i particolaristi (se non hanno potere decisionale non hanno responsabilità);
  • i manualisti (ricevono dal tecnico le indicazioni sulle valutazioni presenti sul Fascicolo Tecnico, da comunicare poi correttamente);
  • il responsabile dell’emissione dei documenti, di prodotti/macchine e del sistema di produzione;
  • i montatori collaudati, perché completano l’installazione nel rispetto delle indicazioni di progetto, fino alla consegna.
Fatturazione elettronica e privacy

Fatturazione elettronica e privacy

Concepita con l’intento di combattere l’evasione e semplificare le verifiche fiscali, la fatturazione elettronica, per come è stata implementata, non ha avuto l’approvazione del Garante.
Il nuovo obbligo di fatturazione elettronica – esteso a partire dal 1 gennaio 2019 anche ai rapporti tra fornitori e tra fornitori e consumatori – presenta, secondo il Garante, «un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, comportando un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala, potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana dell’intera popolazione, sproporzionato rispetto all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito».
Con il sistema adottato non saranno, infatti, archiviati solo i dati obbligatori ai fini fiscali, ma la fattura vera e propria, che contiene di per sé ulteriori informazioni di dettaglio sui beni e sui servizi acquistati, sulle abitudini e sulle tipologie di consumo – legate, ad esempio, alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni o addirittura la descrizione di prestazioni sanitarie o legali. Inoltre, le persone delegate per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture avrebbero accesso a tutti i dati personali, mettendo a rischio la privacy degli utenti.
Pur riconoscendo l’interesse pubblico, il sistema è stato giudicato non proporzionato agli scopi richiesti, per cui il Garante ha esercitato, ed è la prima volta, il proprio potere correttivo di avvertimento.
Per questo motivo è stato richiesto all’Agenzia delle Entrate di far sapere con urgenza come intenderà rendere conformi al quadro normativo italiano ed europeo i trattamenti di dati che verranno effettuati ai fini della fatturazione elettronica.
I tempi tuttavia sono piuttosto stretti, poiché la pronuncia del Garante giunge a poche settimane dalla pubblicazione delle linee guida che prevedono il decollo operativo del sistema adottato dall’Agenzia delle Entrate per la trasmissione e conservazione delle fatture elettroniche tra imprese e privati.
Ci si chiede a questo punto: è possibile quindi che si ricorra a un rinvio dell’obbligo di fatturazione elettronica o a un avvio del sistema a tappe?
Secondo quanto proposto nell’emendamento al DL n. 119/2018, dal primo gennaio 2019 spetterebbe l’obbligo di fatturazione elettronica solo alle società quotate in borsa e a quelle con più di 250 dipendenti, mentre per gli altri soggetti si prevede un avvio graduale del sistema.
D’altra parte, però, rinviare la misura costerebbe troppo allo Stato.
Si rimane dunque in attesa della decisione finale. Nel frattempo, l’Agenzia delle Entrate dovrà fare tesoro dei rilievi del Garante per la protezione dei dati personali e rendere l’infrastruttura tecnologica della fatturazione elettronica completamente conforme al GDPR.

Le cautele relative ai marchi nella costruzione della rete di vendita all’estero

Le cautele relative ai marchi nella costruzione della rete di vendita all’estero

L’utilizzo del marchio dell’impresa può avvenire direttamente, nell’ambito di attività di vendita e pubblicitarie, o per il tramite dei propri intermediari commerciali, quali, ad esempio gli agenti, i distributori e i franchisee.

Vediamo quali siano le principali cautele da adottare, sotto il profilo dei marchi, quando si opera in un paese straniero tramite agenti, distributori, franchisee o altri intermediari.

Innanzitutto, prima di nominare l’intermediario, è consigliabile che l’azienda provveda al deposito del marchio.

Per assicurarsi una ragionevole tutela, il deposito dovrebbe riguardare tutti i paesi concessi all’agente, al distributore o al franchisee e, nell’ambito di tali paesi, “coprire” le diverse classi merceologiche dei prodotti che costituiscono l’oggetto del contratto.

Inoltre, il deposito dovrebbe essere tempestivo per evitare di essere anticipati da eventuali terzi che, più o meno in buona fede, potrebbero depositare nel proprio paese un marchio identico o simile a quello dell’impresa italiana, nel tentativo di impedirne le importazioni o di ottenere un compenso per rinunciare ai diritti sul marchio. Questo fenomeno non è da sottovalutare, perché risulta più diffuso di quanto si pensi.

La tempestività del deposito serve anche per ridurre il rischio che un agente, un distributore o un franchisee troppo intraprendente depositi esso stesso, a proprio nome, il marchio dell’impresa italiana, o lo inserisca nella propria ditta o denominazione sociale.

Si noti che nei casi sopra indicati, anche quando sia possibile riprendere possesso del “proprio” marchio, come ad esempio nel caso di deposito non autorizzato da parte di un agente in un paese della Convenzione di Parigi, i costi delle necessarie azioni legali potrebbero risultare particolarmente elevati. Questi rischi è le relative spese possono essere evitati o ridotti proprio con tempestivo deposito del marchio.

Inoltre, l’utilizzo del marchio da parte dell’intermediario d0vrebbe essere regolato nel contratto, per evitare usi pregiudizievoli per la reputazione dell’impresa preponente o, comunque, poco conformi alla politica e all’immagine commerciale della stessa.

In particolare, sarà opportuno stabilire nel contratto che l’intermediario dovrà utilizzare il marchio solo per fini promozionali e pubblicitari; che tale uso dovrà avvenire secondo le indicazioni fornite dall’azienda preponente; che l’uso non dovrà  essere effettuato in modo pregiudizievole per la reputazione del marchio; che eventuali iniziative promozionali e pubblicitarie dovranno essere sottoposte alla preventiva autorizzazione del preponente; che l’uso del marchio da  parte dell’intermediario dovrà cessare immediatamente con la risoluzione o lo scioglimento, per qualsiasi motivo, del contratto (salvo eventualmente prevedere, nel caso di contratti di distribuzione o di franchising, un termine per lo smaltimento dello stock a magazzino).