Contributi in conto impianto e in conto esercizio

Contributi in conto impianto e in conto esercizio

I contributi rappresentano erogazioni di denaro a fondo perduto effettuate da enti pubblici o privati, o dovuti in base a contratto, allo scopo di sostenere l’economia, indirizzate verso determinati soggetti. Gli stessi possono essere altresì correlati con oneri specificamente individuati o possono essere erogati al mero scopo di aumentare le risorse patrimoniali di un’impresa, in maniera generalizzata.
I contributi in conto esercizio sono dovuti sia in base alla legge sia in base a disposizioni contrattuali, rilevati per competenza e indicati distintamente in apposita sottovoce della voce A5 del conto economico.
Si deve trattare di contributi che abbiano natura di integrazione dei ricavi dell’attività caratteristica o delle attività accessorie diverse da quella finanziaria. Non possono essere compresi in questa voce i contributi di natura finanziaria che riducono direttamente l’onere degli interessi passivi su alcuni tipi di finanziamenti assunti dall’impresa, i quali sono portati in detrazione alla voce C17 “interessi ed altri oneri finanziari” . I contributi correlati ad un evento straordinario, invece, sono rilevati alla voce E20 del conto economico, nell’ambito dell’area della gestione economica straordinaria.
Tra i contributi in conto esercizio sono compresi anche quelli relativi all’acquisto di materiali. Ai fini della valutazione delle rimanenze, tali contributi sono portati in diminuzione del costo di acquisto dei materiali stessi. Ne deriva che i costi sostenuti per gli acquisti di materie prime, sussidiarie, di consumo e merci sono rilevati tra i costi della produzione, alla voce B6), al lordo dei contributi in conto esercizio ricevuti per tali acquisti; la variazione delle rimanenze di materie prime, semilavorati e prodotti finiti è indicata nelle voci B11) o A 2) al netto dei contributi ricevuti .
Dal punto di vista fiscale l’intero contributo deve essere annoverato tra i ricavi, ai sensi dell’art. 85 del TUIR. I contributi in conto esercizio trovano la loro regolamentazione tributaria nell’ambito dell’art. 85, comma 1, lett. g) del TUIR che recita: ‹‹ 1. Sono considerati ricavi: … g) i contributi in denaro, o il valore normale di quelli, in natura, spettanti sotto qualsiasi denominazione in base a contratto; h) i contributi spettanti esclusivamente in conto esercizio a norma di legge ››.
Diversamente i contributi in conto impianti, rappresentano somme erogate da un soggetto pubblico (Stato o enti pubblici) alla società per la realizzazione di iniziative dirette alla costruzione, riattivazione e ampliamento di immobilizzazioni materiali, commisurati al costo delle medesime. Sono contributi per i quali la società beneficiaria può essere vincolata a mantenere in uso le immobilizzazioni materiali cui essi si riferiscono per un determinato tempo, stabilito dalle norme che li concedono.
La loro contabilizzazione può avvenire in due diversi modi:

1. con il primo metodo (metodo indiretto) i contributi sono portati indirettamente a riduzione del costo in quanto imputati al conto economico nella voce A5 “altri ricavi e proventi”, e quindi rinviati per competenza agli esercizi successivi attraverso l’iscrizione di “risconti passivi”;
2. con il secondo metodo (metodo diretto) i contributi sono portati a riduzione del costo delle immobilizzazioni cui si riferiscono.

Con il metodo indiretto i contributi sono imputati al conto economico, da un lato attraverso gli ammortamenti calcolati sul costo lordo delle immobilizzazioni, dall’altro mediante gli altri ricavi e proventi per la quota di contributo di competenza dell’esercizio. L’iscrizione del contributo in apposita voce tra i risconti passivi, da ridursi ogni periodo con accredito al conto economico, lascia inalterato il costo dell’immobilizzazione, ma produce gli stessi effetti sull’utile dell’esercizio e sul patrimonio netto.
Con il metodo diretto, invece, sono imputati al conto economico solo gli ammortamenti determinati sul valore dell’immobilizzazione al netto dei contributi.
Dal punto di vista fiscale vale il principio di competenza: c’è pertanto perfetta coincidenza tra imputazione civilistico contabile e tassazione.

Patent Box

Patent box

La legge di stabilità 2015 ha introdotto il c.d. patent box, ossia una disciplina fiscale che mira ad agevolare le imprese che sfruttano beni immateriali. Lo sfruttamento non deve necessariamente concretizzarsi nella percezione di canoni da parte di soggetti terzi, ben potendo l’impresa utilizzare direttamente il bene immateriale oppure concederlo a soggetti appartenenti al gruppo.
Il regime opzionale di tassazione agevolata oggetto del presente intervento ha la finalità di arginare i fenomeni di delocalizzazione, più o meno artificiosa di beni immateriali, incentivando il rientro in Italia di beni immateriali (in particolare marchi e brevetti) di gruppi italiani oggi localizzati all’estero.

SOGGETTI: Soggetti titolari di reddito d’impresa; Società ed enti di ogni tipo, compresi i trust con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio dello Stato, a condizione di essere residenti in Paesi con i quali sia in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio di informazioni sia effettivo.

OGGETTO: Redditi derivanti da utilizzo di opere dell’ingegno, da brevetti industriali, da marchi d’impresa, da disegni e modelli, nonché da processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili.
I soggetti interessati possono optare per l’applicazione dell’agevolazione. L’opzione ha durata per 5 esercizi sociali ed è irrevocabile. I redditi derivanti da tali beni immateriali non concorrono a formare il reddito complessivo, in quanto esclusi per il 50% del relativo ammontare. La percentuale di esenzione è pari: 30% per il 2015 e 40% per il 2016.

La quota di reddito agevolabile è determinata sulla base del rapporto tra:

a. i costi di attività di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale.

b. i costi complessivi, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per produrre tale bene.

In sostanza, il reddito agevolabile è dato dalla seguente equazione:

reddito agevolabile = reddito da utilizzo del bene immateriale X (costi di ricerca e sviluppo/costi complessivi sostenuti per il bene immateriale).

Ne consegue che il beneficio della detassazione sarà pieno ossia nella misura massima stabilita dalla norma (il 50% del reddito), se le spese per la ricerca, sviluppo e mantenimento sono rilevanti ossia eguagliano il costo di produzione del bene.

In caso di utilizzo diretto dei beni indicati (in assenza di un corrispettivo), il contributo economico di tali beni alla produzione del reddito complessivo beneficia dell’esclusione prevista a condizione che lo stesso sia determinato sulla base di un apposito accordo (ruling) conforme a quanto previsto dall’art. 8 D.L. 269/2003. Il ruling comporta la determinazione, in via preventiva e in contraddittorio con l’Agenzia delle Entrate, dell’ammontare dei componenti positivi di reddito impliciti e dei criteri per l’individuazione dei componenti negativi riferibili ai predetti componenti positivi. In sostanza non essendoci un canone, si rende necessario un accordo.

Nel caso in cui i redditi siano realizzati nell’ambito di operazioni intercorse con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, gli stessi possono essere determinati sulla base di un apposito accordo di ruling in contradditorio con l’Agenzia delle Entrate.

L’esclusione della plusvalenza (differenza positiva tra il prezzo di vendita e il valore contabile del bene) opera se almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla cessione dei predetti beni è reinvestito, prima della chiusura del 2° periodo di imposta successivo a quello nel quale si è verificata la cessione, nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali.

Il 90% deve essere calcolato sul prezzo lordo di cessione e non sulla sola plusvalenza.

Le agevolazioni si applicano a condizione che i soggetti che esercitano l’opzione svolgano le attività di ricerca e sviluppo, anche mediante contratti di ricerca stipulati con società diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa ovvero con università o enti di ricerca e organismi equiparati, finalizzate alla produzione dei beni immateriali citati.

L’ammontare dei costi di attività di ricerca e sviluppo che rappresenta il numeratore del rapporto che permette di giungere al calcolo del reddito agevolabile è aumentato di un importo corrispondente ai costi sostenuti per l’acquisizione del bene immateriale o per contratti di ricerca, relativi allo stesso bene, stipulati con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa. Tale incremento tuttavia, non può superare il 30% dei costi di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale.

Pertanto, le spese di ricerca e sviluppo sui beni immateriali potranno essere agevolate per il 100% del loro ammontare, concorrendo interamente alla formazione del numeratore che permetterà di quantificare il rapporto da moltiplicare con il reddito da utilizzo del bene immateriale.

Diversamente, gli oneri sostenuti per l’acquisizione dei beni immateriali o per contratti di ricerca stipulati con società del gruppo, potranno concorrere alla formazione del rapporto appena menzionato nel limite del 30%, essendo quindi agevolate in modo limitato.