Il MISE “spiega “ il patent box – il decreto attuativo

Il MISE “spiega” il patent box – il decreto attuativo

La legge di stabilità 2015 ha introdotto il c.d. patent box, ossia una disciplina fiscale che mira ad agevolare le imprese che sfruttano beni immateriali. Lo sfruttamento non deve necessariamente concretizzarsi nella percezione di canoni da parte di soggetti terzi, ben potendo l’impresa utilizzare direttamente il bene immateriale oppure concederlo a soggetti appartenenti al gruppo.

Il regime opzionale di tassazione agevolata oggetto del presente intervento ha la finalità di arginare i fenomeni di delocalizzazione, più o meno artificiosa di beni immateriali, incentivando il rientro in Italia di beni immateriali (in particolare marchi e brevetti) di gruppi italiani oggi localizzati all’estero.

 

Il Ministero dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze ha emanato il 30 luglio del 2015 il Decreto attuativo del Patent Box a cui fa seguito la Relazione illustrativa.

Obiettivo di questo approfondimento è delineare l’ambito applicativo del Patent Box come illustrato nel Decreto stesso.

SOGGETTI BENEFICIARI: L’ art. 2 del Decreto definisce l’ambito soggettivo. In particolare possono accedere alla disciplina i soggetti titolari di reddito d’impresa (sono quindi escluse le società semplici), inclusi i soggetti non residenti nel territorio dello Stato con stabile organizzazione nel territorio dello Stato, a condizione che siano residenti in Paesi con i quali è in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio di informazioni sia effettivo. In tal caso, l’agevolazione compete per i redditi derivanti dai beni immateriali compresi nel patrimonio della stabile organizzazione. Viene altresì precisato che sono esclusi i soggetti sottoposti alle procedure di fallimento, liquidazione coatta e amministrazione straordinaria delle grandi imprese.

 

OPZIONE: L’art. 4 del Decreto definisce le modalità per poter esercitare l’opzione. In particolare, essa è valida per cinque periodi d’imposta, è irrevocabile, ma rinnovabile.

Per i primi due periodi d’imposta successivi al 31 dicembre 2014, l’opzione deve essere comunicata all’Agenzia delle Entrate secondo le modalità e i termini che saranno indicati in un apposito provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate e riguarda il periodo d’imposta nel quale essa è comunicata e i quattro successivi. Diversamente, a decorrere dal terzo periodo d’imposta successivo al 31 dicembre 2014, l’opzione andrà comunicata direttamente nella dichiarazione dei redditi e decorre dal periodo d’imposta al quale la medesima dichiarazione si riferisce.

Nel caso in cui, invece, sia necessario attivare la procedura di “Ruling”, l’opzione per il regime di tassazione agevolata decorre nel periodo d’imposta durante il quale è presentata la richiesta di ammissione alla procedura di Ruling stessa. Quest’ultima si rende necessaria per la determinazione del contributo economico dei beni immateriali alla produzione del reddito d’impresa o della perdita in caso di utilizzo diretto dei beni immateriali. Tale procedura può altresì essere attivata su base opzionale (in via quindi facoltativa), per la determinazione del reddito derivante dall’utilizzo dei beni immateriali (nonché la determinazione delle plusvalenze) realizzabili nell’ambito di operazioni con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa.

Nel caso specifico in cui si debba determinare il contributo economico alla produzione del reddito complessivo derivante dall’utilizzo dei beni immateriali da parte di microimprese, piccole e medie imprese, come definite dalla Raccomandazione della Commissione della Comunità Europea 2003/361/CE, si potranno utilizzare le modalità semplificate di accesso alla procedura di Ruling secondo apposite modalità che saranno previste in un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate. Tale imprese dovranno, in ogni caso, essere in grado di dimostrare il collegamento tra spese e reddito.

Nel caso specifico in cui non si raggiunga un accordo per la determinazione del reddito con il competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel quale si è fatta richiesta di ammissione alla procedura di Ruling internazionale, i soggetti beneficiari sono in ogni caso tenuti a determinare il reddito secondo regole ordinarie.

Tuttavia, al fine di agevolare i soggetti obbligati alla definizione della procedura di Ruling e permettergli l’accesso al beneficio fin dal periodo d’imposta in cui è presentata l’istanza, la quota di reddito agevolabile relativa ai periodi d’imposta compresi tra la data di presentazione della medesima istanza e la data di sottoscrizione dell’accordo, può essere indicata nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sottoscrizione del Ruling. Resta in ogni caso ferma la possibilità di presentare istanza di rimborso o dichiarazione integrativa “a favore” di cui all’art. 2, comma 8 bis, del Decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998,n. 322, se ne ricorrono i termini di legge.

 

OGGETTO: L’art. 6 del Decreto delinea l’ambito oggettivo della disciplina in esame. Ai fini della presente disciplina rilevano i redditi derivanti da: brevetti industriali siano essi concessi o in corso di concessione, da marchi d’impresa, ivi compresi i marchi collettivi, siano essi registrati o in corso di registrazione, da disegni e modelli giuridicamente tutelabili, nonché informazioni aziendali ed esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali o scientifiche proteggibili come informazioni segrete, giuridicamente tutelabili. Per quanto concerne i redditi derivanti da utilizzo di opere dell’ingegno, l’articolo sopra citata precisa che l’ambito di applicazione è limitato al software protetto da copyright.

REDDITO AGEVOLABILE: L’art. 9 chiarisce le modalità di determinazione della quota di reddito agevolabile. Quest’ultimo deriva dall’uso diretto del bene immateriale o dalla concessione in uso del diritto all’utilizzo di tali beni. Nel primo caso, è necessario individuare il contributo economico di ciascun bene immateriale, inteso come quel reddito figurativo ascrivibile ai beni stessi incorporato nel reddito rinveniente dall’attività svolta dal contribuente. Ne deriva che, ai fini della normativa in esame, è necessario isolare le componenti negative e positive di reddito ascrivibili allo sfruttamento del bene intangibile al fine di identificare la quota di reddito agevolabile.

Nel caso di concessione in uso, invece, il reddito agevolabile è determinato dai relativi canoni al netto dei costi, diretti e indiretti, ad essi connessi di competenza del periodo d’imposta.

All’art. 7 del Decreto viene precisato che l’opzione ha ad oggetto anche le somme ottenute come risarcimento o come restituzione dell’utile a titolo di responsabilità contrattuale o extracontrattuale per inadempimento a contratti aventi ad oggetto i beni immateriali e per violazione dei diritti sui beni stessi.

 

Pertanto, la quota di reddito agevolabile è determinata sulla base del rapporto tra:

  1. a. i costi di attività di ricerca e sviluppo sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale (Costi qualificati). La relazione precisa che si considerano tutti i costi afferenti le attività di ricerca e sviluppo svolte direttamente dal contribuente, da università o da enti di ricerca e organismi equiparati e da società incluse le start up innovative, diverse da quelle appartenenti al medesimo gruppo.

Per attività di ricerca e sviluppo si intende la ricerca fondamentale intesa come l’insieme dei lavori sperimentali e teorici svolti per acquisire nuove conoscenze; la ricerca applicata, intesa come attività volta ad acquisire nuove conoscenze e capacità, da utilizzare per sviluppare nuovi prodotti, processi e servizi, in qualsiasi settore della scienza e della tecnica; il design, inteso come l’insieme delle attività volte all’ideazione e progettazione dei prodotti; l’ideazione e la realizzazione del software protetto da copyright; le ricerche preventive, i test, le ricerche di mercato; le attività di presentazione, comunicazione e promozione che contribuiscono alla conoscenza e all’affermazione commerciale.

Il valore dei costi può essere altresì incrementato di tutti i costi afferenti le attività di ricerca e sviluppo, derivanti da operazioni intercorse con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, per la quota costituita dal riaddebito di costi sostenuti da queste ultime nei confronti di soggetti terzi; dai costi sostenuti dal contribuente nell’ambito di accordi di ripartizione dei costi (CCA), almeno fino a concorrenza dei proventi costituiti dal riaddebito (poc’anzi esposto) dei costi ai soggetti partecipanti all’accordo per la ripartizione dei costi.

  1. b. i costi complessivi sostenuti per produrre tale bene (Costi complessivi). Tale importo è rappresentato dai costi del numeratore maggiorato dei costi derivanti da operazioni infragruppo e del costo di acquisizione (incluso il costo della licenza) del bene intangibile.

La relazione precisa altresì che il valore dei Costi qualificati può essere ulteriormente incrementato di un importo corrispondente alla differenza tra il valore complessivo dei Costi complessivi (totale dei costi di sviluppo, mantenimento e accrescimento dei beni intangibili “agevolabili”) e il valore dei Costi qualificati come sopra determinato (costi di sviluppo, mantenimento ed accrescimento dei beni intangibili “agevolabili” per attività di ricerca e sviluppo effettuata direttamente o per il tramite di soggetti terzi indipendenti, inclusi i riaddebiti di cui al comma 3 dell’articolo 9 del Decreto) nei limiti tuttavia del 30% di quest’ultimo valore. In ogni caso il Decreto ha cura di precisare che, al fine di dimostrare il diretto collegamento tra le attività di ricerca e sviluppo dei beni immateriali nonché fra questi ultimi e il relativo reddito agevolabile, è necessario adottare un adeguato sistema di rilevazione delle spese e dei redditi contabile o extracontabile.

In sostanza, il reddito agevolabile è dato dalla seguente equazione:

Reddito agevolabile = (Reddito da utilizzo del bene immateriale) X

(Costi qualificati/Costi complessivi).

L’art. 10 del Decreto ribadisce che non concorrono alla formazione del reddito d’impresa le plusvalenze derivanti dalla cessione dei beni “immateriali” agevolabili, a condizione che almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla cessione dei predetti beni sia reinvestito, prima della chiusura del secondo periodo d’imposta successivo a quello nel quale si è verificata la cessione, in attività di ricerca e sviluppo finalizzate alla manutenzione o allo sviluppo di altri beni immateriali “agevolabili”. Affinché sussista tale condizione, il contribuente deve reimpiegare una quota significativa del corrispettivo ricavato nelle attività di ricerca e sviluppo. Ne deriva che, le somme destinate all’acquisto di altri beni immateriali non rientrano tra i “reinvestimenti” qualificati.

Infine, dopo aver illustrato l’ambito applicativo del Patent-box illustrato nel Decreto, si ricorda che il beneficio fiscale per il 2015 è dato da una deduzione IRES e IRAP pari al 30% del reddito agevolabile (40% per il 2016 e 50% dal 2017).

La tutela del marchio aziendale

La tutela del marchio aziendale

Modalità e procedura di registrazione in Italia

La fatica e gli investimenti aziendali profusi per l’individuazione di un brand e per la creazione di una immagine aziendale coordinata devono essere valorizzati e difesi, da usi confusori di terzi, attraverso la tutela del marchio che si ottiene chiedendo la registrazione all’Ufficio statale competente. In Italia ciò avviene depositando la domanda, direttamente o attraverso le CCIAA, all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM).

L’ottenimento della relativa privativa consente al suo titolare di utilizzare il marchio, direttamente o indirettamente, in via esclusiva e di impedire a terzi di utilizzare/registrare marchi identici o simili (sotto il profilo letterale, concettuale, fonetico e grafico) per prodotti o servizi identici/affini.

Dopo aver individuato il marchio di interesse, è consigliabile accertarsi che non esistano marchi identici o simili al segno di riferimento. Ciò permette all’azienda di non dedicare investimenti allo sviluppo e promozione di un brand in potenziale conflitto con legittimi ed anteriori diritti di terzi.

La verifica suggerita dovrà essere svolta tra tutti i marchi depositati/registrati con validità nel territorio italiano ovvero marchi italiani, marchi comunitari e marchi internazionali estesi all’Italia.

Accertata l’assenza di ostacoli si può procedere con l’istruzione della pratica di deposito tenendo presente i contenuti essenziali della stessa.

Essi sono:

  • marchio: può essere costituito da una parola, da un logotipo ovvero dalla particolare caratterizzazione grafica della stessa oppure da un marchio figurativo complesso in cui compaiono sia elementi denominativi che figurativi.
  • Colori: un marchio può essere protetto in bianco e nero oppure rivendicando gli specifici colori rappresentati nell’esemplare. Il deposito in bianco e nero è più generico estendendosi a tutte le tonalità cromatiche mentre quello a colori circoscrive l’esclusiva ma permette di riconoscere il potere distintivo, a volte estremamente importante, del/i colore/i rivendicati (es. il rosso Ferrari).
  • Le classi merceologiche: si definiscono facendo riferimento ad una specifica classificazione internazionale, Classificazione di Nizza, che ha suddiviso convenzionalmente i prodotti e servizi in 45 classi. L’individuazione delle classi determina sia l’ambito di efficacia della registrazione sia le tasse da corrispondere all’UIBM.
  • Richiedente: la domanda di registrazione può essere depositata sia da una persona fisica che da una persona giuridica.

L’UIBM verifica la regolarità formale della domanda mentre non effettua un esame di novità della stessa. Proprio l’assenza di tale verifica rende particolarmente importanti le citate verifiche di anteriorità.

In assenza di rilievi dell’Ufficio la domanda di registrazione viene pubblicata. Entro 90 giorni dalla pubblicazione i titolari di marchi anteriori identici o simili, depositati/registrati, possono promuovere una opposizione amministrativa durante la quale la competente Divisione di Opposizione dovrà decidere se dalla identità o somiglianza dei marchi e dalla identità/affinità dei prodotti/servizi di riferimento possono derivare rischi di confusione/associazione per i consumatori. In difetto di opposizione il marchio verrà registrato.

La registrazione di un marchio fa sorgere un diritto di monopolio in favore dell’azienda, costituisce un bene il cui regime giuridico coincide con quello dei beni mobili registrati; esso può legittimamente essere iscritto a bilancio ed essere oggetto di atti dispositivi del titolare.

È importante notare che la procedura sopra descritta permette di ottenere una protezione in Italia; pertanto, per avere la validità della stessa in tutti i mercati di interesse sarà necessario attivare ulteriori domande in ciascun ambito territoriale di riferimento. Per estendere la protezione di un marchio a livello internazionale è consigliabile elaborare una mirata strategia di azione e ciò per sfruttare le opportunità concesse dalle convenzioni internazionali in tema di tutela dei marchi d’impresa.

La registrazione dura dieci anni dalla data di deposito. Il marchio può essere rinnovato più volte, ma non può subire modifiche né durante la procedura di registrazione né in fase di rinnovo. Pertanto, eventuali modifiche o restyling dovranno originare nuove domande di registrazione

In conclusione, attraverso la registrazione di un marchio l’imprenditore protegge la propria immagine, la riconoscibilità della azienda e/o del proprio prodotto/servizio presso i consumatori nonché tutte le ulteriori suggestioni evocate dal medesimo quali per esempio affidabilità e qualità del prodotto, della fonte produttiva.

La mancata registrazione di un marchio costituisce dunque una imperdonabile e antieconomica scelta imprenditoriale.

 

Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo è operativo

Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo è operativo

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n 174 del 29/07/2015 del Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, concertato con il Ministero dello Sviluppo Economico, del 27/05/2015, il credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo è operativo.
Ai fini della determinazione del suddetto credito risultano ammissibili le seguenti voci di spesa:
a) costi relativi al personale tecnico altamente qualificato;
b) quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;
c) spese relative a contratti di ricerca stipulati con università, enti di ricerca e organismi equiparati, e con altre imprese comprese le start-up innovative di cui all’articolo 25 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221;
d) spese relative a competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.
Rilevano le spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nel triennio 2012-2014 con l’applicazione di due differenti aliquote: il 25% per le spese indicate ai punti b) e d), il 50% per le spese di cui ai punti a) e c).
In relazione al presente criterio di calcolo dell’incrementalià il suddetto decreto attuativo ha definitivamente chiarito che la media degli investimenti resta fissa perché ancorata ai periodi d’imposta 2012-2014 per l’intera durata del credito d’imposta 2015-2019.
Oltre a questa precisazione di notevole rilievo, ci si attendeva però qualcosa di più soprattutto in relazione al criterio di individuazione delle spese di ricerca e sviluppo da considerare. Ne consegue che le imprese dovranno identificare correttamente le spese di ricerca e sviluppo sostenute e contabilizzate nei periodi d’imposta 2012-2014. In assenza di linee guida precise dovrà essere condotto un impegnativo lavoro di ricostruzione, specie per quelle imprese che non hanno evidenziato tali spese all’interno dei loro bilanci.
Infine, rispetto al testo del comma 35 della legge 23 dicembre 2014 n. 190, istitutivo dell’attuale forma del credito d’imposta, il Decreto attuativo in relazione ai costi ammissibili riferiti al personale tecnico altamente qualificato offre una specifica maggiormente dettagliata. Infatti tale personale, che deve essere in possesso di un titolo di dottore di ricerca, ovvero iscritto ad un ciclo di dottorato presso una università italiana o estera, ovvero in possesso di laurea magistrale in discipline di ambito tecnico e scientifico può essere:

1. Dipendente dell’impresa, impiegato in attività di ricerca e sviluppo, con esclusione del personale con mansioni amministrative, contabili e commerciali;
2. In rapporto di collaborazione con l’impresa, compresi gli esercenti arti e professioni, impiegato nelle attività di ricerca e sviluppo, a condizione che svolga la propria attività presso le strutture della medesima impresa.

Mentre il punto 1 può definirsi chiaro, il punto 2, invece, meriterebbe un maggiore approfondimento da parte del Legislatore, anche alla luce della recente riforma del lavoro, al fine di offrire alle aziende le giuste indicazioni per la stipula e l’esecuzione di contratti che non possano essere oggetto di contestazione in occasione di controlli da parte degli organi preposti.
Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo è operativo