bonus per la ricerca

Bonus Ricerca in attesa della pubblicazione del Decreto Attuativo

Dopo la firma da parte del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi del decreto attuativo del credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo per il quinquennio 2015-2019, intervenuta il 27 maggio u.s e annunciata in occasione dell’Assemblea di Confindustria presso l’Expo di Milano, si è in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ultimo atto per dare operatività a questa agevolazione tanto attesa dall’industria italiana.

Ricordiamo molto succintamente che con questo credito d’imposta vengono agevolate le seguenti voci di spesa:

a) costi relativi al personale altamente qualificato;

b) quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;

c) spese relative a contratti di ricerca stipulati con università, enti di ricerca e organismi equiparati, e con altre imprese comprese le start-up innovative di cui all’articolo 25 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221;

d) spese relative a competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.

Rilevano le spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nel triennio 2012-2014 con l’applicazione di due differenti aliquote: il 25% per le spese indicate ai punti b) e d), il 50% per le spese di cui ai punti a) e c).

L’interesse per il testo del suddetto Decreto Attuativo è molto vivo, sia perché la sua pubblicazione, come già più sopra specificato darà effettiva operatività al credito d’imposta per la ricerca e sviluppo, sia perché si spera di trovare tra gli articoli che lo compongono la soluzione ad alcuni dubbi interpretativi ed applicativi.

Primo fra tutti è sicuramente quello del criterio del calcolo dell’incrementalità delle spese di R&S rispetto alla media del triennio antecedente al periodo d’imposta 2015. In particolare, molte perplessità ad oggi sussistono fra gli operatori della c.d. “Finanza Agevolata”, in quanto le spese di ricerca e sviluppo possono essere contabilizzate in modo diverso: spesate nell’esercizio oppure, in caso di valenze pluriennali, capitalizzate. I due casi possono creare delle situazioni nettamente differenti, in quanto in presenza di costi spesati nell’esercizio può anche non esserci una loro evidenza a bilancio, in presenza ad esempio di progetti che hanno visto l’esclusivo impiego di personale interno, cosa che invece non può avvenire se gli stessi costi sono capitalizzati. Logicamente l’evidenza dei costi influisce sul calcolo della media delle spese per ricerca e sviluppo riferite al triennio 2012-2014 e quindi sulla determinazione del valore incrementale sul quale calcolare il credito d’imposta.

Questo forse è il punto più complesso che speriamo trovi soluzione, assieme ad altri dubbi, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di un decreto attuativo sufficientemente esaustivo.

Il know-how e il segreto di impresa

Il know-how e il segreto di impresa

PREMESSA: L’Italia è tra i paesi dove è maggiormente diffusa sia la contraffazione di brevetti e marchi e sia l’appropriazione di “know-how” altrui. Per combattere questi reati sono possibili azioni legali ma appare evidente che per difendersi dall’appropriazione di “know-how” altrui è necessario adottare delle misure di prevenzione.

La nozione di “know-how” è nata nella prassi commerciale e non è stata ancora pienamente recepita dai diversi ordinamenti giuridici. Dal punto di vista letterale, il termine “know-how” è l’abbreviazione dell’espressione anglo-americana “The know-how to do it”: “il sapere come farlo”. Trattasi di una nozione generica che viene riferita a qualsiasi conoscenza suscettibile di applicazione economica e, in particolare, alle conoscenze relative alla fabbricazione di un prodotto, all’applicazione di un procedimento produttivo, alla prestazione di un servizio, alla commercializzazione di prodotti, e così via.
Nell’ambito delle conoscenze di impresa si distinguono le conoscenze brevettate (che costituiscono oggetto di un diritto di esclusiva legale) e le conoscenze non brevettate per le quali si utilizza il termine “know-how” e che hanno un valore economico se mantenute segrete.
L’art. 98 del Codice della proprietà industriale stabilisce che i soggetti interessati alla difesa delle proprie informazioni hanno l’onere di adottare “misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete”. L’adozione di idonee misure dovrà attuarsi sia all’interno dell’azienda sia nei rapporti con terzi.
In particolare:
– È consigliabile identificare quali siano le informazioni che si intendono sfruttare in regime di segreto (documenti tecnici, documenti commerciali, e così via. Sarà, quindi, opportuno contrassegnare questa documentazione con la dicitura “segreto” e conservarla in luoghi non facilmente accessibili ai non addetti ai lavori. Analogamente sarà opportuno adottare misure di riservatezza nel trattamento dei dati elettronici.
– Si dovrà valutare se non sia il caso di prevedere appositi accordi di riservatezza con i propri dipendenti.
– Per quanto riguarda i rapporti con i terzi, di norma, occorrerà evitare di fornire informazioni non strettamente necessarie all’esecuzione del contratto e sarà opportuno concludere accordi di riservatezza.

Consigli pratici:

1) Nell’ufficio ricerca e sviluppo di una impresa deve essere regolato l’accesso ed in sostanza in tale ufficio devono accedere solo gli addetti ai lavori. Quante volte è capitato che per “farsi belli” si fa entrare nell’ufficio un estraneo per fargli notare il proprio “know-how”?.
2) Nell’ufficio ricerca e sviluppo di una impresa deve essere monitorato tutto quello che si sviluppa all’interno. Quante volte è capitato che un addetto si dimetta all’impresa per costituire una nuova impresa sempre nello stesso settore merceologico e magari portandosi dietro il “know-how” sviluppato all’interno della prima impresa? Analizziamo certi distretti industriali: nella zona X c’è la maggiore concentrazione di produttori di radiatori, nella zona Y c’è la maggiore concentrazione di produttori di calzature, nella zona W c’è la maggiore concentrazione di produttori di biomedicali, e così via. Poi analizzando i titolari delle aziende si scopre che molti erano tecnici di una azienda concorrente.
3) Disciplinare i rapporti con i fornitori e contoterzisti. Ogni volta che chiedo la fornitura di pezzi progettati all’interno dell’impresa devo stipulare un accordo di riservatezza. Ricordiamo che se utilizzo un fornitore che lavora anche per le imprese concorrenti è facile che il mio “know-how” sia poi trasmesso alle imprese concorrenti. E poi ricordiamo che l’aspirazione di ogni fornitore è quella di diventare produttore e l’impresa non può permettersi di far nascere un concorrente.
4) Disciplinare i rapporti, tramite un accordo di riservatezza, con le imprese che vogliono una fornitura o di un progetto o di un prodotto ancora da progettare. Quante volte è capitato che l’impresa progetta un prodotto per una seconda impresa e questa si appropria del “know-how” sviluppato dalla prima impresa?
5) Disciplinare i rapporti, tramite appositi contratti, con i progettisti esterni all’impresa. Quante volte è capitato che il progettista esterno offra poi i propri servizi ad aziende concorrenti?
6) Disciplinare i rapporti con i distributori dei propri prodotti. L’impresa investe per promuovere i propri marchi ed ecco che capita sovente che il distributore utilizza impropriamente il marchio dell’impresa od addirittura che depositi il marchio dell’impresa nel paese in cui il distributore commercializza i prodotti. In sostanza è da sottoscrivere un accordo in cui si definisce che il marchio è di proprietà dell’impresa ed in cui si fissano delle regole di utilizzo del marchio dell’impresa.

Contributi in conto impianto e in conto esercizio

Contributi in conto impianto e in conto esercizio

I contributi rappresentano erogazioni di denaro a fondo perduto effettuate da enti pubblici o privati, o dovuti in base a contratto, allo scopo di sostenere l’economia, indirizzate verso determinati soggetti. Gli stessi possono essere altresì correlati con oneri specificamente individuati o possono essere erogati al mero scopo di aumentare le risorse patrimoniali di un’impresa, in maniera generalizzata.
I contributi in conto esercizio sono dovuti sia in base alla legge sia in base a disposizioni contrattuali, rilevati per competenza e indicati distintamente in apposita sottovoce della voce A5 del conto economico.
Si deve trattare di contributi che abbiano natura di integrazione dei ricavi dell’attività caratteristica o delle attività accessorie diverse da quella finanziaria. Non possono essere compresi in questa voce i contributi di natura finanziaria che riducono direttamente l’onere degli interessi passivi su alcuni tipi di finanziamenti assunti dall’impresa, i quali sono portati in detrazione alla voce C17 “interessi ed altri oneri finanziari” . I contributi correlati ad un evento straordinario, invece, sono rilevati alla voce E20 del conto economico, nell’ambito dell’area della gestione economica straordinaria.
Tra i contributi in conto esercizio sono compresi anche quelli relativi all’acquisto di materiali. Ai fini della valutazione delle rimanenze, tali contributi sono portati in diminuzione del costo di acquisto dei materiali stessi. Ne deriva che i costi sostenuti per gli acquisti di materie prime, sussidiarie, di consumo e merci sono rilevati tra i costi della produzione, alla voce B6), al lordo dei contributi in conto esercizio ricevuti per tali acquisti; la variazione delle rimanenze di materie prime, semilavorati e prodotti finiti è indicata nelle voci B11) o A 2) al netto dei contributi ricevuti .
Dal punto di vista fiscale l’intero contributo deve essere annoverato tra i ricavi, ai sensi dell’art. 85 del TUIR. I contributi in conto esercizio trovano la loro regolamentazione tributaria nell’ambito dell’art. 85, comma 1, lett. g) del TUIR che recita: ‹‹ 1. Sono considerati ricavi: … g) i contributi in denaro, o il valore normale di quelli, in natura, spettanti sotto qualsiasi denominazione in base a contratto; h) i contributi spettanti esclusivamente in conto esercizio a norma di legge ››.
Diversamente i contributi in conto impianti, rappresentano somme erogate da un soggetto pubblico (Stato o enti pubblici) alla società per la realizzazione di iniziative dirette alla costruzione, riattivazione e ampliamento di immobilizzazioni materiali, commisurati al costo delle medesime. Sono contributi per i quali la società beneficiaria può essere vincolata a mantenere in uso le immobilizzazioni materiali cui essi si riferiscono per un determinato tempo, stabilito dalle norme che li concedono.
La loro contabilizzazione può avvenire in due diversi modi:

1. con il primo metodo (metodo indiretto) i contributi sono portati indirettamente a riduzione del costo in quanto imputati al conto economico nella voce A5 “altri ricavi e proventi”, e quindi rinviati per competenza agli esercizi successivi attraverso l’iscrizione di “risconti passivi”;
2. con il secondo metodo (metodo diretto) i contributi sono portati a riduzione del costo delle immobilizzazioni cui si riferiscono.

Con il metodo indiretto i contributi sono imputati al conto economico, da un lato attraverso gli ammortamenti calcolati sul costo lordo delle immobilizzazioni, dall’altro mediante gli altri ricavi e proventi per la quota di contributo di competenza dell’esercizio. L’iscrizione del contributo in apposita voce tra i risconti passivi, da ridursi ogni periodo con accredito al conto economico, lascia inalterato il costo dell’immobilizzazione, ma produce gli stessi effetti sull’utile dell’esercizio e sul patrimonio netto.
Con il metodo diretto, invece, sono imputati al conto economico solo gli ammortamenti determinati sul valore dell’immobilizzazione al netto dei contributi.
Dal punto di vista fiscale vale il principio di competenza: c’è pertanto perfetta coincidenza tra imputazione civilistico contabile e tassazione.

I Contratti di rete

I Contratti di rete – Seconda Parte

Come forse ricorderà chi ha letto il primo contributo a questa newsletter in materia di contratti di rete, la principale considerazione che ha indotto il nostro legislatore a dotare il sistema italiano di quel particolare contratto o vincolo che viene chiamato “rete” è la constatazione della piccola o piccolissima dimensione delle imprese italiane e della loro conseguente scarsa forza competitiva sul mercato globalizzato. Non potendo il legislatore obbligare le imprese a crescere di dimensioni, ha fornito loro uno strumento di aggregazione che al tempo stesso consenta di non modificare l’assetto societario proprio delle imprese partecipanti ma di presentarsi come un’entità unica sul mercato.
L’idea è stata se vogliamo completata dai corposi finanziamenti che gli enti nazionali e soprattutto l’Unione europea hanno messo a disposizione delle imprese europee che collaborino tra loro, fra i quali si ricorda il noto progetto Horizon 2020.
Nel precedente contributo sono stati analizzati gli elementi necessari per la costituzione di una rete d’imprese, nel presente si vogliono evidenziare gli elementi non indispensabili ma non per questo meno importanti che caratterizzano l’aggregazione in rete.
Si deve allora partire dalla premessa che il contratto di rete può essere stipulato anche per svolgere nuove attività e che consente dunque l’esercizio in comune di attività non solo strumentali, ma anche di importanza strategia permettendo, sotto questo profilo, una valida alternativa al modello societario.
Quindi ci si deve chiedere quale sia lo strumento finanziario per operare in rete.

E proprio a tale riguardo l’art. 3, comma 4-ter, della L. 33/2009 prevede la possibilità (non l’obbligatorietà) di costituire un fondo patrimoniale comune (di seguito anche il “FPC”) che costituisca appunto il modo in cui la rete d’imprese finanzia la propria attività, sia essa già preesistente, sia essa completamente nuova.
Prevede infatti la norma «Se il contratto prevede l’istituzione di un fondo patrimoniale comune e di un organo comune destinato a svolgere un’attività, anche commerciale, con i terzi:
1) la pubblicità di cui al comma 4-quater si intende adempiuta mediante l’iscrizione del contratto nel registro delle imprese del luogo dove ha sede la rete;
2) al fondo patrimoniale comune si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui agli articoli 2614 e 2615, secondo comma, del codice civile; in ogni caso, per le obbligazioni contratte dall’organo comune in relazione al programma di rete, i terzi possono far valere i loro diritti esclusivamente sul fondo comune;
3) entro due mesi dalla chiusura dell’esercizio annuale l’organo comune redige una situazione patrimoniale, osservando, in quanto compatibili, le disposizioni relative al bilancio di esercizio della società per azioni, e la deposita presso l’ufficio del registro delle imprese del luogo ove ha sede; si applica, in quanto compatibile, l’articolo 2615-bis, terzo comma, del codice civile».
Inoltre «se è prevista la costituzione del fondo comune, la rete può iscriversi nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede; con l’iscrizione nel registro delle imprese la rete acquista soggettività giuridica».
Ciò implica che qualora sia prevista l’istituzione di un fondo patrimoniale comune, il contratto deve inoltre indicare «la misura e i criteri di valutazione dei conferimenti iniziali e degli eventuali contributi successivi che ciascun partecipante si obbliga a versare al fondo, nonché le regole di gestione del fondo medesimo; se consentito dal programma, l’esecuzione del conferimento può avvenire anche mediante apporto di un patrimonio destinato, costituito ai sensi dell’articolo 2447-bis, primo comma, lettera a), del codice civile».
La norma non dice se vi siano importi minimi prescritti dal legislatore per la costituzione del fondo patrimoniale, come invece accade per le società di capitali, appare però logico che il fondo patrimoniale debba avere una consistenza tale da poter realizzare il programma di rete.
Vi è inoltre da ricordare che in un contratto di rete si può prevedere un fondo patrimoniale comune anche in assenza di un organo comune di gestione, anche se la sua formazione e la contestuale nomina di un organo comune è altamente consigliata in quanto limita la responsabilità dei partecipanti per le obbligazioni assunte nell’interesse della rete e attribuisce alla rete un’autonomia patrimoniale perfetta: ai sensi dell’ultima novella è infatti ora previsto che per le obbligazioni contratte dall’organo comune in relazione al programma di rete i terzi possono far valere i loro diritti esclusivamente sul fondo patrimoniale comune.
Ai sensi della Legge 134/2012, la previsione di un fondo patrimoniale comune porta con sé un’altra fondamentale possibilità, quella dell’iscrizione della rete nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede e, soprattutto, consente alla rete di acquisire una autonoma personalità giuridica.
Quindi in presenza di un fondo patrimoniale comune e, caso mai, auspicabilmente, anche di un organo comune di gestione, la rete può divenire persona giuridica autonoma ed essere iscritta al registro delle imprese.
Ovviamente, alla creazione del fondo patrimoniale consegue la necessità che il contratto di rete preveda esplicitamente le regole per la sua gestione, fra le quali il vincolo di destinazione del fondo all’attuazione del programma di rete e la nomina dell’organo di gestione del fondo, carica che potrà essere coperta anche da un soggetto esterno, diverso dai partecipanti alla rete, purchè dotato di particolari competenze.
In caso di previsione del fondo comune il contratto di rete dovrà anche pattuire la misura ed i criteri di valutazione dei conferimenti iniziali e degli eventuali contributi successivi dei partecipanti alla rete, fermo restando che potrà essere oggetto di conferimento iniziale, nel senso di apporto alla rete, qualsiasi entità materiale o immateriale, suscettibile di valutazione economica o comunque di apprezzamento in termini di funzionalità o strumentalità al perseguimento dello scopo comune e/o alla realizzazione del programma di rete (quindi anche prestazioni d’opera, know-how, marchi, banche dati commerciali, crediti, immobili e così via). Con la necessaria precisazione che i beni e gli apporti patrimoniali e non restano formalmente di titolarità dell’impresa conferente pur essendo destinati alla realizzazione del programma di rete.
In tema di gestione del fondo patrimoniale e sugli altri aspetti economicamente rilevanti della rete, bisogna ricordare che anche per le reti vige l’obbligo di predisporre la situazione patrimoniale ex art. 2615-bis c.c. e di osservare, in quanto compatibili, le disposizioni relative al bilancio delle società per azioni, con l’obbligo quindi di depositare le relazione sulla situazione patrimoniale presso l’ufficio del registro delle imprese del luogo ove ha sede la rete.
Qualora il fondo patrimoniale comune non fosse previsto, per le obbligazioni assunte nell’interesse della rete: (a) se si tratta di obbligazione assunta dall’organo comune nell’interesse della rete rispondono tutti i partecipanti in solido tra loro; (b) in assenza di organo comune dovrebbero rispondere solo i partecipanti che hanno assunto l’obbligazione in solido tra loro, con diritto di rivalsa verso gli altri partecipanti ex artt. 1298 e 1299 c.c. Va però sottolineato che non è agevole comprendere quando una obbligazione possa intendersi assunta nell’interesse della rete.
In secondo luogo, tra gli elementi non indispensabili ma comunque importanti del contratto di rete, va ricordato l’organo comune, previsto dall’art. 3, comma 4- ter, della Legge 33/2009, il quale stabilisce che se il contratto ne prevede la istituzione occorre indicare «il nome, la ditta, la ragione o la denominazione sociale del soggetto prescelto per svolgere l’ufficio di organo comune per l’esecuzione del contratto o di una o più parti o fasi di esso, i poteri di gestione e di rappresentanza conferiti a tale soggetto, nonché le regole relative alla sua eventuale sostituzione durante la vigenza del contratto. L’organo comune agisce in rappresentanza della rete e, salvo che sia diversamente disposto nel contratto, degli imprenditori, anche individuali, partecipanti al contratto nelle procedure di programmazione negoziata con le pubbliche amministrazioni, nelle procedure inerenti ad interventi di garanzia per l’accesso al credito e in quelle inerenti allo sviluppo del sistema imprenditoriale nei processi di internazionalizzazione e di innovazione previsti dall’ordinamento nonchè all’utilizzazione di strumenti di promozione e tutela dei prodotti e marchi di qualità o di cui sia adeguatamente garantita la genuinità della provenienza».
Si noti che nell’originario disegno della Legge n. 33/2009 l’organo comune era elemento necessario del contratto di rete, mentre nella sua ultima versione è divenuto organo facoltativo. Si tratta di un organo monocratico (persona fisica o giuridica) in rapporto di mandato rispetto ai partecipanti alla rete. L’attività dell’organo comune è fondamentale in quanto ad esso, ove presente, è demandata l’esecuzione del contratto di rete tout court, oppure di una o più parti di esso. Ove tale organo venga istituito nel contratto di rete, nel medesimo devono essere necessariamente specificati i relativi poteri di gestione e di rappresentanza ad esso conferiti.

L’organo comune agisce in rappresentanza della rete e, salva diversa indicazione contrattuale, dei partecipanti, anche individuali, al contratto nelle procedure di programmazione negoziata con la PA, nelle procedure inerenti a interventi di garanzia per l’accesso al credito e allo sviluppo del sistema imprenditoriale nonché alla utilizzazione di strumenti di promozione e tutela dei prodotti e marchi di qualità.
Ciò implica che nelle procedure di programmazione negoziata con la PA l’organo comune ha una rappresentanze ex lege anche per i singoli partecipanti alla rete con applicazione quindi del secondo comma dell’art. 2615 c.c.
Manca una disciplina sulla revoca dell’organo comune, in assenza della quale dovrebbe applicarsi l’art. 1726 c.c. sulla revoca del mandato collettivo conferito con unico atto e per un affare d’interesse comune (deve essere fatta da tutti i mandatari salvo che ricorra una giusta causa).
Nel delicato tema della responsabilità extracontrattuale della rete per obbligazioni sorgenti da fatto illecito si ritiene che vi sia una responsabilità solidale dei partecipanti per i fatti illeciti commessi dalla rete nell’esercizio della propria attività.
Ulteriori elementi non previsti dalla legge tra quelli accidentali, ma opportuni da prevedere all’interno del contratto di rete sono la denominazione della rete; la previsione di un segno distintivo comune, ad esempio sotto forma di marchio registrato, l’indicazione delle modalità di esclusione dei partecipanti. Quest’ultima clausola è di particolare utilità per evitare che la violazione degli obblighi discendenti da un contratto di rete possa comportare la risoluzione dell’intero contratto o creare situazioni di stallo operativo; altre ipotesi di legittima esclusione potrebbero essere l’apertura di procedure concorsuali a carico di un partecipante o la perdita del requisito soggettivo legale da parte di un partecipante; anche per questa ipotesi occorre prevedere se la decisione di esclusione debba essere presa all’unanimità ovvero a maggioranza oppure se sia demandata all’organo comune al verificarsi delle cause di esclusione.
La legge non disciplina la cedibilità della posizione contrattuale in rete per cui si ritiene che in mancanza di una adeguata regolamentazione, laddove via sia una cessione d’azienda l’acquirente dovrebbe subentrare nel contratto di rete come previsto dall’art. 2610 cod. civ. salvo il diritto di successiva esclusione laddove ricorra una giusta causa.
Altri aspetti che potranno essere inseriti nel contratto di rete potranno essere una clausola di riservatezza e di segreto sui dati commerciali e sul know-how conferito o sviluppato dai partecipanti; una clausola di non concorrenza dei singoli partecipanti rispetto alla rete; una clausola di esclusiva in favore della rete stessa da parte dei partecipanti.
E’ infine sempre opportuno l’inserimento di una clausola che preveda come dirimere le eventuali controversie, introducendo se del caso anche un’ipotesi di ricorso alla mediazione volontaria, precedente all’ipotesi contenziosa.
Nel paese con il maggior contenzioso dell’Unione europea, almeno il tentativo di evitare la giurisdizione ordinaria per risolvere i conflitti appare assolutamente auspicabile.