Programmi di Cooperazione Territoriale Europea 2014-2020

I programmi di Cooperazione Territoriale Europea 2014-2020

I programmi di Cooperazione Territoriale Europea 2014-2020

Cooperazione Territoriale Europea 2014-2020 per lo sviluppo della ricerca e innovazione delle aziende Venete

I programmi di cooperazione territoriale sono uno strumento dell’Unione europea che permette il finanziamento di progetti di collaborazione e di investimento congiunto fra soggetti pubblici e privati, di nazioni diverse in diversi settori di intervento quali: sviluppo urbano, rurale e costiero, sviluppo delle relazioni economiche e collegamento in rete delle piccole e medie imprese. La cooperazione dovrà concentrarsi sulla ricerca, lo sviluppo, la società dell’informazione, la tutela dell’ambiente, la prevenzione dei rischi e la gestione integrata delle risorse idriche. I tassi di co-finanziamento dell’UE raggiungono l’85% dei costi totali e sono erogati sotto forma di contributi a fondo perduto.

I programmi nei quali è coinvolto, tutto o in parte, il territorio del Veneto sono otto: tre transfrontalieri (Programmi Interreg V Italia-Austria, Italia-Slovenia, Italia-Croazia), quattro transnazionali (Programmi Spazio Alpino, Central Europe, Mediterraneo, Adriatico Ionico) e uno interregionale (Interreg Europe).

Il programma Interreg V Italia-Austria finanzia progetti per la creazione di reti/cluster che rafforzino la cooperazione transfrontaliera tra imprese e enti di ricerca.

Il programma Interreg Italia-Slovenia premia progettualità in cui siano coinvolti soggetti della Provincia di Venezia per migliorare il trasferimento di conoscenze nei settori competitivi dell’area con particolare focus all’eco-innovazione.

Il programma Interreg Italia-Croazia favorisce progettualità che migliorino l’innovazione nei settori rilevanti dell’economia “blu”.

Il programma Mediterraneo ammette progettualità che presentino una cooperazione estesa in tutta l’area per lo sviluppo di prodotti e/processi innovativi in ottica di specializzazione produttiva mediterranea.

I programmi Interreg Europe, Central Europe e Adriatico Ionio premiano invece la partecipazione della pubblica amministrazione e quindi di difficile applicazione nelle realtà aziendali.

Nel 2015 sono stati pubblicati i primi bandi del Programma Mediterraneo e Spazio Alpino, per cui dal 2016 in poi ci sarà l’attuazione degli altri.

La brevettazione delle nuove varietà vegetali

La brevettazione delle nuove varietà vegetali

In considerazione della crescente importanza economica del settore e delle peculiarità dell’industria agricole, è stato introdotto, dapprima nei singoli paesi, tra cui anche l’Italia, e successivamente a livello comunitario, un brevetto “speciale” riservato a proteggere i creatori (detti “costitutori”) di nuove varietà vegetali.

La normativa italiana permette la brevettabilità di tutti i generi e specie vegetali, e non solo di quelli/e previsti/e nello specifico elenco rivisto periodicamente per decreto.

Il brevetto ha durata di 30 anni dalla concessione per le piante a fusto legnoso, viti incluse, e di 20 anni per le altre. Anche nel caso delle varietà vegetali occorre corredare la domanda con una descrizione tecnica, completa di fotografie della nuova varietà prese nelle fasi salienti e distintive della crescita, ove si elenchino le caratteristiche, estetiche (ad esempio infiorescenze di un certo tipo) o fisiologiche (ad esempio resistenza verso specifici parassiti o specifiche malattie), distintive della nuova varietà. Gli aspetti operativi connessi con la privativa comunitaria sono sostanzialmente analoghi a quelli previsti nella legislazione nazionale.

Facendo riferimento alla sola normativa comunitaria occorre fare il punto sulle definizioni da utilizzarsi in questo campo, e precisamente:

a- definizione di “varietà”: un insieme di vegetali nell’ambito di un unico taxon botanico del più basso grado conosciuto il quale, a prescindere dal fatto che siano soddisfatte le condizioni per la concessione di una privativa, possa essere:
– definito mediante l’espressione delle caratteristiche risultanti da un dato genotipo o da una combinazione di genotipi;
– distinto da qualsiasi altro insieme vegetale;
– considerato come un0unità in relazione alla sua idoneità a moltiplicarsi invariato.
b- Definizione di “costituente vegetale”: un insieme vegetale costituito da vegetali interi oppure da parti di vegetali in grado di produrre vegetali interi.

Una privativa per ritrovati vegetali può essere concessa per una varietà:

a- “distinta”: chiaramente distinguibile, mediante l’espressione dei caratteri risultanti da un particolare genotipo i combinazione di genotipi, da qualsiasi altra varietà conosciuta alla data di presentazione della domanda;
b- “omogenea”: sufficientemente omogenea nell’espressione dei caratteri compresi nell’esame della istintività;
c- “stabile”: l’espressione dei caratteri rimane invariata dopo ripetute moltiplicazioni;
d- “nuova”: alla data di presentazione della domanda i costituenti varietali (cioè la pianta o il materiale di propagazione) o i prodotti del raccolto non sono stati ceduti entro la Comunità da più di un anno, o al di fuori della Comunità da più di 4 anni (6 anni per le specie arboree e viticole).

La privativa comunitaria dura, a partire dalla data di concessione: 25 anni per le varietà non legnose; 30 anni per le varietà a fusto legnoso. La durata della privativa può essere prolungata al massimo per altri 5 anni per generi specifici.

Una differenza importante tra il brevetto per nuova varietà vegetale e quello per invenzione o modello, risiede nei diversi diritti che esso assicura al titolare.

In particolare, il diritto spetta alla persona che ha creato o scoperto e sviluppato la varietà, o al suo avente causa (denominati “il costitutore”); tale diritto può spettare anche congiuntamente a più persone.

Il titolare ha il diritto di controllare ogni utilizzazione commerciale dei costituenti varietali, compresi i prodotti del raccolto.

Il diritto si estende inoltre: alle varietà la cui produzione richiede l’utilizzazione ripetuta della varietà protetta, alle varietà che non sono distinte dalla varietà protetta, alle “varietà essenzialmente derivate”, cioè varietà che, pur essendo distinte dalla varietà iniziale per effetto della derivazione presentano con la varietà iniziale una sostanziale identità genetica e fenotipica.

Per una varietà protetta è obbligatorio l’uso di una denominazione varietale che sia facilmente riconoscibile e leggibile e chiaramente distinta da un eventuale marchio associato alla stessa denominazione.

Gli accordi di riservatezza. Cosa sono e quando sono utili

Gli accordi di riservatezza. Cosa sono e quando sono utili?

Gli accordi di riservatezza sono contratti atipici, largamente diffusi nella pratica, con cui le parti intendono mantenere in regime di confidenzialità specifiche informazioni ritenute economicamente rilevanti per una di esse o per entrambe.
Conosciuti anche come Nda (acronimo della definizione inglese di Non disclosure agreement), gli accordi di riservatezza trovano impiego laddove un’impresa voglia continuare a mantenere segrete informazioni di natura tecnica o di natura commerciale, evitando che dette conoscenze vengano diffuse a soggetti terzi. In linea generale, pertanto, si può affermare che lo scopo di questi contratti è quello di protrarre l’utilizzo in via esclusiva – o tendenzialmente esclusiva – di tali informazioni, mantenendo così un vantaggio competitivo sul mercato, derivante proprio dall’avere a disposizione un patrimonio di conoscenze non di pubblico dominio.
Le conoscenze (know-how) che possono costituire oggetto di accordi di riservatezza, come anticipato, sono sia di natura tecnica, che di natura commerciale. Quanto alla prima categoria, basti pensare a conoscenze che non possono essere oggetto di brevetto (ad esempio, perché relative ad un oggetto non suscettibile di applicazione industriale), ma che si ha comunque interesse a mantenere in via esclusiva o, comunque, a monetizzare, concedendone l’utilizzo ad altri dietro corrispettivo; ovvero a conoscenze tecniche che, pur potendo astrattamente essere oggetto di brevetto o modello di utilità, si preferisce mantenere riservate, nella convinzione che si possa in questo modo godere di un arco temporale di esclusiva più esteso di quello conferito dalla privativa brevettuale, contenuto nei vent’anni. Quanto alle informazioni di natura commerciale che si possa avere interesse a mantenere riservate, è frequente (e opportuno) che le aziende vogliano tutelare dalla diffusione a soggetti terzi le proprie informazioni finanziarie, i metodi di lavoro e commerciali utilizzati per la vendita e la pubblicizzazione dei prodotti, così come le rilevazioni statistiche e gli storici dell’andamento dell’attività e del settore di riferimento, derivanti dall’esperienza aziendale interna.
Tanto premesso, va quindi considerato che la possibilità che la segretezza e l’esclusività delle conoscenze aziendali siano vanificate ricorre tanto nei rapporti che l’impresa intrattiene occasionalmente (e anche casualmente), quanto, a maggior ragione, nei rapporti continuativi e stabili.
Relativamente alla prima tipologia, sia sufficiente richiamare, pur senza pretesa di esaustività, le operazioni di cessione d’azienda o di ramo d’azienda, ove il potenziale acquirente durante la fase di due diligence apprende una quantità ingente di fondamentali informazioni aziendali, di cui – se non correttamente e contrattualmente vincolato – potrebbe rivelare il contenuto a terzi, o altresì utilizzarle in prima persona; ancora, si pensi alle trattative pre-contrattuali, societarie (ad esempio l’interessamento di un soggetto all’acquisto di partecipazioni sociali di un’impresa) o commerciali (ad esempio quando un soggetto, anche concorrente, è interessato a valutare una partnership con un’altra impresa per la realizzazione di un prodotto o servizio unico o combinato), ove occorrono valutazioni preventive che necessariamente comportano il prendere conoscenza di svariate informazioni, il cui titolare – che le rivela – ha indubbiamente interesse a mantenere riservate.
Infine, i rapporti di natura continuativa, non meno pericolosi per l’integrità della riservatezza delle informazioni aziendali, sono quelli che l’impresa intrattiene con i collaboratori a qualsiasi titolo (e, cioè, dipendenti, stagisti, apprendisti, collaboratori, lavoratori occasionali, ecc.), nonché i rapporti con gli ulteriori soggetti quali fornitori, terzisti, installatori, imprese con cui sussistono rapporti di partnership o collaborazione, distributori nazionali ed esteri, e così via, che quotidianamente apprendono una certa dose di informazioni aziendali aventi valore economico in quanto riservate.
Ebbene, in tutti questi casi è fondamentale che venga specificato quali sono le informazioni che si ha interesse a mantenere segrete, onde preservare il know-how aziendale e disincentivare comportamenti illeciti di soggetti terzi.

Trattamento contabile costi di ricerca e sviluppo

Il nuovo trattamento contabile dei costi di ricerca e sviluppo

Il coordinamento con la normativa fiscale e il nuovo credito in R&S.

I costi di ricerca e sviluppo rappresentano un’importante voce di bilancio, nella quale rientrano una serie di costi non facilmente attribuibili ad uno specifico esercizio contabile, secondo il principio di competenza economica; per questa ragione il legislatore ha definito delle regole ben precise al fine di limitare la discrezionalità nel trattamento di dette poste contabili.
Il D.Lgs. 18 agosto 2015, n. 139, ha modificato alcune delle norme del Codice civile riguardanti la redazione del bilancio d’esercizio a partire dall’anno 2016, tra cui i costi di ricerca e sviluppo, in attuazione della Direttiva Comunitaria 2013/34/UE.
Il principio contabile nazionale, riguardante le immobilizzazioni immateriali OIC 24, classifica e definisce i costi di ricerca e sviluppo in:
1. Ricerca di base
2. Ricerca applicata
3. Sviluppo
Fino all’entrata in vigore del D.Lgs 139/2015 il trattamento contabile delle spese di ricerca di base era differente rispetto a quello previsto per i costi di ricerca applicata e di sviluppo, ma con la recente modifica il legislatore ha stabilito che dal 1° gennaio 2016 invece i costi di ricerca saranno trattati in maniera omogenea e pertanto non saranno più capitalizzabili tra le immobilizzazioni immateriali.
Il D.Lgs 139/2015 ha inoltre proceduto a modificare l’art 2426 c.1 del codice civile, il quale disciplina il criteri di valutazione degli oneri pluriennali.
Di conseguenza si è stabilito che i costi di ricerca di base e di pubblicità che potevano, a certe condizioni, essere iscritte nell’attivo dello Stato Patrimoniale, dovranno essere dal 1° gennaio 2016 imputati esclusivamente a conto economico.
I costi di ricerca pertanto non saranno più capitalizzabili tra le immobilizzazione immateriali, costituiranno costi di periodo e saranno rilevati a Conto economico nell’esercizio in cui sono sostenuti.
L’impossibilità di capitalizzare le spese di pubblicità e ricerca fa sorgere un problema circa l’eventuale ammontare residuo delle spese precedentemente imputate a Stato Patrimoniale, se il residuo sarà infatti da imputare interamente a costo in conto economico nel 2016, ciò comporterà un forte impatto sull’utile di esercizio. Di conseguenza ci si sta interrogando sulle modalità auspicabili per limitare tale impatto.
Potrebbe ad esempio essere proposto di imputare, come già avviene per l’applicazione dei principi contabili internazionali IAS/IFRS, le rettifiche derivanti dall’applicazione di nuovi criteri di valutazione direttamente agli utili riportati a nuovo determinando una riduzione di patrimonio netto senza impattare sul Conto Economico.
Un’altra soluzione per evitare che tali modifiche contabili impattino direttamente sul Conto Economico dell’esercizio potrebbe essere quella di eliminare tali spese in contropartita alle riserve del patrimonio netto attraverso la scrittura “Riserve a spese di pubblicità/ricerca”.
Un diverso trattamento contabile sarà possibile solo qualora tali spese possano essere assimilate a spese di impianto ed ampliamento ovvero soltanto se si tratta di operazioni non ricorrenti (ad esempio, il lancio di una nuova attività produttiva, l’avvio di un nuovo processo produttivo diverso da quelli avviati nell’attuale core business), relative ad azioni dalle quali la società ha la ragionevole aspettativa di importanti e duraturi ritorni economici risultanti da piani di vendita approvati formalmente dalle competenti funzioni aziendali.
Il decreto è intervenuto anche in modifica al periodo di ammortamento dei costi di sviluppo.
Il principio contabile Oic, consente la capitalizzazione del costo in presenza dei seguenti requisiti:

1. il costo deve essere identificabile, misurabile e riferito a un processo/prodotto chiaramente definito; di conseguenza il costo deve avere diretta inerenza con il processo/prodotto per cui viene sostenuto;
2. il progetto deve essere realizzabile, nel senso che deve essere fattibile;
3. deve esserci la razionale possibilità di recuperare i costi mediante i redditi futuri.
Se sono presenti questi tre requisiti, i costi di sviluppo potranno essere indicati tra le immobilizzazioni immateriali e potranno essere ammortizzati, previo consenso del collegio sindacale se esistente, non più in un periodo di massimo cinque anni come riportava l’art. 2426 c.1 del codice civile, ma saranno ammortizzati secondo la loro vita utile e solo in casi eccezionali, ove non sia possibile stimare quest’ultima, saranno ammortizzati in un periodo non superiore a cinque anni.

Il coordinamento con la normativa fiscale.
L’art.108 c.1 del TUIR stabilisce che le spese relative a studi e ricerche sono deducibili nell’esercizio in cui sono state sostenute, ovvero in quote costanti nell’esercizio e nei successivi, ma non oltre il quarto.
Tuttavia vista la modifica apportata e, l’esclusione di tali spese dalla voce degli oneri pluriennali, sorge il dubbio sull’effettiva corrispondenza di tale articolo a suddette spese. Di conseguenza ci si interroga sul fatto che tali costi siano deducibili interamente nell’esercizio di imputazione o se la regola fiscale sia autonoma rispetto a tali costi e, pertanto sia possibile dedurre tali costi nell’esercizio e nei successivi, ma non oltre il quarto.
Questo problema si era già presentato per i soggetti IAS adopter. L’ Agenzia delle Entrate era intervenuta con la risoluzione n.95/2006 ed ha ritenuto che la deduzione di tali costi debba essere fatta in conformità alle scelte di bilancio. Tuttavia, il D.Lgs 139/2015 non ha previsto alcuna norma che disciplini il passaggio tra vecchia e nuova impostazione contabile. Si può quindi ipotizzare che tali costi continuino ad essere dedotti secondo l’originaria imputazione temporale, attraverso delle variazioni extracontabili, anche dopo essere stati imputati interamente a conto economico.