I ruoli del Firmatario e del Mandatario secondo la Direttiva Macchine

I ruoli del Firmatario e del Mandatario secondo la Direttiva Macchine

La figura del Firmatario

La nuova Direttiva Macchine 2006/42/CE ha introdotto un altro aspetto importante in quanto per la prima volta riporta esplicitamente la definizione di fabbricante quale “persona fisica o giuridica che progetta e/o realizza una macchina o una quasi-macchina oggetto della Direttiva ed è responsabile della conformità della macchina o della quasi-macchina ai fini della sua immissione sul mercato”.

Il fabbricante può essere o meno stabilito nell’Unione Europea.

Il fabbricante deve espletare tutti gli adempimenti previsti dalla Direttiva Macchine e in particolare deve redigere le Istruzioni per l’uso della macchina (o le Istruzioni per l’assemblaggio nel caso di quasi-macchina) e disporre del fascicolo tecnico previsto dall’allegato VII della Direttiva.

In mancanza di un fabbricante come definito sopra, è considerato fabbricante la persona fisica o giuridica che immette sul mercato o mette in servizio la macchina o la quasi-macchina.

Pertanto, si definisce come criterio fondamentale che ogni macchina debba avere comunque un costruttore indipendentemente che questa riporti in targa o meno i suoi riferimenti.

Inoltre, l’ultima parte della definizione mette in guardia anche gli installatori, ed in generale coloro che effettuano adeguamenti o modifiche sulle macchine usate, in quanto nel caso in cui l’intervento operato ricada nell’ambito della messa in servizio o nella immissione sul mercato, in mancanza di accordi precisi con la committenza colui che opera tale intervento può diventare suo malgrado costruttore dell’intera macchina con tutte le responsabilità che ne conseguono.

La Direttiva non vieta la prassi commerciale di vendere macchine con marchio diverso da quello del fabbricante “reale”, per esempio da parte dei distributori, oppure nel caso di macchine commercializzate nell’ambito di insiemi complessi.

In questo caso, però, il soggetto che appone il proprio nome sulla macchina deve assumersi tutti gli obblighi della Direttiva Macchine, ovvero:

  • Redazione della Dichiarazione CE di Conformità (o di Incorporazione nel caso di quasi-macchina).
  • Stesura delle Istruzioni per l’uso (o per l’assemblaggio nel caso di quasi-macchina).
  • Costituzione del fascicolo tecnico (o della documentazione tecnica pertinente).

Nel caso di macchine costruite per uso proprio, il fabbricante coincide con l’utilizzatore della macchina che deve assumersi tutti gli oneri previsti dalla Direttiva Macchine, compresa la redazione (e conservazione) della Dichiarazione CE di Conformità.

La persona che firma la Dichiarazione CE di Conformità (oppure la Dichiarazione del fabbricante o quella di Incorporazione) deve avere una delega sufficiente all’interno dell’azienda, in modo da poterla impugnare legalmente; è opportuno che tale delega sia formale, anche se ciò non è un obbligo.

È importante evidenziare che la delega alla firma non costituisce un trasferimento delle responsabilità civili e penali che gravano sul legale rappresentante dell’azienda costruttrice della macchina.

 

La figura del Mandatario

La Direttiva Macchine 2006/42/CE definisce:

“qualsiasi persona fisica o giuridica stabilita all’interno della Comunità che abbia ricevuto mandato scritto del fabbricante per eseguire a suo nome, in toto o in parte, gli obblighi e le formalità connesse con la presente Direttiva.”

Il Mandatario è, quindi, un incaricato del fabbricante che gli delega l’esecuzione di alcuni adempimenti che gli sarebbero propri.

Caratteristica essenziale del mandatario è che sia stabilito all’interno dell’Unione Europea e che il mandato da parte del costruttore della macchina sia formale.

È opportuno precisare il ruolo “effettivo” del firmatario della Dichiarazione CE di Conformità. Normalmente nelle aziende si tende a ritenere che sia responsabile della conformità alla Direttiva Macchine (e quindi anche responsabile penalmente e civilmente) colui che materialmente firma la Dichiarazione CE di Conformità.

In realtà la firma della Dichiarazione (che deve poter impugnare l’azienda e quindi deve scaturire apposita delega a tal fine) è una firma di funzione che serve, come in tante altre occasioni documentali, semplicemente a impegnare l’azienda circa i contenuti della Dichiarazione. Ma la valutazione delle responsabilità civili e penali è tutt’altra cosa, e discenderà appunto dalla valutazione degli effettivi compiti stabiliti in capo a ciascuno, in relazione alla non conformità rilevata; l’apposizione della firma sarà soltanto uno dei parametri da valutarsi e neppure uno dei più importanti.

Ciò premesso, è comunque auspicabile che vi sia coincidenza tra le funzioni di firmatario della Dichiarazione e “responsabile effettivo della progettazione”, anche al fine di vincolare psicologicamente il firmatario ed effettuare realmente tutte le valutazioni necessarie prima dell’immissione delle macchine sul mercato.

I principali soggetti della responsabilità civile e penale sono il titolare dell’azienda (o suo delegato) e, in secondo luogo il direttore tecnico, cioè colui che decide e amministra “il portafoglio” dell’azienda.

Altri responsabili coinvolgibili in una indagine sono:

  • i commerciali, per la corretta acquisizione dei dati, in particolare se richieste da norme specifiche (per es. EN 60204 – Allegato B);
  • i progettisti, con responsabilità diverse in funzione dell’esperienza;
  • i particolaristi (se non hanno potere decisionale non hanno responsabilità);
  • i manualisti (ricevono dal tecnico le indicazioni sulle valutazioni presenti sul Fascicolo Tecnico, da comunicare poi correttamente);
  • il responsabile dell’emissione dei documenti, di prodotti/macchine e del sistema di produzione;
  • i montatori collaudati, perché completano l’installazione nel rispetto delle indicazioni di progetto, fino alla consegna.
Fatturazione elettronica e privacy

Fatturazione elettronica e privacy

Concepita con l’intento di combattere l’evasione e semplificare le verifiche fiscali, la fatturazione elettronica, per come è stata implementata, non ha avuto l’approvazione del Garante.
Il nuovo obbligo di fatturazione elettronica – esteso a partire dal 1 gennaio 2019 anche ai rapporti tra fornitori e tra fornitori e consumatori – presenta, secondo il Garante, «un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, comportando un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala, potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana dell’intera popolazione, sproporzionato rispetto all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito».
Con il sistema adottato non saranno, infatti, archiviati solo i dati obbligatori ai fini fiscali, ma la fattura vera e propria, che contiene di per sé ulteriori informazioni di dettaglio sui beni e sui servizi acquistati, sulle abitudini e sulle tipologie di consumo – legate, ad esempio, alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni o addirittura la descrizione di prestazioni sanitarie o legali. Inoltre, le persone delegate per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture avrebbero accesso a tutti i dati personali, mettendo a rischio la privacy degli utenti.
Pur riconoscendo l’interesse pubblico, il sistema è stato giudicato non proporzionato agli scopi richiesti, per cui il Garante ha esercitato, ed è la prima volta, il proprio potere correttivo di avvertimento.
Per questo motivo è stato richiesto all’Agenzia delle Entrate di far sapere con urgenza come intenderà rendere conformi al quadro normativo italiano ed europeo i trattamenti di dati che verranno effettuati ai fini della fatturazione elettronica.
I tempi tuttavia sono piuttosto stretti, poiché la pronuncia del Garante giunge a poche settimane dalla pubblicazione delle linee guida che prevedono il decollo operativo del sistema adottato dall’Agenzia delle Entrate per la trasmissione e conservazione delle fatture elettroniche tra imprese e privati.
Ci si chiede a questo punto: è possibile quindi che si ricorra a un rinvio dell’obbligo di fatturazione elettronica o a un avvio del sistema a tappe?
Secondo quanto proposto nell’emendamento al DL n. 119/2018, dal primo gennaio 2019 spetterebbe l’obbligo di fatturazione elettronica solo alle società quotate in borsa e a quelle con più di 250 dipendenti, mentre per gli altri soggetti si prevede un avvio graduale del sistema.
D’altra parte, però, rinviare la misura costerebbe troppo allo Stato.
Si rimane dunque in attesa della decisione finale. Nel frattempo, l’Agenzia delle Entrate dovrà fare tesoro dei rilievi del Garante per la protezione dei dati personali e rendere l’infrastruttura tecnologica della fatturazione elettronica completamente conforme al GDPR.

Le cautele relative ai marchi nella costruzione della rete di vendita all’estero

Le cautele relative ai marchi nella costruzione della rete di vendita all’estero

L’utilizzo del marchio dell’impresa può avvenire direttamente, nell’ambito di attività di vendita e pubblicitarie, o per il tramite dei propri intermediari commerciali, quali, ad esempio gli agenti, i distributori e i franchisee.

Vediamo quali siano le principali cautele da adottare, sotto il profilo dei marchi, quando si opera in un paese straniero tramite agenti, distributori, franchisee o altri intermediari.

Innanzitutto, prima di nominare l’intermediario, è consigliabile che l’azienda provveda al deposito del marchio.

Per assicurarsi una ragionevole tutela, il deposito dovrebbe riguardare tutti i paesi concessi all’agente, al distributore o al franchisee e, nell’ambito di tali paesi, “coprire” le diverse classi merceologiche dei prodotti che costituiscono l’oggetto del contratto.

Inoltre, il deposito dovrebbe essere tempestivo per evitare di essere anticipati da eventuali terzi che, più o meno in buona fede, potrebbero depositare nel proprio paese un marchio identico o simile a quello dell’impresa italiana, nel tentativo di impedirne le importazioni o di ottenere un compenso per rinunciare ai diritti sul marchio. Questo fenomeno non è da sottovalutare, perché risulta più diffuso di quanto si pensi.

La tempestività del deposito serve anche per ridurre il rischio che un agente, un distributore o un franchisee troppo intraprendente depositi esso stesso, a proprio nome, il marchio dell’impresa italiana, o lo inserisca nella propria ditta o denominazione sociale.

Si noti che nei casi sopra indicati, anche quando sia possibile riprendere possesso del “proprio” marchio, come ad esempio nel caso di deposito non autorizzato da parte di un agente in un paese della Convenzione di Parigi, i costi delle necessarie azioni legali potrebbero risultare particolarmente elevati. Questi rischi è le relative spese possono essere evitati o ridotti proprio con tempestivo deposito del marchio.

Inoltre, l’utilizzo del marchio da parte dell’intermediario d0vrebbe essere regolato nel contratto, per evitare usi pregiudizievoli per la reputazione dell’impresa preponente o, comunque, poco conformi alla politica e all’immagine commerciale della stessa.

In particolare, sarà opportuno stabilire nel contratto che l’intermediario dovrà utilizzare il marchio solo per fini promozionali e pubblicitari; che tale uso dovrà avvenire secondo le indicazioni fornite dall’azienda preponente; che l’uso non dovrà  essere effettuato in modo pregiudizievole per la reputazione del marchio; che eventuali iniziative promozionali e pubblicitarie dovranno essere sottoposte alla preventiva autorizzazione del preponente; che l’uso del marchio da  parte dell’intermediario dovrà cessare immediatamente con la risoluzione o lo scioglimento, per qualsiasi motivo, del contratto (salvo eventualmente prevedere, nel caso di contratti di distribuzione o di franchising, un termine per lo smaltimento dello stock a magazzino).

Cambiamenti in vista per il Credito d’imposta R&S

Cambiamenti in vista per il Credito d’imposta R&S

Come ogni anno la fine del mese di ottobre rappresenta l’inizio delle anticipazioni dei principali interventi del Governo inseriti all’interno della prossima Legge di Stabilità per l’anno 2019.
Fra questi, secondo recenti comunicati, vi è anche una rivisitazione del Credito d’Imposta per la Ricerca e Sviluppo, già oggetto in passato, di consistenti interventi correttivi.

La prima novità è rappresentata dalla riduzione del massimale annuo del beneficio fiscale da 20 a 10 milioni di euro, originariamente fissata per l’esercizio 2015 a 5 milioni.

La seconda novità è data da una ennesima rivisitazione delle aliquote del credito per singola voce di spesa; l’attuale 50%, previsto indistintamente per tutti i costi ammissibili, sarà riconosciuto solo per il personale e i contratti sottoscritti con università, centri di ricerca e altre imprese.

Le rimanenti voci, e cioè le strumentazioni e attrezzature di laboratorio, relativamente alla loro quota di ammortamento, e le competenze tecniche e le privative industriali, passano al 25%, ritornando, quindi, alla situazione iniziale prevista dall’articolo 1, comma 35, della Legge 190/2014 e dal decreto Attuativo del 27/05/2015.

Da qui a fine anno sicuramente ci saranno ulteriori anticipazioni in materia che sarà nostra cura comunicarVi a chiarimento e approfondimento di quanto allo stato attuale, in modo molto stringato, è dato sapere.

Lo Standard di qualità internazionale UNI EN ISO 17100:2015

Lo Standard di qualità internazionale UNI EN ISO 17100:2015

Per qualsiasi organizzazione che si trovi ad operare in un contesto internazionale è fondamentale avere la garanzia di avvalersi di una società di traduzione che garantisca il trasferimento corretto del significato di un testo da una lingua all’altra.

Lo Standard di qualità internazionale UNI EN ISO 17100:2015 “Servizi di traduzione – Requisiti del servizio” specifica i requisiti relativi a tutti gli aspetti del processo di traduzione che influenzano direttamente la qualità dei servizi di traduzione da parte di un fornitore di servizi linguistici (TSP Translation Service Provider).

La norma europea sostituisce la precedente UNI EN ISO 15038, ampliandone notevolmente la portata. La norma 17100, infatti, non si limita soltanto a definire le specificità della traduzione, ma di tutti i processi ad essa correlati (pre-produzione, produzione, post produzione), definendo contemporaneamente le abilità professionali di ciascuno dei partecipanti al processo di traduzione, principalmente traduttori, revisori e project manager. Prevede, inoltre, la valutazione delle competenze settoriali di traduttori, revisori e correttori, così come la verifica della sicurezza delle informazioni.

La norma UNI EN ISO 17100 specifica i requisiti per i processi fondamentali, le risorse ed altri aspetti necessari alla fornitura di un servizio di traduzione di qualità che sia conforme alle specifiche applicabili. Il concetto di qualità di un servizio di traduzione non si può, infatti, ricondurre unicamente e solamente alla conoscenza della lingua, ma deve considerare una serie di fattori procedurali ed organizzativi, in cui sicuramente la conoscenza della lingua è elemento necessario ma non sufficiente.

Lo standard ISO 17100 comprende le disposizioni relative a tutti gli aspetti del processo di traduzione che incidono sulla qualità e l’erogazione del servizio di traduzione. Sono dunque investigati la gestione dei processi centrali, i requisiti minimi di qualificazione, la disponibilità e la gestione delle risorse, nonché altre azioni necessarie per la fornitura di un servizio di traduzione di qualità. Obiettivo del nuovo standard è la definizione dell’intero servizio in modo da creare un ambiente comune, anche sotto il profilo terminologico, per l’interazione cliente-TSP in relazione ai rispettivi diritti e doveri in un processo generale che, partendo dalle risorse, passa attraverso i vari processi di pre-produzione, produzione e post-produzione, inglobando non solo la traduzione (cioè la serie di processi atti a rendere il contenuto della lingua di partenza nel contenuto della lingua di arrivo in forma scritta), ma necessariamente anche la revisione (cioè l’esame bilingue del contenuto della lingua di arrivo a fronte del contenuto della lingua di partenza per la sua idoneità rispetto alla finalità concordata).

Nella fattispecie la norma è articolata in 4 sezioni dedicate a:

  • Le risorse. Lo standard stabilisce le qualifiche, le competenze professionali e l’esperienza di traduttori, revisori (editor bilingue), correttori (editor monolingue), project manager, ecc. e richiede l’attestazione del regolare mantenimento e aggiornamento delle competenze richieste.
  • I processi e le attività pre-produzione. Lo standard descrive nel dettaglio i requisiti per la gestione delle richieste di preventivo, le indagini, le valutazioni di fattibilità, l’accordo tra il cliente e le società di traduzioni, la gestione delle informazioni del cliente inerenti alla traduzione, le attività amministrative, gli aspetti tecnici della preparazione dei progetti, le specifiche linguistiche e altri fattori di rilievo.
  • I processi di produzione. Si discutono le diverse fasi del processo produttivo: gestione del progetto del servizio di traduzione, traduzione del documento e verifica da parte di un traduttore professionista, revisione approfondita da parte di un secondo linguista (editing bilingue), correzione (editing monolingue da parte di uno specialista del settore) e correzione di bozze o “proofreading” (revisione del contenuto nella lingua di destinazione e correzione prima della stampa) nei casi in cui il cliente sottoscriva uno di questi due servizi a valore aggiunto, nonché la verifica finale e la consegna della traduzione da parte di un Project Manager (Responsabile di Progetto) qualificato. La nuova norma pone esplicitamente l’accento sulla responsabilità lungo tutta la catena del processo del Project Manager .
  • I processi post-produzione. Diversamente dalla UNI EN 15038, lo standard di qualità ISO 17100 evidenzia l’importanza dell’interazione con il cliente nell’accordo sui servizi di traduzione iniziale in cui si raccolgono tutte le caratteristiche peculiari del progetto e nella gestione di eventuali modifiche, reclami, riscontri, valutazione della soddisfazione e chiusura delle pratiche amministrative.
Le verifiche da effettuare prima di acquistare o di ricevere in licenza un marchio

Le verifiche da effettuare prima di acquistare o di ricevere in licenza un marchio

Prima di concludere un contratto di cessione o di licenza di marchio è opportuno che le parti effettuino le opportune verifiche in merito allo stato del marchio.

Ad esempio, prima di acquistare o di ricevere in licenza un marchio italiano o avente comunque efficacia in Italia è consigliabile effettuare una ricerca di similitudine tra i marchi italiani, tra quelli internazionali estesi all’Italia e tra i marchi comunitari per verificare che non ci siano altri marchi identici o simili di titolarità di terzi, i quali potrebbero impedire o limitare lo sfruttamento del marchio che si intende acquisire. Ricerche equivalenti potranno essere svolte anche quando si desideri acquisire un marchio straniero. La stessa ricerca, eventualmente integrata con una ricerca per titolare, è consigliabile anche per verificare che non esistano altri marchi identici o confondibili appartenenti allo stesso cedente. In tal caso, infatti, può essere opportuno chiedere che anch’essi entrino a far parte della cessione o della licenza.

È anche consigliabile effettuare una ricerca tra le ragioni e le denominazioni sociali, poiché la presenza di una società con un nome o una ditta anteriore identica o simile al marchio potrebbe anch’essa impedire o limitare lo sfruttamento del marchio che si intende acquisire.

È, inoltre, opportuno procurarsi, a seconda dei casi, il verbale di deposito o l’attestato di registrazione o il certificato di rinnovo ei marchi da acquistare o ricevere in licenza, per verificare chi effettivamente risulta titolare del marchio e qual è il contenuto del marchio (parole, figure o disegni, classi rivendicate) così come è stato depositato e registrato.

Qualora risulti dalle ricerche sopra indicate che la parte cedete o licenziante non sia l’originario titolare del marchio, avendolo ad esempio a sua volta acquistato da un terzo, sarà opportuno effettuare una ricerca per verificare che sia avvenuta una serie ininterrotta di trascrizioni di atti di cessioni di marchio o cessioni di azienda, o fusioni societarie, o di annotazioni di cambio nome dal primo titolare dei marchi al cedente e per verificare che non vi siano vincoli iscritti (garanzie reali, licenze) gravanti sul marchio stesso. Al riguardo, per un ulteriore riscontro, può essere utile farsi consegnare dallo stesso cedente la documentazione relativa alle trascrizioni delle vicende traslative o dispositive del marchio o delle annotazioni sopra menzionate.

È di norma buona regola effettuare anche una visura camerale per verificare lo status attuale e storico della società cedente per mettere alla luce eventuali situazioni fallimentari o concorsuali, uno stato di liquidazione, e così via.

È poi opportuno, nei limiti del possibile, cercare di accertare se i marchi sono stati usati dalla cedente o licenziante, o se c’è il rischio di decadenza per non uso. Infine, è opportuno predisporre gli atti necessari per effettuare la trascrizione del contratto presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi secondo le formalità richieste da tale Ufficio.

Il nuovo decreto legislativo sulla protezione dei dati personali

Il nuovo decreto legislativo sulla protezione dei dati personali

Il decreto legislativo n. 101 del 10 agosto 2018, che adegua la normativa nazionale in materia di privacy a quella europea contenuta nel GDPR (General Data Protection Regulation), è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale lo scorso 4 settembre ed entrerà in vigore dal prossimo 19 settembre.

Nel nuovo provvedimento, che riscrive gran parte del Codice della privacy in vigore (D. Lgs. 196/2003), vi sono due positive novità: procedure semplificate per le piccole e medie imprese e otto mesi di tolleranza nell’applicazione delle sanzioni.

L’insieme delle nuove regole sulla privacy si rivela particolarmente complesso, tuttavia per venire incontro alle difficoltà che le piccole e medie imprese possono incontrare nella loro applicazione, il nuovo testo prende in particolare considerazione le esigenze di semplificazione avanzate da più parti, affidando al Garante per la protezione dei dati personali il compito di promuovere delle modalità semplificate di adempimento degli obblighi da parte del titolare del trattamento, sempre comunque nel rispetto delle linee guida riguardanti le misure organizzative e tecniche per l’attuazione dei principi del Regolamento GDPR.

Inoltre, le società che ricevono curriculum vitae finalizzati all’instaurazione di un rapporto di lavoro possono star tranquille: le informazioni di cui all’articolo 13 del GDPR, riguardanti le informazioni da fornire all’interessato sul corretto trattamento dei suoi dati, andranno fornite solo al momento del primo contatto utile successivo all’invio del curriculum.

Per quel che riguarda le sanzioni pecuniarie, il decreto non prevede nessuna sospensione; il Garante dovrà però tener conto delle difficoltà incontrate dalle aziende e dagli imprenditori nell’adeguamento alla nuova normativa, pertanto è probabile che per almeno i primi 8 mesi di efficacia del decreto legislativo, nei casi in cui la violazione non sia grave e non sia stato recato danno all’interessato, il Garante possa semplicemente adottare un provvedimento correttivo e non erogare sanzioni.

Altra importante novità riguarda il consenso sui social. È stata infatti diminuita a 14 anni l’età per poter esprimere il consenso al trattamento dei dati personali in relazione all’offerta di servizi delle società dell’informazione. Per i minori di 14 anni è necessaria l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Merita poi di essere ricordata la norma che si occupa dei diritti delle persone decedute. Tale norma afferma che i diritti in materia di privacy riferiti ai dati personali di soggetti deceduti possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio e agisce a tutela dell’interessato deceduto in qualità di suo mandatario o per ragioni familiari meritevoli di protezione.

La documentazione tecnica nel contesto dell’Internet of Things

La documentazione tecnica nel contesto dell’Internet of Things

Internet of Things – letteralmente “Internet degli oggetti” o IoT, – è l’espressione utilizzata ormai da qualche anno per definire la rete delle apparecchiature e dei dispositivi, diversi dai computer, connessi a Internet. Sensori per il fitness, automobili, radio, impianti di climatizzazione, ma anche elettrodomestici, lampadine, telecamere, pezzi d’arredamento, container per il trasporto delle merci… insomma qualunque dispositivo elettronico equipaggiato con un software che gli permetta di scambiare dati con altri oggetti connessi.

Il neologismo, riferito all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, è stato introdotto da Kevin Ashton, cofondatore e direttore esecutivo di Auto-ID Center, consorzio di ricerca con sede al MIT, durante una presentazione presso Procter & Gamble nel 1993. Il concetto fu in seguito sviluppato dall’agenzia di ricerca Gartner. Secondo le stime dell’agenzia, gli oggetti attualmente connessi sono circa 5 miliardi e diventeranno 25 miliardi entro il 2020.

Se da un lato orologi intelligenti, braccialetti per il fitness e macchine che si parcheggiano da sole sono ormai entrate nella nostra quotidianità, dall’altro estrarre un senso dai dati e ricavarne un valore aggiunto è ancora un’attività in divenire. Gli oggetti diventano solo il mezzo per arrivare a un obiettivo più complesso: sono strumenti per raccogliere dati. E questo vale sia per la nostra quotidianità sia per le imprese, tanto per i dispositivi che portiamo al polso quanto per i sensori utilizzati nelle industrie.

Oggi, gli obiettivi legati all’Internet delle cose sono principalmente tre:

  • raccogliere informazioni in modo affidabile e garantendo una corretta connessione tra i dispositivi,
  • estrarre indicazioni utili dall’analisi computazionale dei dati,
  • assicurare la protezione ai dati sensibili

Come cambia la documentazione tecnica e di prodotto nel contesto dell’internet delle cose?

La documentazione tradizionale presenta un fattore comune: è sempre il fruitore a svolgere la parte attiva nella ricerca delle informazioni che gli sono necessarie per svolgere il proprio compito, per esempio la selezione di un prodotto o ricambio, il funzionamento di una macchina, la sostituzione di un componente, la soluzione di un problema operativo, ecc…

L’internet delle cose, e in parte già gli help online evoluti, rovescia questo paradigma. Lo smart object conosce il proprio stato e riconosce l’utente che interagisce con esso, e può, quindi, erogare in modo automatico l’informazione adeguata. Il dispositivo IoT può essere anche in grado di interagire con altri device e “prendere delle decisioni” sulla base delle istruzioni fornite dall’utente o delle sue abitudini.

Inoltre, nel corso degli ultimi anni la complessità della documentazione tecnica (manuali, help online, ecc.) e della documentazione di prodotto (cataloghi, schede, e-commerce, ecc.) è cresciuta in modo sempre più rapido e la gestione documentale si è trasformata: ieri si trattava di digitalizzare documenti, oggi di digitalizzare interi processi e flussi di lavoro.

La via per affrontare in modo vincente la complessità è quella di gestire i contenuti secondo la logica della segmentazione e del single sourcing (gestire il dato una sola volta e riusarlo in modo coerente laddove serve), e automatizzarne la pubblicazione, utilizzando dei tag come marcatori per discriminarne la destinazione. Dal punto di vista della pubblicazione il concetto base è quello di automazione, passando – per esempio – da sistemi di impaginazione automatica delle pubblicazioni su carta/PDF, a servizi web in grado di alimentare dinamicamente help online, e-commerce, app e applicazioni per l’erogazione dei contenuti attraverso gli smart objects.

Riassumendo, dal punto di vista della gestione dei contenuti, questa evoluzione implica l’esigenza di disporre di tool che permettano di:

  • Segmentare e standardizzare i contenuti multimediali e multilingua.
  • Integrarsi con altre fonti dati presenti in azienda.
  • Marcare i contenuti con tag (attributi / valori) multidimensionali atti a descriverne le condizioni di riuso.
  • Esportare i contenuti selettivamente e nei formati richiesti dagli output di destinazione.
  • Interfacciarsi con servizi web.
Il Marchio Internazionale l’accordo e il Protocollo di Madrid

Il Marchio Internazionale: l’accordo e il Protocollo di Madrid

Diversamente da quanto farebbe pensare l’uso dell’espressione “marchio internazionale”, non si tratta in realtà di un marchio avente un’efficacia sovranazionale.

Si tratta, invece, di una procedura semplificata di deposito che permette di presentare un’unica domanda presso un singolo ufficio (OMPI- Organizzazione Mondiale Proprietà Industriale, con sede a Ginevra in Svizzera), nella quale vengono designati uno o più Stati scelti tra quelli aderenti all’Accordo e al Protocollo di Madrid. Anche il rinnovo viene amministrato unitariamente presso il medesimo ufficio.

La registrazione si riferisce solo ai Paesi che sono stati indicati all’atto del deposito della domanda e avrà lo stesso identico valore di una registrazione nazionale, tanto che il marchio nei singoli Stati è sottoposto ad un esame da parte dell’ufficio locale secondo la relativa normativa.

Il marchio internazionale presenta due vantaggi rispetto ai singoli depositi nazionali.

In primo luogo, consente una semplificazione delle procedure: infatti, invece di presentare tante domande di marchio quanti sono i paesi interessati, come avviene nel caso di singoli depositi nazionali, è sufficiente presentare un’unica domanda all’OMPI.

In secondo luogo, il costo connesso al deposito internazionale è di regola meno elevato dell’insieme dei costi che si dovrebbero sostenere nel caso di singoli depositi nazionali negli stessi paesi.

Il “marchio internazionale” è stato originariamente previsto dall’Accordo di Madrid del 1891, concernente la registrazione internazionale dei marchi ed è stato oggetto nel corso degli anni di molte revisioni, compreso il c.d. Protocollo di Madrid del 1999, grazie al quale hanno aderito al sistema anche molti paesi importanti commercialmente per le nostre imprese, come gli Stati Uniti, il Giappone, la stessa Unione Europea. Pertanto, per le imprese italiane è ora possibile designare tuti i paesi aderenti all’intero “sistema di Madrid”.

Attualmente aderiscono al c.d. “sistema di Madrid” circa un centinaio di Stati e con molti altri esistono trattative in corso per una futura adesione.

Per un’impresa con sede in Italia, già titolare di un marchio nazionale italiano (“marchio di base”), la domanda di registrazione internazionale si presenta all’OMPI per il tramite dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

Se l’impresa, invece, ha sede all’estero, occorre prima depositare una domanda di registrazione del marchio nel paese in cui la  titolare ha la sede legale oppure un ufficio serio  ed effettivo, e poi sulla base di tale marchio procedere con l’estensione internazionale, per il tramite dell’ufficio marchi in cui è depositato o registrato il marchio di base.

Successivamente al deposito, l’OMPI procede ad una verifica formale in merito alle tasse pagate e alla correttezza della lista prodotti e servizi designata. In difetto, l’OMPI può emettere un rilievo al quale è necessario replicare per evitare l’estinzione del diritto.

Una volta superato l’esame sulle formalità, l’OMPI emette il certificato di registrazione, lo pubblica e procede quindi al suo inoltro alle Amministrazioni nazionali dei paesi designati nella medesima domanda.

Gli uffici marchi dei singoli Stati dispongono quindi fino a diciotto mesi di tempo per esaminare la domanda di registrazione ai sensi della normativa locale ed eventualmente pubblicarla per permettere opposizioni di terzi, se previsto dalla normativa applicabile.

Se non vengono sollevate obiezioni da arte degli esaminatori locali o presentate opposizioni di terzi, l’ufficio marchi nazionale, se previsto dalla normativa locale, emette un certificato attestante la protezione del marchio internazionale nel paese stesso (c.d. grant of protection). La registrazione avrà quindi lo stesso valore di un marchio nazionale registrato in tale paese.

Se, invece, l’esaminatore locale ritiene che sussistano dei motivi di non registrabilità, oppure se viene presentata un’opposizione da parte di un terzo, l’ufficio marchi nazionale emette un rifiuto provvisorio di protezione, che viene notificato, tramite l’OMPI, al titolare o al suo consulente marchi. In tale decisione viene anche indicato un termine entro cui replicare per il tramite di un consulente marchi locale. In questi casi viene quindi nominato un corrispondente nel paese e si inizia una procedura amministrativa a livello nazionale, con la predisposizione ed il deposito di una replica al rifiuto provvisorio. Tal procedura si conclude con una decisione definitiva, notificata sempre tramite l’OMPI, che può risultare di accettazione della registrazione oppure di rifiuto definitivo.

L’eventuale decisione di rifiuto definitivo emessa da un ufficio marchi di un paese designato nella registrazione internazionale non compromette l’eventuale validità nel marchio negli altri paesi designati.

In pratica, dopo il rilascio del certificato di registrazione internazionale dell’OMPI, il titolare deve attendere circa un anno e mezzo, o più in caso di procedure più complesse dovute a rifiuti degli uffici marchi od opposizioni di terzi, prima che i paesi interessati abbiano confermato la protezione.

Il titolare di un marchio internazionale può anche designare successivamente degli Stati aderenti al “sistema di Madrid” tramite le c.d. estensioni territoriali posteriori.

La registrazione internazionale permette quindi di estendere in molti paesi i propri diritti sul marchio di base con una procedura semplificata e con costi contenuti o comunque più basi rispetto ai singoli depositi nazionali. Tuttavia occorre evidenziare che una registrazione internazionale è vincolata alla validità del marchio di base per un periodo di cinque anni dalla data di registrazione.

In questo periodo, se detto marchio, per un qualsiasi motivo (per esempio a seguito di un’azione di un’opposizione di terzi o di un’azione di nullità) viene dichiarato invalido, anche la corrispondente registrazione internazionale viene invalidata. Si tratta del c.d. “attacco centrale”, grazie al quale si può far  cadere un’intera registrazione internazionale, attaccando il solo marchio di base nei primi cinque anni. Solo alla scadenza del periodo di cinque anni, la registrazione internazionale diventa indipendente dalle vicende che possono interessare il marchio di base.

In caso di designazione dell’Unione Europea nella registrazione internazionale, si tenga presente che il carattere di unitarietà del marchio dell’Unione Europea non viene meno, con la conseguenza che se esso viene rigettato o invalidato, lo sarà per tutti i paesi dell’Unione Europea ai quali si estende l0efficacia del marchio dell’Unione Europea.

Per tale motivo, in sede di studio della strategia di deposito del marchio è sempre consigliabile valutare se designare gli Stati Europei singolarmente considerati o lintea Unione Europea.

Riprendo un capitolo presente in un articolo precedente:

Consigli per un marchio definito da una parola

  • Il marchio deve trasmettere qualcosa al consumatore
  • Il marchio deve essere facilmente pronunciabile e memorizzabile
  • Prima di studiare il marchio è opportuno valutare chi è il consumatore
  • Prima di studiare il marchio valutare in quali Paesi si utilizzerà il marchio in quanto non deve avere un significato sgradevole in alcune lingue e comunque deve essere facilmente pronunciabile
  • Il marchio dovrebbe essere fra le 4 e le 8 lettere
  • Valutare la possibilità di depositare il marchio per più classi merceologiche
  • Più il marchio è debole e cioè ricorda il prodotto più possono nascere successivamente marchi simili ma nello stesso tempo il consumatore comprende più facilmente la tipologia del prodotto contraddistinto dal marchio
  • Più il marchio è forte e più può essere utilizzato per impedire l’utilizzo di marchi simili ma nello stesso tempo occorrono più investimenti pubblicitari in quanto non ricorda il prodotto
  • Prima di utilizzare ed eventualmente depositare un marchio eseguire una ricerca di anteriorità.
Il rating di legalità

Il rating di legalità

Il rating di legalità è uno strumento pensato per le imprese italiane, volto alla promozione e all’introduzione di principi di comportamento etico in ambito aziendale, tramite l’assegnazione di un giudizio sul rispetto della legalità e della trasparenza da parte delle imprese che ne abbiano fatto richiesta.

L’obiettivo è quello di conferire alle imprese virtuose un titolo di riconoscimento collegabile a vantaggi in sede di concessione di finanziamenti pubblici e agevolazioni per l’accesso al credito bancario. La banca che non concedesse crediti ad una impresa con rating, sarà tenuta a motivare la scelta con apposita nota alla Banca d’Italia. L’ottenimento del rating comporta, inoltre, una riduzione dei tempi e soprattutto dei costi per la concessione del finanziamento.

Oltre a questi vantaggi, il rating di legalità permette alle aziende di avere maggiori possibilità di business, di contare su una maggiore visibilità sul mercato e una migliore immagine sul territorio, grazie alla presenza nell’elenco delle imprese titolari di rating, pubblicato nel sito dell’AGCM.

Modalità per ottenere il Rating

L’impresa che intende ottenere il rating deve presentare all’AGCM apposita domanda sottoscritta dal legale rappresentante e redatta mediante compilazione del formulario pubblicato sul sito dell’Autorità.

Il rating di legalità ha durata di due anni ed è rinnovabile su richiesta.

Requisiti per ottenere il Rating

Sono indicati nel Regolamento, approvato dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) con delibera n. 26166/2012, sostituita poi dalla delibera n. 27165/2018.

Secondo quanto stabilito dal suddetto Regolamento, possono richiedere l’attribuzione del rating le imprese, sia individuali che societarie, che soddisfano i seguenti quattro requisiti:

  1. sede operativa in Italia;
  2. fatturato minimo di due milioni di euro nell’esercizio chiuso l’anno precedente a quello della domanda;
  3. iscrizione al registro imprese da almeno due anni alla data della domanda;
  4. rispetto dei requisiti sostanziali richiesti dal Regolamento attuativo.

Attribuzione del Rating

In base alle dichiarazioni presentate dall’azienda, verificate mediante controlli incrociati, viene attribuito un punteggio, convenzionalmente misurato in stellette, che va da una a un massimo di tre stellette.

Per l’attribuzione del rating di legalità è necessario il rispetto di tutti i requisiti di cui all’articolo 2, commi 2 e 3 del Regolamento. In questa ipotesi l’impresa ha diritto all’attribuzione di un punteggio base pari a una stelletta.

Rispettando gli ulteriori requisiti del Regolamento possono essere ottenuti dei segni +. Tre segni + corrispondono ad una ulteriore stelletta, per un massimo di tre stellette.

Requisiti per incrementare il punteggio

Il punteggio base sarà incrementato da un ulteriore segno + quando l’azienda risponde a determinate condizioni previste dal Regolamento, dimostrando ad esempio di aver adottato modelli organizzativi di prevenzione e di contrasto della corruzione, di aver utilizzato sistemi di tracciabilità dei pagamenti anche per somme di importi inferiori rispetto a quelli fissati dalla legge, di aver aderito ai protocolli o alle intese di legalità finalizzati a prevenire e contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale.

 

Tra gli obiettivi del rating di legalità vie è quindi anche quello di fermare la corruzione, poiché i comportamenti illegali e le interferenze con le organizzazioni criminali ostacolano il corretto funzionamento del mercato concorrenziale. Occorre però riconoscere che, pur essendo un valido strumento nella lotta alla corruzione, l’utilizzo del rating da parte delle aziende è ancora limitato, sia per i vincoli di fatturato e del periodo di iscrizione al registro delle imprese, sia per una sua insufficiente pubblicizzazione.

Differenza tra rating di legalità e rating di impresa

Il rating di legalità, di competenza dell’AGCM, non deve essere confuso con il rating di impresa, gestito dall’ANAC.

Il rating di Legalità è un istituto di applicazione generale, e quindi non limitato alla normativa appalti, volto a premiare e promuovere i principi di comportamento etico in ambito aziendale, traducendosi in una valutazione indicativa del rispetto della legalità e dal grado di attenzione riposto nella corretta gestione del business.

Al contrario, il rating di impresa, introdotto per la prima volta con il D.Lgs 50/2016, si applica al settore degli appalti pubblici.